Una visita didattica nella parte vecchia del nostro Paese

Qualche mese fa le professoresse di matematica (Martina De Paolis) e di italiano (Cristina galizia) hanno organizzato una breve avisita nella parte vecchia del nostro paese, da tutti chiamata “nabballe”, ovvero ‘parte bssa’, dominata dalla Chiesa di San Biagio.

Nel Medio Evo San Vito non era altro che un piccolo paese costruito su un alto scoglio, dove si stabilirono i primi abitanti durante l’invasione saracena del IX secolo, erigendo in seguito la chiesa dedicata a San Biagio, vescovo e martire. Intorno a questa Chiesa si distribuì circolarmente l’abitato, tanto che la via circolare che circonda questa prima fase di costruzioni ancora oggi si chiama Arringo, parola dal longobardo ring che vuol dire ‘anello’ (insomma…il raccordo anulare di San Vito!). lungo questa strada, le acse furono fortificate e vennero costruite ben 3 porte di accesso: Porta della Mola (perchè vi era un antico mulino), Porta Olevano (dato che dà verso il paese omonimo, feudo degli Orsini) e Porta del borgo, costruita quando il paese si sviluppo oltre lo scoglio iniziale.

La nostra visita è iniziata dal Castello Thedoli, proprietà ancora oggi del marchese Thedoli, antica famiglia di origini forlivesi. L’edificio ha forma a nave e per questo è unico nel suo genere e la sua forma attuale è il frutto di più ristrutturazioni e modifiche avutesi nel tempo: probabilmente al suo interno è stata inglobata un antica rocca del 1000 le cui mura, con pietre “allettate” (cioè disposte perfettamente orizzontali, come in un moderno muro) è ancora visibile nella parte iniziale del basamento. Il suo portone, ammirabile da Piazza Santa Maria, presenta una torre circolare, databile nel 1400, dato che la forma circolare è tipica di questo periodo, durante il quale l’invenzione del cannone aveva reso non più sicure le torri a pianta quadrata.: la pianta circolare infatti è più robusta, più resistente alle palle dei cannoni, poiché il peso della torre è equamente distribuito lungo tutta la circonferenza. Sempre lateralmente al portone, si possono ammirare delle feritoie per lanciare frecce o, più tardi, inserire fucili e archibugi. L’orientamento di queste feritoie, apparentemente orientate altrove rispetto all’attuale ingresso, fanno presupporre che si accedesse al castello e quindi al paese dalla parte vecchia, salendo verso la sommità dello scoglio: per cui le feritoie servivano per proteggersi dagli attacchi nemici che provenivano appunto dalla parte bassa.

Abbiamo poi proseguito per la Loglia, la parte più alta del vecchio abitato. La professoressa Galizia ci ha fatto notare nelle mura l’arco a tutto sesto dell’antica porta di accesso a doppio ordine di archi (cioè con due archi che delimitavano una volta a crociera, sotto la quale c’era probabilemte le sentinelle), oggi murata e utilizzata come cantina. La Loglia è una strada coperta con archi che si affacciano sull’abitato: è dunque un ‘balcone’ (loglia in dialetto sanvitese vuol dire proprio ‘balcone’) dal quale si può godere uno stupendo panorama, fatto di scale e tetti che si incastrano l’uno con l’altro. Presso la Loglia abitavano personalità importanti, come si può dedurre dai portoni con fregi.

Arrivati alla Chiesa di San Biagio ci siamo seduti nella piazza. La chiesa originaria è del 1100, ma anch’ essa ha subito modifiche successive: è infatti stata alargata fin quasi ad addossarsi alle case vicine, tanto che per far passare la gente nella via adiacente (che si chiama appunto Stretta) si è dovuto scavare nello scoglio di arenaria.

Sotto la piazza c’è la Fontana Ciocia, una volta adibita a bagni pubblici, ma oggi fortunatamente restaurata e restituita alla funzione originaria. Sulle cannule della fontana di sono due teste romane (in realtà due copie, le originali sono al Museo di Palestrina), ritrovate nelle campagne tra San Vito e Olevano.

Proseguendo, a sinistra si trova l’arco della Mola, dove c’era, come già detto un antico mulino e oltre il quale, nella II guerra mondiale, i Tedeschi costruirono un opsedali per i loro feriti. A sinistra dell’arco, il quartiere detto ghetto, non perché ci siano stati gli ebrei (come erroneamente si crede), ma per via della vicinanza delle costruzioni, che pertanto assomigliano a quelle dei ghetti ebrei.

Proseguendo verso destra, lungo il corso dell’Arringo, e passando davanti alla casa del podestà fascista, già dimora dei Colonna, si arriva a Porta Olevano, oggi, purtroppo, con volta sbruffata in cemento e non più visibile nello splendore originario. Da qui è possibile ammirare le case allineate e fortificate del Cavone, case che avevano la duplice funzione di case e di mura di difesa.

Durante la spiegazione delle professoresse, è intervenuto il signor Francesco, uno dei pochi contadini che ancora fa il vino con i metodi antichi: ci ha fatto veder la sua cantina, all’interno della quale passano ancora le acque di scarico del paese sovrastante.

Infine, risalendo verso il borgo, ci siamo soffermati ad osservare Piazza Governo Vecchio, dove una volta risiedeva il governo fascista. Sopra la Porta del Borgosi possono ancora vedere finestre e camminament, che oggi sono stati murati e convertiti in abitazioni.

Durante il ritorno a scuola, abbiamo notato una vecchia lapide scritta in latino, risalente al 1649, data nella quale il Marchese Mario Theodoli, architetto, ideò il borgo, spainando gli spuntoni dello scoglio e riempiendo con questa terra di riporto gli vallamenti presenti: il risultato fu appunto Borgo Mario Theodoli, leggera salita che conduce ancora oggi a Piazza Roma, centro dell’attuale paese.

A metà borgo, la Chiesa dei Santi Rocco e Sebastiano, costruita come ex voto dai sanvitesi sfuggiti dalla peste del 1630 (quella raccontata da manzoni ne “I promessi Sposi”), sulla cui sommità si può ammirare un’antichissima pigna, simbolo che si usava mettere sui monumenti funebri. Da questa pigna deriva il modo di dire sanvitese si vecchio comme a pigna de sa rrocco! ?sei vecchio come la pigna di San Rocco’.

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Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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