A MIO PADRE, di Camillo Sbarbaro

A mio padre
I.
Padre, anche se tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso egualmente t’amerei.
Che mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto,
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro,
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.
E di quell’ altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che),
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
1’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo ch’era il tu di prima.
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore di fanciullo t’amerei.

II.
Padre che muori tutti i giorni un poco,
e ti scema la mente e più non vedi
con allargati occhi che i tuoi figli
e di te non t’accorgi e non rimpiangi,
se penso la fortezza con la quale
hai vissuto, il disprezzo ch’ hai portato
a tutto ciò che è piccolo e meschino,
sotto la rude scorza
l’ istintiva poesia della tua anima,
il bene ch’ hai voluto alla tua madre
morta,
tutta la vita tua sacrificata.
e poi ti guardo così come sei,
io mi torco in silenzio le mie mani,
Contro l’indifferenza della vita
vedo inutile anch’essa la virtù,
e provo forte come non ho mai
il senso della nostra solitudine,
Io voglio confessarmi a tutti, padre,
che ridi so mi vedi e tremi. quando
d’una qualche attenzione ti faccio segno,
di quanto fui vigliacco verso te,
Benché il ricordo mi si alleggerisca,
che più giusto sarebbe mi pesasse
inconfessato sempre sopra il cuore.
Io giovanetto imberbe, t’ho guardato
con ira, padre, per la tua vecchiezza,
Stizza contro te vecchio mi prendeva
Padre che ci hai tenuto sui ginocchi
nella stanza che s’oscurava, in faccia
alla finestra, e contavamo i lumi
di cui si punteggiava la collina
facendo a gara a chi vedeva il primo,
perdono non ti chiedo con le lacrime
che mi sarebbe troppo dolce piangere,
ma con quelle più amare te lo chiedo
che non vogliono uscire dai miei occhi.
Un pensiero soltanto mi consola
di poterti guardare con occhi asciutti:
il ricordo che piccolo pensando
che come gli altri uomini dovevi
morir pure tu, il nostro padre,
solo e zitto nel mio letto la notte
io di sbigottimento lagrimavo,
Di quello che i miei occhi ora non piangono
quell’infantile pianto mi consola,
padre, perché mi par d’aver lasciato
tutta la fanciullezza in quelle lacrime.
Se potessi promettere qualcosa
se potessi fidarmi di me stesso
se di me non avessi anzi paura,
padre, una cosa ti prometterei:
di viver fortemente come te
sacrificando agli altri come te
e negandomi tutto come te,
povero padre, per la fiera gioia
di finir tristemente come te.

Camillo Sbarbaro (1888-1967):
da “Pianissimo” (1914)

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Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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2 risposte a A MIO PADRE, di Camillo Sbarbaro

  1. Giada ha detto:

    Bonjour prof.ssa!!!! Vedo che continua ancora a pubblicare sul blog. Mi fa piacere vedere che si riempe sempre di nuove poesie. Questa volta vedo che ne ha pubblicata una dedicata al padre. Bellissima, ottima scelta! L'avevo già letta qualche anno fa…e adesso che la rileggo mi vengono le lacrime agli occhi per la sua bellezza…Prof, continui a pubblicare altre poesie: è un modo per tenerci sempre in contatto, anche d'estate…Saluti dal Trentino…Giada

  2. Cristina ha detto:

    Bonjour, Giada!!! Vedo con piacere che qualcuno ancora fa una capatina nel blog! Che bello!!! Bella la poesia, vero? Toccante. Continuerò a pubblicare, tranquilla, ed ad attendere commenti…Saluti …dalla Toscana!!!!!!!

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