Mettersi nei panni di…: l’attualità in prima persona – IIA

Come far capire l’attualità, spesso difficile e complessa, ai ragazzi?
Un modo è quello…di farceli stare in prima persona!

Ecco a voi due elaborati dei ragazzi di IIA, sui fatti di Rosarno: ho invitato i ragazzi a narrare in prima persona, narrando la fatica del viaggio, la tragicità del presente e le paure per il futuro…
Beh, giudicate voi, Arringovisitatori, la capacità di analisi!

Bravi ragazzi! 
(presto anche altri elaborati…in via di battitura!)

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IL BUIO DELLA VITA -Roberto Gargiuli

Era dura in Somalia. Quelli sono stati anni davvero duri. La paura era tanta e da mettere sotto i denti non c’era niente. C’era la guerra. Non dormivamo quasi mai per paura di un attacco. Vivevo con la mia vecchia mamma piena di acciacchi, mio fratello minore e mia moglie Catrina. Con noi c’era anche un altro inquilino. Un inquilino che viveva in tutte le case: la paura. La paura era una morsa che ci stritolava. Non ci lasciava mai. Non ci faceva respirare. La sera Catrina si abbracciava a me piangendo, cercando di riposarsi un poco. Piangeva per paura. Paura della morte. Paura di non risvegliarsi. A volte piangeva per la fame. Era difficile trovare lavoro. Non c’era nessun lavoro e con la guerra non riuscivamo a vivere. C’era miseria ovunque. Era davvero dura. A volte arrivavano dei soldati e sparavano. Ho visto molte persone morire davanti ai miei occhi. Noi siamo stati fortunati. La disperazione era tanta. Si tirava avanti solo per miracolo. Poi un giorno arrivò la notizia. Era stato organizzato un viaggio per emigrare in Europa. Un uomo aveva un camion con cui si poteva attraversare il deserto. Poi saremo andati con un gommone. Purtroppo bisognava pagare, anche molto. Noi non avevamo soldi. Mia madre aveva venduto la casa per poterci pagare il viaggio. Lei voleva rimanere lì. Le volevo molto bene. Mio fratello voleva rimanere per dargli conforto. Saremmo andati io e Catrina. Il giorno della partenza trovammo mia madre per strada in una pozza di sangue. Le avevano sparato. La disperazione era tanta. Venne anche mio fratello con noi. Nessuno di noi aveva la voglia di andare avanti, ma lo facemmo per nostra madre. Quando partimmo Catrina era incita. Lo feci anche per il piccolo.
Ci misero su un camion. C’era solo una porta per entrare. Non c’era cibo. Non c’era niente da bere. C’era solo un tanfo incredibile. Eravamo circa cinquanta persone. Tutti schiacciati tra di loro. Avevamo paura. Non eravamo nemmeno sicuri di rimanere in vita. Dopo tre giorni di viaggio ci fecero scendere e ci diedero dell’acqua. Trovammo due bambini morti. La madre era disperata. Tutti avevano paura che sarebbero potuti morire. O che sarebbero morti i loro cari. Il furgone era sporco. E c’erano ormai gli escrementi di tutti. Quando arrivammo sulla costa ci caricarono su un gommone. Anche lì quando uscimmo trovammo un morto. Stavolta era qualcuno che conoscevo
bene. Qualcuno che portava in grembo mio figlio. Qualcuno che portava in grembo mio figlio. Qualcuno per cui ero disposto a morire. Per lei non c‘era niente da fare. Volevo rimanere lì con un cadavere nelle mani. Ma mio fratello mi aiutò molto. Mi fece tornare il lume della ragione. Proseguimmo il viaggio su un gommone instabile. Potevamo finire in acqua da un momento all’altro. Io non ricordo molto di quella parte del viaggio perché lo trascorsi piangendo. Ero sconvolto. Non volevo più vivere. Mi ricordo che mio fratello mi aiutò molto. Mi fece bere acqua del mare. Mi ricordo anche che a destinazione mancavano delle persone. Rapite dal mare. 

Quando arrivammo in Italia fu facile trovare lavoro. Ci misero a lavorare nei campi. Che delusione! E ora ancora non niente. Ci aspettavamo di trovare un lavoro dignitoso, dei soldi. Non arrivarono. Oggi è l’inverso di quando eravamo in Somalia: ho meno paura e ho più lavoro. Ma è troppo. E non ho l’amore. Paradossalmente sono povero, sotto ogni punto di vista. Prima almeno avevo qualcuno. Ora non ho nessuno. Mia moglie non c’è, mio fratello è malato. Io lavoro il doppio per guadagnare una miseria e vivere in un silos sporco e malridotto. L’Italia, un paese ricco. Così dicevano. Sarà ricco… ma per gli italiani! Io patisco la fame e lavoro per loro. Loro si godono il mio lavoro e mi sfruttano sempre di più. Quasi nessuno di noi ha il permesso di soggiorno. Rivoltarsi è impossibile. Non siamo legali. Finiremmo tutti dentro. E poi se non lavoriamo veniamo cacciati e non pagati. Anche se quello che ricevo non si può definire un pagamento. Si soffre, come si soffriva prima. Anzi, non potendo dividere la sofferenza con nessuno… si soffre di più. 

Che fine farò? Riuscirò ad andare avanti? Lo devo almeno al mio fratellino. Ma quando non si sarà più? Allora sarà meglio morire. In questo paese non valgo niente. Avrò mai un lavoro dignitoso? Avrò mai una vita? Avrò mai Allah dalla mia parte? Voglio rimanere onesto, un buon uomo ma è difficile. Non ce la farò a continuare a vivere. Non ce la farò ad avere un lavoro dignitoso. Non ce la farò… Allah mi aiuti e mi protegga!

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CLANDESTINI-  Elisa De Paolis



Sono venuto qui in Italia con la speranza di trovare una sistemazione. Avrei tanto voluto rimanere nella mia adorata Africa, ma in famiglia siamo sette fratelli e ho sulle spalle anche una moglie e la mia piccola Sadira e i soldi non bastano per mantenerci. Lì in Addis Abeba avevo tutto: una casa, una famiglia, gli amici. L’unica cosa che mancava era il lavoro ed io, essendo il più piccolo, secondo mia madre non avrei dovuto lavorare. Diceva che con il reddito dei miei fratelli ce la saremmo cavata, ma io dovevo pensare anche a mia moglie e a mia figlia: non le avrei fatte morir di fame. Decisi così di partire, in cerca di fortuna, di una vita migliore da poter offrire ai miei familiari.

Ricordo ancora quando, io e i miei compagni, attraversammo il deserto. Partimmo di notte. Piano piano le luci fioche del mio paese si allontanavano mentre noi, entusiasti di trovare una nuova vita, ci avventurammo nel deserto ignari di tutto ciò che sarebbe potuto accadere. Passarono giorni e il

sole cocente non ci dava tregua: vedevo i miei amici grondare di sudore, gli abiti bagnati, i volti scarni e la schiena ricurva. Non c’era acqua e sembravamo più magri di quanto lo eravamo quando pativamo la fame in Etiopia. Ad un tratto ci travolse una tempesta di sabbia: il vento ci spazzò via come fossimo foglie secche. Quando il turbine si calmò non tutti ci ritrovammo, ma dovevamo proseguire lo stesso , non avevamo abbastanza forze per cercare i nostri amici, magari avrebbero proseguito da soli oppure sarebbero tornati indietro. Le gambe cedevano, il morale era a terra, non avevamo neanche la forza per parlare, avremmo desiderato solo un bicchiere d’acqua. Iniziavamo a vedere miraggi, cose che non c’erano: beduini carichi di borracce, oasi … alcuni di noi morirono stremati e disidratati. Dicevo loro di riprendersi ma avevano già chiuso gli occhi insabbiati. A volte penso che era meglio non partire, penso alle famiglie dei miei amici ormai morti, penso ai terribili momenti del nostro viaggio. Dopo dieci giorni finalmente arrivammo sulle coste del Rif dove un vecchio ci condusse a un porto pieno di barche di legno, gommoni e di gente che come noi s’avventurava per quel mare immenso. Prendemmo un gommone insieme ad altri sei gruppi. Ma


anche lì, le condizioni erano pessime: l’acqua era finita e non potevamo bere quella del mare. Il cibo non bastava per tutti e bisognava digiunare a giro e dare gli avanzi ai bimbi che ne avevano più bisogno. Vidi una bambina che piangeva e mi ricordò la mia piccola Sadira quando aveva fame e mi convinsi sempre più che quello che facevo era per la mia famiglia. All’improvviso, avvistammo un’isola, credo si chiami Lampedusa ma un’onda ci dirottò fino a trovarci persi nel mare. Dopo giorni di naufragio sbarcammo a Rosarno. Per cause di forza maggiore io e i miei compagni dovemmo separarci.

Ed ora, eccomi qui con un lavoro e una casa. Lavoro nei campi a raccogliere arance tutto il giorno, sotto il sole cocente come nel deserto ed in cambio ho qualche soldo e un tozzo di pane che a malapena basta per due giorni. Non ho un attimo di riposo, e non ho il tempo di spedire quel poco che ho ai miei familiari. Vivo in condizione penose: abbiamo costruito una baracca con i pezzi di latta che ho trovato per strada. Viviamo in sette e oggi si sono aggiunte altre tre persone di cui un bambino. Le condizioni igieniche sono penose e abbiamo una gallina da dividere tra dieci persone per una settimana. Non posso neanche denunciare la mia condizione poiché i miei datori di lavoro mi ricattano dicendo che se avessi detto qualcosa mi avrebbero tolto il lavoro. Io ne ho troppo bisogno. Ultimamente però giungono voci che qualcuno già si è ribellato e che lo Stato sta già prendendo provvedimenti. Non mi importa parlerò con qualcuno che possa aiutarmi così mi libererò della mafia (la chiamano così qui). Mi metterò in regola, sarò un cittadino immigrato riconosciuto dallo Stato Italiano, porterò così qui la mia famiglia per farle condurre una vita migliore trovandomi prima, naturalmente una casa e un lavoro dignitoso e onesto. 
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Lettera dall’Italia -Letizia Pompa


Cara mamma,

sono finalmente arrivato in Italia in un paese chiamato Rosarno. Il paese è molto carino,  ,le persone sono molte gentili e accoglienti, non sembra molto difficile avere un lavoro, ma quello che si trova non è dignitoso come sembra. Lavoro nei campi per raccogliere ortaggi, frutti…certo non mi pagano per niente bene, lavoro come un mulo dalla mattina alla sera, arrivo nella piccola ed umile casa, che condivido con molte altre persone che sono sfinito, infatti cado sul letto distrutto.
Mi alzo la mattina presto e torno la sera tardi. Mi sento sfruttato. E’faticoso andare avanti: devo pagare la casa, il cibo, i vestiti…e arrivo alla fine del mese senza soldi. Lavoro tutti i giorni,neanche un po’di riposo, neanche la domenica. Nei campi ci sono molte altre persone come me. Anche se il capo è arrogante, non mi posso lamentare. Mi hanno offerto questa opportunità e non me la lascerò scappare. Cercherò un altro lavoro più dignitoso che mi permetterà di guadagnare più soldi.

Qualche volta ho dei ripensamenti. Mi sento buttare giù,mi sento solo. Mi chiedo se fosse stato meglio rimanere in Africa, tutti quanti mi rispettavano. A volte penso “un viaggio a vuoto”…un viaggio faticoso attraversando il Sahara a piedi, resistendo al caldo alla fame e alla sete…e poi come se non bastasse siamo saliti sopra un grande gommone, tutti accatastati. Sono stato “fortunato” ad arrivare fin qui, perché altre persone non ce l’hanno fatta. 

In Africa avevo tutto: una casa dignitosa…non come quella che ho ora ,avevo tutto, tutto! Ho sbagliato, ma poi penso: sì avevo tutto,tutto ma non un lavoro, non la pace. 
Così mi tiro su e vado avanti lavorando sodo e guadagnando quei pochi soldi. Quando mi trovo in queste situazioni in cui mi sento sperduto, penso positivo, cancello tutte le cose negative che si trovano nella mia mente, mi guardo allo specchio, mi metto a riflettere e dico “Ce la posso fare , ce la farò. Anche se mi sfruttano, anche se lavoro ingiustamente continuerò, anche se guadagno pochi soldi me li farò bastare, li metterò da parte.”

Ho tanti sogni nel cassetto e spero che si realizzeranno tutti , basta essere onesti e anche un po’ottimisti. Io credo nelle cose che faccio e sono sicura che i miei sogni diventeranno realtà: avrò una vita degna di essere chiamata vita, avrò una casa grande dove potrò ospitare tutti. Magari qui mi farò una mia famiglia con tanti bambini . Sarai fiera di me e io potrò garantirti una vita migliore. Non dovrai vivere nella guerra, perché dando una svolta alla mia vita la darò anche alla tua.

Un abbraccio dall’Italia 
Hakim
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Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
Questa voce è stata pubblicata in testi narrativi di attualità. Contrassegna il permalink.

2 risposte a Mettersi nei panni di…: l’attualità in prima persona – IIA

  1. Cristina Galizia ha detto:

    Elisa e Roberto, vi rinnovo anche qui i miei complimenti! Continuate così (se no vi faccio a coriandoli).ok?

  2. Gianni Marconato ha detto:

    Ragazzi, grande capacità di mettervi nei panni dell'altro, grande sensibilità. Troppi "grande" non vanno bene, altrimenti aggiungerei, grande capacità di scrittura. Che in tutto questi c'entri qualcosa anche la (grande) insegnante che avete?Avete visto che ho parlato di voi nel mio blog? Mi piacerebbe sentire anche lì la vostra voce ..

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