La storia cantata: il fascismo nei canti ufficiali e romaneschi IIIA



E veniamo agli anni difficili del Fascismo.


Tra i canti ufficiali che raccontano il ventennio, tra i più noti c’è sicuramente Giovinezza.


Nato come canto goliardico ad opera degli universitari di Torino, dalla penna di Nino Oxilia e sulle note di Giuseppe Blanc, laureando in giurisprudenza e, allora, allievo del Liceo Musicale. I due sono evidentemente contenti della fine delle loro fatiche e cantano Giovinezza nelle trattorie di Torino. Intitolato “Commiato”, nel 1910 fu eseguito, per caso, davanti ad un gruppo di ufficiali ed alpini:Blanc, divenuto sottotenente, aveva da poco finito un corso di sci e davanti ad altri graduati del gruppo sciatori eseguì il canto. Si narra che la platea fu entusiasta, al punto tale da assurgerlo a canto degli alpini durante la Campagna di Libia, divenendo noto col titolo di “Giovinezza”. Testimoni della I guerra raccontano che venne eseguito anche come canto degli arditi.


Nel 1922 divenne l’inno del Partito NazionalFascista:

Salve o popolo di eroi,
salve o Patria immortale,
son rinati i figli tuoi
con la fede e l’ideale.
Il valor dei tuoi guerrieri
la vision dei tuoi pionieri
la vision dell’Alighieri
oggi brilla in tutti i cuor.

Giovinezza, giovinezza,
primavera di bellezza,
nella vita nell’asprezza
il tuo canto squilla e va!
Per Benito Mussolini
E per la nostra Patria bella, eja eja alalà.

Dell’Italia nei confini
son rifatti gli Italiani,
li ha rifatti Mussolini
per la guerra di domani
Per la gioia del lavoro
per la pace e per l’alloro
per la gogna di coloro
che la Patria rinnegar.


Giovinezza, giovinezza,
primavera di bellezza,
nella vita nell’asprezza
il tuo canto squilla e va!
Per Benito Mussolini
E per la nostra Patria bella, eja eja alalà.

I poeti e gli artigiani
i signori e i contadini,
con orgoglio di Italiani
giuran fede a Mussolini.
Non v’è povero quartiere
che non mandi le sue schiere,
che non spieghi le bandiere
del fascismo redentor.

Giovinezza, giovinezza,
primavera di bellezza,
nella vita nell’asprezza
il tuo canto squilla e va!
Per Benito Mussolini
E per la nostra Patria bella, eja eja alalà.



Altro inno cantatissimo in epoca fascista fu “Sole che sorgi” (o “Inno a Roma”ritenuto erroneamente di matrice fascista, ma in realtà è stato composto nel 1919 con musiche di Puccini e parole di Salvatori. Il testo, inoltre, si rifà chiaramente al Carme Seculare di Orazio.


Chiaramente l’errore che molti fanno di attribuire all’epoca fascista la composizione di questo inno è dovuta al fatto che durante il Ventennio fu molto utilizzato soprattutto per tenere alto il culto di Roma che era tipico all’epoca.
Proprio per lo stesso motivo, sempre in epoca fascista, la maggior parte delle ore scolastiche di Latino erano impiegate per lo studio del Carmen Seculare di Orazio


Roma divina, a Te sul Campidoglio
dove eterno verdeggia il sacro alloro,
a Te nostra fortezza e nostro orgoglio,
ascende il coro.

Salve Dea Roma! Ti sfavilla in fronte
il Sol che nasce sulla nuova storia;
fulgida in arme, all’ultimo orizzonte
sta la Vittoria.

Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.

Per tutto il cielo è un volo di bandiere
e la pace del mondo oggi è latina:
il tricolore canta sul cantiere su l’officina.

Madre che doni ai popoli la legge
eterna e pura come il Sol che nasce,
benedici l’aratro antico e il gregge
folto che pasce!


Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.

Benedici il riposo e la fatica
che si rinnova per virtù d’amore,
la giovinezza florida e l’antica
età che muore.

Madre di uomini e di lanosi armenti,
d’opere schiette e di penose scuole,
tornano alle tue case i reggimenti
e sorge il sole.

Sole che sorgi libero e giocondo
sul colle nostro i tuoi cavalli doma;
tu non vedrai nessuna cosa al mondo
maggior di Roma.


E mentre i canti ufficiali mostrano la grandezza, la gloria e l’ardore del fascismo, è molto interessante vedere come la voce del popolo sia ben altra.


Celeberrima (e molto commovente, aggiungo io) è Pupo Biondo, portata a trionfo da Claudio Villa e Lando Fiorini
Scritta nel 1927, quando il fascismo stava già diffondendo la sua retorica militaristica, questa canzone popolare condanna la guerra ed i suoi crudeli effetti sui civili, destinati a ripetersi di lì a poco con la II guerra mondiale. La canzone, se da un lato esalta il coraggio del soldato, al tempo stesso condannala crudeltà della guerra. Fu eseguita al Teatro Morgana (l’attuale Brancaccio). L’interpretazione di questo brano suscitò fra il pubblico una grande commozione e venne applaudita lungamente. Alcuni testimoni dell’epoca raccontano che quando la canzone venne suonata per la prima volta in pubblico, per gli applausi “cadde giù il teatro”.

Straziante la stria narrata: il protagonista “va alla guera“, lasciando la sposa in dolce attesa, sognando il pupo biondo che gli darà. Purtroppo al suo rientro dalla guerra, stringendo il pupo al petto, non potrà vedere il colore dei suoi capelli…
Ve la dono, non vi nascondo, con una profonda commozione:



Ciànno forse tutt’e due l’istessa età,
je fiorisce drento ar core un’illusione
e ‘gni vicolo anniscosto ce la sa
tutta quanta la passione.
Lui je cerca la boccuccia ch’è un biggiù
e in un bacio je sussurra a tu-per-tu:

Noi ciavremo ‘na loggetta
cor geranio e le pansè,
tu sarai la regginetta
io m’impegno a fa’ da re.
Regneremo in tutt’er monno
e a l’erede pensa te:
vojo un pupo, un pupo bionno,
p’anninnallo in braccio a me.

Va a la guera la più bella gioventù,
‘gni fanfara s’arisveja e squilla ardita
e lui puro canta alegro e va lassù
Lei cià in seno ‘n’antra vita
e si pensa ar pupo bionno che vierà,
se l’insogna e ce se mette a raggionà:

Quanno arivi pupo bello
mamma tua te fa trovà
l’abbituccio turchinello
tutto pieno de volà.
Mentre un passero cinguetta
e er geranio fiorirà,
aspettamo alla loggetta er ritorno de papà.

Mamma cuce, er pupo compita “papà”
E, guidato da quer trillo, viè un sordato,
a tastoni, come un cieco, chi sarà?
E’ papà, ch’è ritornato!
Se confonneno in un bacio tutt’e tre,
poi papà se strigne er pupo e vò’ sapé:

Pupo, ciài er visetto tonno,
un visetto ch’è un biggiù;
come sei, moretto o bionno,
ciài l’occhioni neri o blu?
Te lo chiedo un’antra vorta,
pupo mio, dimmelo tu:
perché mamma nun s’è accorta
che papà nun vede più. 

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Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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