Il ritratto di Dorian…Abbondio! – IIIA- presentazione del personaggio in modi diversi.

Per una di quelle stradicciole se ne tornava bel bello…”Un re” diranno i miei piccoli lettori!


Ok, fatta un  po’ di confusione, tanto per introdurre quel tipo buffo e un po’ gaglioffo di Don Abbondio, che abbiamo cominciato a conoscere.

Un gran pezzo d’uomo, eh ragazzi? 🙂



Vediamo come Manzoni ce lo presenta (andando in ordine di successione come nel capitolo):


presentazione indiretta in movimento:

 TESTO
 ATTIVITA’
 Diceva tranquillamente il suo ufizio, e talvolta, tra un salmo e l’altro, chiudeva il breviario, tenendovi dentro, per segno, l’indice della mano destra, e, messa poi questa nell’altra dietro la schiena, proseguiva il suo cammino, guardando a terra, e buttando con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo nel sentiero: poi alzava il viso, e, girati oziosamente gli occhi all’intorno, li fissava alla parte d’un monte, dove la luce del sole già scomparso, scappando per i fessi del monte opposto, si dipingeva qua e là sui massi sporgenti, come a larghe e inuguali pezze di porpora. Aperto poi di nuovo il breviario, e recitato un altro squarcio, giunse a una voltata della stradetta, dov’era solito d’alzar sempre gli occhi dal libro, e di guardarsi dinanzi: e così fece anche quel giorno.[…Dopo la vista dei bravi…] Egli, tenendosi sempre il breviario aperto dinanzi, come se leggesse, spingeva lo sguardo in su, per ispiar le mosse di coloro; e, vedendoseli venir proprio incontro, fu assalito a un tratto da mille pensieri. Domandò subito in fretta a se stesso, se, tra i bravi e lui, ci fosse qualche uscita di strada, a destra o a sinistra; e gli sovvenne subito di no. Fece un rapido esame, se avesse peccato contro qualche potente, contro qualche vendicativo; ma, anche in quel turbamento, il testimonio consolante della coscienza lo rassicurava alquanto: i bravi però s’avvicinavano, guardandolo fisso. Mise l’indice e il medio della mano sinistra nel collare, come per raccomodarlo; e, girando le due dita intorno al collo, volgeva intanto la faccia all’indietro, torcendo insieme la bocca, e guardando con la coda dell’occhio, fin dove poteva, se qualcheduno arrivasse; ma non vide nessuno. Diede un’occhiata, al di sopra del muricciolo, ne’ campi: nessuno; un’altra più modesta sulla strada dinanzi; nessuno, fuorché i bravi. Che fare? tornare indietro, non era a tempo: darla a gambe, era lo stesso che dire, inseguitemi, o peggio. Non potendo schivare il pericolo, vi corse incontro, perché i momenti di quell’incertezza erano allora così penosi per lui, che non desiderava altro che d’abbreviarli. Affrettò il passo, recitò un versetto a voce più alta, compose la faccia a tutta quella quiete e ilarità che poté, fece ogni sforzo per preparare un sorriso; quando si trovò a fronte dei due galantuomini, disse mentalmente: ci siamo; e si fermò su due piedi.

 Il personaggio di Don Abbondio è descritto nel carattere attraverso i suoi modi di fare, le sue abitudini.
Che tipo di carattere emerge dalla descrizione del suo modo di comportarsi prima e dopo la vista dei bravi?
Una volta individuato il “tipo umano” incarnato dal nostro preticciolo, sottolinea nel testo le espressioni che lo indicano.

Manzoni fa intuire l’animo di Don Abbondio da come si comporta: descrive in terza persona, da narratore, quello che Don Abbondio fa.

Proviamo adesso un altro tipo di presentazione diretta: il personaggio che si presenta da sé, che parla in Ia persona di sé. 

Prendendo spunto dal testo manzoniano, entriamo nel racconto…fatto proprio da Don Abbondio! L’inizio potrà essere:


“Dicevo tranquillamente il mio uffizio e chiudevo di tanto in tanto il mio breviario….”

Continua tu, prendendo spunto e integrando con le espressioni che ti paiono adeguate il testo.



presentazione indiretta in situazione:

 TESTO
 ATTIVITA’
 – Signor curato, – disse un di que’ due, piantandogli gli occhi in faccia.

         – Cosa comanda? – rispose subito don Abbondio, alzando i suoi dal libro, che gli restò spalancato nelle mani, come sur un leggìo.
         – Lei ha intenzione, – proseguì l’altro, con l’atto minaccioso e iracondo di chi coglie un suo inferiore sull’intraprendere una ribalderia, – lei ha intenzione di maritar domani Renzo Tramaglino e Lucia Mondella!
         – Cioè… – rispose, con voce tremolante, don Abbondio: – cioè. Lor signori son uomini di mondo, e sanno benissimo come vanno queste faccende. Il povero curato non c’entra: fanno i loro pasticci tra loro, e poi… e poi, vengon da noi, come s’anderebbe a un banco a riscotere; e noi… noi siamo i servitori del comune.
         – Or bene, – gli disse il bravo, all’orecchio, ma in tono solenne di comando, – questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai.
         – Ma, signori miei, – replicò don Abbondio, con la voce mansueta e gentile di chi vuol persuadere un impaziente, – ma, signori miei, si degnino di mettersi ne’ miei panni. Se la cosa dipendesse da me,… vedon bene che a me non me ne vien nulla in tasca…
         – Orsù, – interruppe il bravo, – se la cosa avesse a decidersi a ciarle, lei ci metterebbe in sacco. Noi non ne sappiamo, né vogliam saperne di più. Uomo avvertito… lei c’intende.
         – Ma lor signori son troppo giusti, troppo ragionevoli…
         – Ma, – interruppe questa volta l’altro compagnone, che non aveva parlato fin allora, – ma il matrimonio non si farà, o… – e qui una buona bestemmia, – o chi lo farà non se ne pentirà, perché non ne avrà tempo, e… – un’altra bestemmia.
         – Zitto, zitto, – riprese il primo oratore: – il signor curato è un uomo che sa il viver del mondo; e noi siam galantuomini, che non vogliam fargli del male, purché abbia giudizio. Signor curato, l’illustrissimo signor don Rodrigo nostro padrone la riverisce caramente.
         Questo nome fu, nella mente di don Abbondio, come, nel forte d’un temporale notturno, un lampo che illumina momentaneamente e in confuso gli oggetti, e accresce il terrore. Fece, come per istinto, un grand’inchino, e disse: – se mi sapessero suggerire…
         – Oh! suggerire a lei che sa di latino! – interruppe ancora il bravo, con un riso tra lo sguaiato e il feroce. – A lei tocca. E sopra tutto, non si lasci uscir parola su questo avviso che le abbiam dato per suo bene; altrimenti… ehm… sarebbe lo stesso che fare quel tal matrimonio. Via, che vuol che si dica in suo nome all’illustrissimo signor don Rodrigo?
         – Il mio rispetto…
         – Si spieghi meglio!
         -… Disposto… disposto sempre all’ubbidienza -. E, proferendo queste parole, non sapeva nemmen lui se faceva una promessa, o un complimento. I bravi le presero, o mostraron di prenderle nel significato più serio.
         – Benissimo, e buona notte, messere, – disse l’un d’essi, in atto di partir col compagno.

 Manzoni adesso ci presenta Don Abbondio in modo indiretto, facendolo agire, dimostrando come si comporta. Il personaggio è presentato in modo indiretto, dalle sue azioni, dal suo muoversi in situazione.

Proviamo allora un altro tipo di presentazione indiretta: il discorso indiretto libero. Questo consiste nel racconto in 3a persona dei pensieri del personaggio, senza che ci sia un verbo del dire di introduzione. E’ come se il narratore…ehm…spaccasse la testa al suo personaggio e narrasse ai lettori quello che c’è dentro! 🙂



Vi avvio l’esercizio:


“Cosa volevano quei due ceffi da lui? Non aveva di certo mai fatto male a nessuno!  Sposare Renzo e Lucia? Ma giammai avrebbe fatto una cosa del genere! Sono i ragazzi che fanno i pasticci e a lui toccava risolverli, come si va ad un banco a riscoterli! Mai avrebbe fatto quel matrimonio, potevano stare tranquilli! ….”

Continuate a narrare in 3a persona i sentimenti provati da Don Abbondio durante il dialogo

presentazione diretta:

 TESTO
 ATTIVITA’
 Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone. Ma, fin da’ primi suoi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior condizione, a que’ tempi, era quella d’un animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione d’esser divorato […] Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi, assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete. Per dir la verità, non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava: procacciarsi di che vivere con qualche agio, e mettersi in una classe riverita e forte, gli eran sembrate due ragioni più che sufficienti per una tale scelta.

 Finalmente Manzoni ci dice chiaro e tondo come è sto benedetto Don Abbondio: dopo avercelo fatto conoscere….dalla camminata e poi dal modo di comportarsi coi potenti, ora descrive esplicitamente quale è il suo carattere, usando espressioni e similitudini veramente azzeccati: quali? sottolineale nel testo e spiega a voce perché Manzoni ha scelto queste espressioni.

Proviamo a questo punto un altro tipo di presentazione diretta: il monologo interiore, il parlare tra sé e sé del personaggio, quasi parlasse con sé stesso riflesso allo specchio.

Avviamento del testo:

“Sento di non esser nato con un cuor di leone, maledizione! Quale cosa peggiore che nascere come animale senza artigli e zanne e che potrebbe essere divorato da un momento all’altro? Non sono nobile, non sono ricco, coraggioso ancor meno…”

Continua tu il monologo del coraggioso e impavido supereroe!

Con tantissimo affetto 🙂
La prof
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Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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7 risposte a Il ritratto di Dorian…Abbondio! – IIIA- presentazione del personaggio in modi diversi.

  1. Eli ha detto:

    oddio prof voglio farlo pure io…. :')

  2. Cristina Galizia ha detto:

    Accomodati pure, chi ti dice di no? :-)dai, sarebbe forte!

  3. Testa Costanza ha detto:

    Ritratto di Don… Abbondio“Cosa volevano quei due ceffi da lui? Non aveva di certo mai fatto male a nessuno! Sposare Renzo e Lucia? Ma giammai avrebbe fatto una cosa del genere! Sono i ragazzi che fanno i pasticci e a lui toccava risolverli,come si va ad un banco a riscoterli! Mai avrebbe fatto quel matrimonio, potevano stare tranquilli! Ormai già aveva organizzato il matrimonio di quei due moccio setti, e solo per accontentare quei due malviventi dovrebbe mandare a monte la celebrazione? E poi che c’entrava in queste questioni? Dovevano rivolgersi direttamente a Renzo e a Lucia! Già aveva tanti pensieri nella testa e adesso anche di questo patetico matrimonio doveva preoccuparsi? Non pensano neanche di immaginare di entrare nei suoi panni…Cosa avrebbero fatto davanti ad un malvivente che sia? Non poteva cancellare il matrimonio MAI, e poi? Se avesse risposto in questo modo? Che gli avrebbero fatto? In questo caso non poteva neanche rischiare! Quanto voleva portare indietro l’orologio e cambiare strada! Di certo avrebbe continuato a leggere tranquillamente il suo uffizio e pensare a tutt’altro! Pensano anche di risolvere questa questione tra bestemmie e ricatti…un uomo come lui non sarebbe caduto nella loro rete… (o almeno lui lo pensava in questo modo…)Toh! Uno di loro ha trovato nel modo più diplomatico possibile a farlo convincere all’annullamento della cerimonia…Come si fa ad arrivare a tanto, lui era un curato…sapeva benissimo che quei due ceffi usavano la giusta tecnica per far abboccare all’amo il pesce.E,come non detto, hanno usato l’esca opportuna per quel tipo di pesce…“Don Rodrigo,Don Rodrigo…” questo nome fu,nella sua mente,come un rombo di tuono assordante nella testa del curato, come un lampo che illumina momentaneamente e in confuso gli oggetti, un brivido gli percorse sulla schiena facendolo rabbrividire. L’unica cosa da fare è annullare il matrimonio, ne era certo! Preferiva in primo luogo fare una prepotenza a Renzo e a Lucia piuttosto che incontrasi faccia a faccia con Don Rodrigo, ormai non gli importava più dell’enorme cattiveria che aveva commesso! Ormai non gli importava più che quei due ragazzini si trovavano in mezzo ai guai senza più un curato che celebrerà loro la cerimonia! Gli importava solamente accontentare quei due e andarsene tranquillamente a casa…Non voleva rischiare la sua vita! Giammai! Per di più affrontare Don Rodrigo…Non ci riuscirebbe mai!! Di questa faccenda non voleva farlo sapere a nessuno ,neanche a Perpetua, pur essendo una donna molto fedele e affidabile! Le notizie si espandono cosi in fretta! Questo gesto di prepotenza del curato avrebbe sicuramente rovinato la sua reputazione! Non voleva pensarci, gli bastava solamente aver accontentato quei malviventi e,soprattutto…Don Rodrigo! Testa Costanza IIIA

  4. Testa Costanza ha detto:

    RITRATTO DIDORIAN…ABBONDIO ( presentazione diretta: il monologo interiore)Sento di non esser nato con un cuore di leone,maledizione! Quale cosa peggiore che nascere come animale senza artigli e zanne e che potrebbe essere divorato da un momento all’altro? Non sono nobile, non sono ricco, coraggioso ancor meno.A volte mi domando il perché della mia esistenza, se già so di esser un debole, come un vaso di terracotta,costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro.Sento di non potermi confrontare con il mondo che ruota intorno a me, sento di non esser nato superiore all’altra gente, so di non riuscire a difendermi, per evitare contrasti che potessero turbare la mia quiete ! Ho paura del mondo, della mia stessa ombra! Costretto ad errare nella mia stessa città, nel mio stesso Paese, senza una meta, immerso di cattivi pensieri che, giorno dopo giorno, mi costringono sempre di più a non dover uscire dalla mia canonica, convincendomi a chiudere la stanza a chiave, senza far entrare nessuno,neanche la luce del sole! Sdraiandomi sul letto e a leggere tranquillamente il mio uffizio. Con lo scopo di liberare la mente. Magari fosse veramente cosi! Non spero in un domani! Il domani, può riservare un bagaglio di sorprese ed imprevisti! Non sono in grado di poterli affrontare! Perpetua, è l’unica ad avere il coraggio e la pazienza a convincermi che la vita è una cosa meravigliosa! E’ lei il mio Angelo Custode, in lei trovo la mia sicurezza! La sua perseveranza, la costanza dei suoi servigi, mi garantiscono quotidianamente tutto di cui ho bisogno.L’altra donna della mia vita, colei che mi ha generato, mia madre, pensando che non avevo forza e coraggio per affrontare la dura vita, mi ha proposto di diventare curato. Ho seguito il suo consiglio, ed ora mi sento protetto sotto questa veste nera, indossata indegnamente perché non ho mai sentito la vocazione del sacerdozio, ma per il desiderio di avere una vita tranquilla al riparo dai pericoli del mondo e di godere dei privilegi di una classe forte e riverita. Testa Costanza IIIA

  5. Marta Trinchieri ha detto:

    "Sento di non esser nato con un cuor di leone, maledizione! Quale cosa peggiore che nascere come animale senza artigli e zanne e che potrebbe essere divorato da un momento all'altro? Non sono nobile, non sono ricco, coraggioso ancor meno…" mi sono accorto di essere debole come un vaso di terracotta costretto a viaggiare in insieme a tanti vasi di ferro. Nella società in cui sono nato ci sono molti uomini potenti e io sento di non poter competere con loro. Inoltre sento anche di dover sopportare qualsiasi loro angheria, sono un uomo debole … non sono coraggioso, ho paura anche delle mosche! Non sarei in grado di difendermi!… Quando esco dalla mia canonica rimango sempre vicino a casa,per star più tranquillo dato che i pericoli si aggirano ovunque … potrei imbattermi in un gruppo di bravi, oppure essere assalito dai briganti. In questa società di tiranni non si può uscire di casa tanto tranquilli, c’è sempre qualcuno pronto a disturbare la tua quiete!. Sono stato costretto dai miei cari a diventare prete. In realtà io non ho mai avuto una vera e propria vocazione, ma sono stato costretto a diventare sacerdote, affinché potessi vivere nella tranquillità … affinché potessi campare in modo migliore, affinché avessi un tetto sulla testa! In questo modo posso vivere in una classe sicura e riverita. Soprattutto al riparo da ogni angheria! Almeno noi sacerdoti possiamo stare tranquilli, perché qualsiasi cosa succeda noi siamo protetti … e non è cosa da poco! Un piatto di minestra al giorno e una casa, pur se modesta sono assicurati !

  6. Ilaria ha detto:

    DESCRIZIONE DON ABBONDIO (monologo interiore)Sento di non esser nato con un cuor di leone, maledizione! Quale cosa peggiore che nascere come animale senza artigli e zanne che potrebbe essere divorato da un momento all’altro? Non sono nobile, non sono ricco, coraggioso ancor meno. Vivo in questa società come un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia con molti vasi di ferro, ma io non ho mai fatto del male a nessuno. Ogni sera, leggo il mio uffizio, lo chiudo di tanto in tanto e proseguo il mio cammino sul viale, lanciando con il piede le pietre, che per sbaglio, si trovano davanti a me. Cerco di essere uguale a tutti gli altri, di entrare nella società come ne fanno parte tutti, eppure non ci sono. Ho paura che qualcuno mi faccia del male, ho paura persino di me stesso e di quel che penso. E’ come se vivessi in una gabbia, devo obbedire a quel che mi dicono le persone, come Renzo e Lucia. Mi costringono a sposarli, ma non voglio farlo per niente al mondo, altrimenti quei due ceppi… Non sarò mai in grado di difendermi da quei due, devo solo obbedire e tacere. Ho dovuto obbedire ai miei genitori, che mi vollero prete. Ed oggi, grazie a loro, sono diventato questo; forse non avrei mai dovuto ascoltarli. Ho sempre desiderato una vita tranquilla, senza guai e di godere ogni giorno in tutta tranquillità e sicurezza.

  7. Cecilia Bernardini ha detto:

    "Sento di non esser nato con un cuor di leone, maledizione! Quale cosa peggiore che nascere come un animale senza artigli e zanne che potrebbe essere divorato da un momento all'altro? Non sono nobile, non sono ricco, coraggioso ancor meno…sono entrato in questa società cercando di portare del bene, ma in qualsiasi modo io mi muova vengo sempre "aggredito". Ho ascoltato e ascolto le voci di tutti ed aiuto chi ne ha più bisogno, ma vengo ricambiato con l'essere preso sempre di mira come il più debole. Mi sento come un puntino circondato da migliaia di occhi esigenti. Un vaso di terracotta costretto a viaggiare intorno a vasi di ferro. Non voglio essere considerato quello più debole, quello sempre accusato, l'ultimo tassello del puzzle della sincerità. Che cosa ho fatto di male? Non c'entro niente nelle storie altrui, loro "chiedono" e io da prete che sono mi sento di dover rispondere. Vorei solo godermi gli anni della mia vita in pace, con il mio uffizio, nel silenzio più profondo, circondato dal nulla che per me è tutto. Quando incontro qualcuno per strada ho sempre il timore che voglia "condannarmi" per quello che ho fatto, per ui con lo sguardo basso, incosciente di quello che si muove intorno a me corro per "liberarmi". Da cosa? Libertà intesa come "evadere dalla realtà che mi divora": sembra una barzelletta detta così, ma è la verità. Ho sempre mille pensieri nella testa che vacillano come le onde di un mare in tempesta, ancora e ancora. Non avrei dovuto stare fermo immobile, che vigliacco, ma sarei dovuto scappare…però poi mi avrebbero preso, ugualmente. Avrei dovuto fin dall'inizio non approvareil matrimonio? Ma perchè? Avrei dovuto reagire, ora però non posso, è troppo tardi."

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