Giorno della Memoria – IIIA

In attesa di vedere insieme lunedì il film “Kapo” (regia di G. Pontecorvo) e il documentario de “La Storia siamo noi“, oggi abbiamo cominciato a parlare di quello che accadde…o meglio, di quello che si SCOPRI’ ESSERE ACCADUTO il 27 gennaio 1945.


Vi inserisco qui i materiali che abbiamo visto insieme in classe:


1) la carta dei campi di concentramento:



2) alcune foto di Auschwitz, viste e commentate insieme:

 Cancello (dietro il quale suonava orchestrina): “Il lavoro rende liberi”
Uomini sopravvissuti 
 Arrivo
 Pennelli da barba e spazzole per capelli
 Capelli
 Baracche
 Campo dall’alto

Camere a gas 

 Imbocco dei forni
 Le divise

Bimbi
3) il canto dei bambini ebrei (tratto dal Salmo 23, che potete leggere di seguito)
 
Il Signore è il mio pastore: 
non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
 
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
 
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
 
Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.
4) la poesia di Joyce Lussu “C’è un paio di scarpette rosse” (testo a seguire)
C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica
“Schulze Monaco”
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bambino di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perchè i piedini dei bambini morti non crescono
c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perchè i piedini dei bambini morti
non consumano le suole. 
 
5) questa invece è la canzone di Guccini che non abbiamo fatto in tempo a sentire:
 
 
Son morto con altri cento, son morto ch’ ero bambino, 
passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento…. 
 
Ad Auschwitz c’era la neve, il fumo saliva lento 
nel freddo giorno d’ inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento… 
Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio: 
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento, a sorridere qui nel vento… 
Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello 
eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento, in polvere qui nel vento… 
Ancora tuona il cannone, ancora non è contento 
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento… 
Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare 
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà… 
Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare 
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà e il vento si poserà…
———————–
Sono documenti forti, ma per ragionarli e…mettere in positivo l’insegnamento che danno occorre riflettere su cosa può aiutarci a non compiere errori simili in futuro, anche nella nostra quotidianità. Questa storia, come purtroppo altre, parla di mancanza di rispetto, di mancato riconoscimento della dignità umana, desiderio di superiorità, ghettizzazione. E, attenti, sono meccanismi che si verificano nel normale interagire quotidiano, non solo nelle grandi tragedie! Escludere un compagno, offenderlo, considerarlo inferiore…sono, ahinoi, cose che accadono, magari anche in buona fede. Ma, come vi dico spesso, con le parole occorre essere molto più cauti che con i gesti: le parole vivono e, una volta sedimentate nell’animo dell’altro, crescono, si moltiplicano e finiscono per soffocare chi è stato oggetto della nostra non accoglienza. Che ne pensate? Siete d’accordo?
 
Per aiutarvi a far vostri questi materiali, per far sì che ognuno di voi ne deduca un insegnamento significativo per sé, vi suggerisco dei materiali postati su Progetto Valeo, (cliccare QUI) che parlano di RISPETTO, RISPETTO PER SE’ E RISPETTO PER L’ALTRO, NELLA SUA DIVERSITA’.
 
 
Sceglietevi pure i materiali, rifletteteci, pensateci su, interiorizzate, confrontate in positivo o in negativo. 
 
E poi…nero su bianco le vostre riflessioni, dando forma a quello che sentite dentro.
 
Postate pure qui le vostre riflessioni, nella forma testuale che preferite (testo, poesia, diario, lettera, intervista…).
 
Buona riflessione ragazzi, che sia PER VOI.
La prof
——————

QUI I LAVORI DEI RAGAZZI

Modificato da filu’ – 27/1/2006, 10:58—————-

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Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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17 risposte a Giorno della Memoria – IIIA

  1. Anonymous ha detto:

    ho avuto i brividi fino alla fie mia cara prof.ssa! credo proprio che tutti ne siano entusiasti!complimenti.rachele

  2. Cristina Galizia ha detto:

    Rachele! Ma che bello leggerti! Sono sempre argomenti pungenti e scottanti, si.Un immenso abbraccio e torna spesso qui: arringo e tutti ti aspettiamo. Ciao!

  3. Anonymous ha detto:

    “Ho compiuto un viaggio una volta, non era ciò che esattamente mi aspettavo. E’ stata una corsa contro il tempo, giorno dopo giorno. Mi avevano detto che mi avrebbero portato in un posto perfetto, rispettava tutte le mie aspettative da come me lo descrivevano così con le valigie piene di ricordi, sono andato. In questo viaggio eravamo tanti, ci chiedevamo ansiosi dove saremmo arrivati. Strano, non capivo, alcuni non volevano partire, ma venivano fatti salire a forza, con la forza di uomini armati, con un grosso casco sopra la testa e urlavano e il loro urlo ancora lo ricordo, è rimasto come un mal di testa che non vuole lasciarmi, come una melodia forte e incancellabile. I bambini, le famiglie che venivano addirittura prese a calci, con tanta violenza e i pianti, quelli a gran voce di quelli più piccoli e deboli che esprimevano tutto il loro dolore e la loro voglia di scappare, eppure era solo un viaggio, perché portavano tutti? L’idea che mi ero fatto stava pian piano perdendo il suo valore, quando davanti ai miei occhi sconcertati ho visto un alto palo, no anzi tantissimi pali cui erano legati fili spinati, sembrava una gabbia, una maledetta gabbia che ha portato via nel vento migliaia di uomini. Ora era arrivato il mio turno come quello di tanti altri bambini e uomini e donne mai più liberi, l’avevo capito, ho odiato essere un ebreo. Volevo solo avventurarmi nel viaggio di cui mi avevano parlato insieme a mio figlio, e invece è stato un incubo, da cui credo che non mi risveglierò più. Ho visto la morte. Una volta ho visto una donna con una bambina di quattro anni, o forse più piccola, essere divise: la donna cercava di liberarsi dalla forza dei soldati per raggiungere la piccola che piangeva spaesata con il suo orsetto in mano. Urlava il nome della mamma, mentre cadeva a terra, sfinita dal pianto esattamente come era successo con mio figlio. Lo avevano fatto con la rabbia, la stessa rabbia che aveva accatastato morte persone come me, colpevoli…colpevoli di cosa? di essere innocenti? Di essere come siamo, meno perfetti? Ma chi di voi è perfetto? Intanto però ora toccava ad altri. Nessuno di voi può descrivere le sensazioni che abbiamo provato, la disperazione di donne che venivano spogliate davanti agli uomini per cosa? Donne picchiate, sottoposte a esperimenti sulla loro pelle, donne forti e donne deboli. Volevano solo riabbracciare i loro piccoli, volevano la loro dignità. E noi, gli uomini, ci sentivamo schiacciati, con un cuore fallito, erano in troppi e non potevamo fare niente per le nostre famiglie. Prima ci permettevano di riabbracciarci, poi non ho saputo più niente di mio figlio. Ho visto i bambini, diventare numeri, disperarsi, morire. Come si fa a sottoporre a tutto questo i bambini? Quanto può arrivare in basso la mentalità umana? Maledetti. E’ stata quasi la morte dove speravo di non arrivare mai. Intorno una cerchia di soldati dallo sguardo dritto in un solo punto, mentre piccoli piangevano e si inginocchiavano urlando con tutta quella forza che ancora avevano, con la forza di chi non ce la fa più, di un bambino che non diventerà uomo per il semplice fatto di essere ebreo. Tu, nazista, dov’è la tua sensibilità? E poi quel maledetto giorno in cui ci hanno tagliato i capelli, lo ricordo come fosse ieri, tutto è un ricordo di ieri. Ad alcuni li strappavano, siamo persone anche noi, sai, nazista? Il dolore, era quello che non sopportavo. Non volevo soffrire per qualcosa che non avevo fatto!!!! I giorni passavano e vedevo morire le persone, quelle più disperate. Ci avevano tolto tutto, la dignità per me è tutto. Ero diventato anoressico, ero diventato uguale agli altri: era la cosa che mi faceva piangere più di tutte, uguali ma perché? Non avevo più nessuna forza. Mi inginocchiavo ai loro piedi. Ero pronto per morire anche io. Un desiderio di riscatto, non c’era più. (continua – Cecilia Bernardini)

  4. Anonymous ha detto:

    HO ODIATO ESSERE EBREO, noi eravamo la “razza” inferiore, inferiore a cosa? A chi? C’è un senso di inferiorità nel cuore di quegli animali, perché si ricordano così, come una grossa nube nera che ha intossicato migliaia e migliaia di persone. Come un branco di insensibili ed è dir poco, che hanno lasciato un segno indelebile, terribile nella storia, ma soprattutto nei cuori di ebrei spogli. Sentire senza sosta la voce di quegli assassini nella testa, tutte le immagini che mi intrappolano la mente di pensieri, e la rabbia di essermi sentito inferiore , sono riusciti a impossessarsi del mio corpo, della mia mente. Ero ancora giovane, mi hanno tolto la vita in quel momento; il futuro. Come si può arrivare a tanto mi chiedo ora? Eravamo nelle mani di uomini? Non posso pensare ai bambini morti: avevano strappato il loro “domani”, bambini sorridenti, ma solo prima di questo viaggio. Ci chiamavano, li chiamavano “sporchi ebrei”… è questo il vostro essere perfetti? Il RISPETTO, non c’è mai stato , ci consideravate come degli oggetti, ma anche noi siamo persone con un’anima, con un modo di pensare. E i bambini con quale mentalità crescono?Prima di questo viaggio, avevo insegnato a mio figlio a lottare per ciò in cui credeva, gli avevo detto di non ascoltare le voci degli altri, di essere forte. Ora non so dov’è, spero ancora nel giorno in cui mi venga a bussare alla porta e dire “Papà sono sano e salvo”. Dovevo proteggerlo, penserà che l’avrò abbandonato, chissà. Io non l’ho abbandonato, io lo porto nel cuore, voglio che lo sappia. Piange ancora il mio cuore, è il pianto di sempre, il pianto che mi ha fatto perdere tutto. Ho odiato essere ebreo, per colpa loro. Sono sopravvissuto fisicamente, ma la mia anima non sopravviverà mai. L’unica forza che mi rimane è far conoscere al mondo intero questa fetta della storia così piena di atrocità fatta dall’uomo sull’uomo. “Cecilia Bernardini

  5. Anonymous ha detto:

    Il rispetto è figlio del sapere; la paura è figlia del non sapere.Così inizio la mia riflessione, con un aforismo, perché se non si ha rispetto di una persona o una cosa, non si può vivere.Se si cerca sul vocabolario la parola rispetto si trova:1. Sentimento di stima, di considerazione che si prova verso qualcuno.2. Riconoscimento dei diritti di qualcuno.Tutto ciò che dovrebbe accadere nel mondo. Tuttavia, anche se la vita ci insegna che essere diversi è bello, ci sono persone che esprimono senza pudore il loro non rispetto. Un esempio, Adolf Hitler che perseguitò ebrei, gruppi etnici, sociali e politici. Riuscì a togliere all’uomo la dignità, il nome, i beni, gli affetti, il rispetto, la vita.Il proprio rispetto inizia quando finisce quello del prossimo.Rispetto…questa parola può anche essere vista come sinonimo di educazione: ai bambini, una delle prime cose che viene insegnata è, appunto, il rispetto, come nella poesia “I bambini imparano quello che vivono” in cui è scritto: Se i bambini vivono con l’incoraggiamento imparano ad essere sicuri di se. Evitare di dare o fare agli altri ciò che non si vorrebbe ricevere è un insegnamento molto antico e presente in più religioni.Il rispetto è una forma di fiducia. Agire in modo corretto. Non intaccare la libertà altrui. Su internet, ho scritto: Cos’è il rispetto per te? Un uomo ha risposto: Se dico tutti i miei pensieri ad una persona, significa che la rispetto, ovvero che la ritengo intelligente e in grado di capirmi. Se mi reprimo e taccio, non è che abbia tanta fiducia nelle sue capacità mentali". Allora mi chiedo: che rispetto è quello di tacere, perché immagino che si risenta per un nonnulla immaginandolo pieno di pregiudizi? Che rispetto è quello di non aprirsi all'altro, ritenendolo inferiore?Concludo scrivendo solamente RISPETTO, così, in stampato grande, perché questa parola ne vale più di mille. Flavia Mercuri

  6. Anonymous ha detto:

    O BAMBINO O bambino,tu che non hai mai avuto un'infanzia,tu che non hai mai giocato,ma hai sempre sofferto.O bambino,mi hai fatto capire molte cose,mi hai fatto capire la crudeltà delle persone,che si sono arrabbiate con te,senza un motivo,solo per il gusto di farlo…Mi dispiace,mi dispiace per la crudeltà a cui ti hanno sottoposto,MI DISPIACE. Daniele Giustiniani

  7. Simona Martini ha detto:

    Ragazzi certamente la prova non è stata tra le più semplici, siamo chiamati a ricordare, ad avere memoria, ma il ricordo non si può estinguere in un giorno…parole, voci, suoni, immagini che restano e segnano. Non è facile ascoltare come non è facile non lasciarsi prendere dallo sconforto o dalla rabbia, difficile riflettere. Vi faccio i miei complimenti, perché il ricordi resti nella memoria, ma dia anche frutti e perché non sia necessario tornare a ricordare, la memoria c'è e voi ne state costruendo passo dopo passo le basi…e benissimo.

  8. Anonymous ha detto:

    Come ogni sera, tornavo dalla mia passeggiata pomeridiana. L’aria fresca era rilassante, rigenerava i miei sensi. Infilavo la chiave nella serratura e giravo due volte, per evitare che qualcuno rubasse quelle ultime cose che mi erano rimaste, dopo essermi spogliata della mia dignità. Non avevo più nulla ormai. La casa era vuota, cupa. Forse era la mia immaginazione, ma cominciavo ad udire voci straniere; percepivo un odore sgradevole di morte; il gelo colpiva improvvisamente il mio gracile e,ormai, attempato corpo; sentivo sulla lingua l’amara paura di quegli interminabili anni che sembravano secoli. Non potevo permettermi di ricordare, il mio cuore non avrebbe sopportato tutta quella sofferenza. Con un rapido gesto accendevo la luce. E di colpo tutte quelle sensazioni svanivano nel nulla. Come ogni sera, alle sette in punto, preparavo la mia cena e mangiavo, come non avessi mai mangiato. Ringraziavo il Signore del pane che, anche quella sera, mi aveva donato. Ma, nella mia lunga e interminabile vita, c’erano stati dei giorni in cui di pane non ne avevo neanche una briciola. Quei giorni che hanno reso la mia lunga e interminabile vita senza senso. Come ogni sera, infilavo il mio caldo pigiama notando,in ogni minimo dettaglio, che la mia pelle era sempre più secca e raggrinzita. Un segno della mia sofferenza, ormai sfocato, era ancora impresso sul braccio destro, oltre che nella mia anima…ma che dico?!? Io un’anima non ce l’ho più, mi è stata rubata tanti anni fa. Quel numero, quelle lettere, tanti significati, tanti ricordi, tanto dolore. Si, è stampato ancora nella mia mente. A156B8. Cosi mi chiamavano ad Auschwitz. Non avevo più un nome, un’identità, una diversità. Ero diventata una delle tante. Avevo lo stesso pensiero, la stessa bellezza, le stesse abitudini di tutte le mie compagne della baracca numero 8. Quel giorno, quel maledetto giorno, ci presero con la forza, costringendoci a lasciare le nostre adorate case. Ci permisero anche di preparare una valigia, come se fossimo diretti in luogo di vacanza. (continua- Elisa Carrarini e Costanza Testa)

  9. Anonymous ha detto:

    Ma non era cosi.Ci fecero salire su un carro. Eravamo stretti, quasi non si respirava. Non sapevamo quale fosse il nostro destino. Il viaggio durò sei giorni. Alcuni dei miei compagni di viaggio, non sopravvissero a lungo. Non ci diedero cibo né acqua. Eravamo trattati come bestie, anzi, le bestie erano trattate meglio di noi. Ci costringevano a lottare per avere una goccia di acqua in più per dissetarci. Ci costringevano ad odiarci.Le porte si aprirono. Scesi da quella specie di carro per bestiame e cominciai a guardarmi intorno. Mi convinsi del tutto che non era un luogo di vacanza. No, non lo era affatto. Il cielo era grigio, neanche il sole aveva il coraggio di guardare con i suoi occhi quello che vedevo io. Dalle ciminiere usciva un fumo nero, di cui percepivo l’odore in lontananza. Udivo le voci di soldati che parlavano in tedesco. Ordinavano agli altri deportati di darsi una mossa, o forse parlavano a me, ma non me ne curavo. Ero intenta ad osservare, a bocca aperta quello che sarebbe stato il mio inferno. Non c'era un filo d’erba, un fiore, un arbusto per abbellire un simile panorama. Quale sarebbe stato il mio destino? Come sarei uscita da quell’incubo? In quale modo sarei riuscita a sopravvivere? L’unica cosa che in quel momento riuscii a pensare era “Dov’è la mia casa? Dove sono i miei cari? Dov’è la natura, la vita? Non c’è nessuno qui ad aiutarmi. Voglio morire!”Mi separarono da mio marito e dai miei figli. Non sapevo dove fossero diretti, non riuscivo a chiedere ai soldati se fossero morti. Volevo continuare a sperare di rivederli, dopotutto la speranza è sempre l’ultima a morire. Se avessi visto i loro corpi bruciare non sarei riuscita a sopravvivere. Ci tolsero con la forza le nostre valigie e presero anche i nostri vestiti. Ci fecero indossare un’uniforme bianca a strisce grigie. Si appropriarono di tutti i nostri beni. Non avevamo più nulla. Ci rasarono tutti i capelli. Ci toglievano la libertà, la dignità, la vita.Cos’è che avevamo fatto di male a queste persone, noi ebrei? Qual era il motivo di tanta crudeltà? Avevamo forse peccato contro i signori d’Europa? No, cercavano solo un pretesto per il loro fallimento. Quegli uomini erano solo dei vigliacchi. Forse noi ebrei puzzolenti avevamo distrutto qualche piano europeo? Eravamo così d’intralcio per la società? I giorni passavano e, nel giro di una settimana, molte compagne andavano al lavoro senza più tornare. Le speranze di riavere la nostra vita diminuivano giorno dopo giorno. Dovevo, in qualche modo uscire da quell’orrore che stavo vivendo. Dovevo testimoniare la tragica vita ad Auschwitz. Dovevo sopravvivere.Una o due volte a settimana ci dividevano in gruppi, uomini e donne, conducendoci nello studio del Dottor Mengele, che selezionava le donne che erano ancora in grado di lavorare. Senza esitazioni spediva tutte le altre nelle camere a gas o nei forni crematori. Dalle ciminiere si levavano incessantemente colonne di fumo nero. Evidentemente Mengele provava divertimento e piacere nel vedere con i suoi occhi persone che bruciavano vive.Pur vivendo in un incubo, volevo continuare a vivere. Tutti volevano vivere. Per non essere considerate inutili e senza forze in quel maledetto campo che tutti, ormai, conoscevano come “Campo di sterminio”, ci tingevamo il viso pallido e smilzo con gocce di sangue che fuoriusciva dai tagli che ci procuravamo sulle dita per apparire più colorite.(continua: Elisa Carrarini e Costanza Testa)

  10. Anonymous ha detto:

    Le notti all’interno della baracca non passavano mai. Sembrava che il tempo si fermasse. In quelle notti d’inverno, la temperatura arrivava tranquillamente sotto lo 0. La mia migliore amica Goti mori. Non sapevo più con chi parlare, con chi scaldarmi durante la notte. Nei “letti” spesso dormivamo in tre o in quattro persone, per riuscire a superare la dura e interminabile notte. Il gelo passava attraverso le fessure della porta, penetrandomi nelle vene. Quel gelo, ancora oggi, scorre nel mio sangue e mi perfora il cuore quando ripenso al mio atroce passato. Come ogni sera, mi rintanavo nel mio letto caldo. Pregavo il Signore di passare una notte tranquilla senza gli incubi che ogni notte infestavano la mia mente. Spegnevo la luce e speravo di svegliarmi anche l’indomani mattina.ELISA CARRARINI E COSTANZA TESTA

  11. Anonymous ha detto:

    che orrore,ci hanno derisi.Hanno calpestato la nostra dignità.Ci hanno trattato come bestie,forse peggio!che orrore,ci hanno preso in giro,ci hanno strappato la vitanei modi più orrendi!ci hanno marchiato a vita!che orrore,hanno testato su di noi qualsiasi diavoleria.Per loro non eravamo esseri umani.Noi eravamo ebrei,degni solo di sofferenza!che orrore,è indescrivibile c'ho che sono stati capaci di fare!godevano nel massacrarci!i loro volti cinici e insofferenti,dimostravano l'odio verso di noi!Ad Auschwitz Dio non c'era!sfruttati, umiliati,calpestati.uccisi senza dignitàbambole, ecco cosa eravamo! ad Auschwitz anche Dio ci abbandonò,perchè?Marta Trinchieri

  12. Anonymous ha detto:

    VI CHIEDO SCUSA…Vi chiedo scusa, per quello che vi hanno fatto,perché vi hanno deportati,perché vi hanno uccisi.Vi chiedo scusa, perché non hanno avuto rispetto di voi, perché vi hanno trattato da popolo inferiore,perché hanno distrutto i loro fratelli.Vi chiedo scusa Ebrei,perché gli europei non sapevano quello che facevano.GUGLIELMO RUGGERI.

  13. Cristina Galizia ha detto:

    Ricordoquel periododi sofferenzadi disprezzoda parte di esseri come noinostri fratelliRicordomomenti di solitudineper aver persola casala famigliae il nostro esser personaRicordoi miei carientrar uomini dalla porta della camera a gas uscire poi fumo dal caminodei fornivolando verso quel dio che non li aiutòRicordole urla dei bambini che col cuor pieno di puracercano la loro madrela mano dolceche li coccolòche li abbracciòe che gli diede una speranzaRICORDOTiberio Carp IIIA

  14. Ilaria Tolomei ha detto:

    Cara professoressa,le scrivo per raccontarle un viaggio verso il male che vorrei non fosse mai accaduto. Un viaggio che per un ragazzo come me sarebbe il peggiore degli incubi. Non è come vedere un film pauroso con gli amici o con chiunque altro. E’ un film che si vive veramente. Porterò sempre con me un dolore che mi avvolge l’anima. Essendo un ragazzo, non mi sarei mai aspettato dove mi avrebbero portato. Mi ricordo ancora le parole di mia madre: – Non preoccuparti, andiamo solo un po’ di giorni via, via di qui.Non ero sicuro che dicesse la verità, ma zitto e con lo sguardo pieno di lacrime, la abbracciai. Era una situazione mai accaduta prima, almeno per me. Ero abituato ad andare a scuola con i miei amici, il pomeriggio tornare a casa e fare subito i compiti e poi.. Via! A giocare di fuori con mia sorella. Facevamo di tutto, cose tra fratelli. Eravamo tutti, ma proprio tutti. E’ impossibile che non mi abbiano mai detto di questo viaggio, eppure sono abbastanza grande per capire certe situazioni. C’era qualcosa che non quadrava… Forse il papà avrà avuto qualche problema con il lavoro, ma no, che dico! Se saremmo andati a fare una vacanza ce lo avrebbero detto e, magari, avremmo deciso insieme dove andare. Eravamo in una delle tante carrozze del treno, un treno che trasportava animali, bestie. Noi non siamo mica bestie. C’erano troppe persone in quella carrozza. Tutti piangevano, si lamentavano e urlavano.(continua- Ilaria Tolomei)

  15. Ilaria Tolomei ha detto:

    Cominciai a capire che non stavamo affatto andando in vacanza. Era impossibile. Chi va in vacanza guarda sempre fuori dal finestrino con l’ansia di arrivare il prima possibile, oppure chiede in continuazione ai genitori quanto mancasse per poter arrivare. Questa non è una vacanza, è un incubo. Passavano le ore e nelle piccole finestre, la luce del sole era sempre più fioca, fino a scomparire. Una voce urlò: -Siamo arrivati!Le porte si aprirono e la gente cominciava a scendere dal treno. Gli anziani non riuscivano a scendere, perché era troppo alto, allora questi uomini con la divisa li spingevano, facendoli cadere per terra. Perché mai portare dei ragazzi in questo posto? Pensavo continuamente che ci avrebbero fatto studiare da pazzi, o magari, saremmo stati i loro servi. Non vedevo scuole, non vedevo case, ma soltanto baracche e un’altissima rete spinata. A cosa serviva? Per non far scappare chi o cosa? Era una gabbia, di sicuro. Un faro era puntato contro di noi accecandoci gli occhi. Stavano dividendo i figli dalle madri, gli uomini dalle donne. Non volevo separarmi da mia madre. Per ora non c’era da preoccuparsi, c’era mia sorella con me. Uomini, donne e anziani venivano fatti spogliare e portati in una grande stanza. I soldati li rassicuravano dicendo che era soltanto una doccia. Non c’era cosa peggiore di questa. Cominciavano ad urlare, cercando di fuggire, ma i soldati gli puntavano contro il fucile, costringendoli ad entrare nella doccia. Era l’ultima volta che vidi mia madre. Mio padre lo vedevo lavorare, stanco non ce la faceva più. Doveva fingere di star bene, altrimenti sarebbe morto anche lui. Mia sorella ed io eravamo riunchiusi in una baracca insieme ad altri bambini. Avevo visto la morte. I bambini piccoli venivano fatti uccidere, perché non avrebbero avuto la forza per lavorare. Mia sorella piangeva, ma la rassicuravo dicendole che un giorno saremmo scappati, oppure che qualcuno ci avrebbe salvato. Avevamo dei vestiti puzzolenti, sporchi e rigati di bianco e di celeste. Sul braccio avevamo un numero strano, un tatuaggio. Alcuni soldati ci portavano del brodo. Uno per pranzo e uno per cena. Mia sorella ed io eravamo costretti lavorare come tutti gli adulti, presto ci avrebbero ucciso. Una sera uscii per andare a prendere dell’acqua. Dovevo stare attento. Se mi avrebbero preso, cosa sarebbe successo? Mi avrebbero ucciso con un colpo di fucile? Riuscii ad arrivare sano e salvo alla baracca. Mentre tornavo con il secchio pieno d’acqua sentii un odore alquanto strano. Una fossa piena di calce e con persone morte. Non avrei voluto vederlo. Il mio cuore mi usciva fuori dal petto, il mio respiro sempre più affannato. Ad un tratto vidi un qualcosa di strano, forse la libertà. Mi avvicinai sempre di più e vidi un buco nel filo spinato. Andava oltre il campo di lavoro. Il secchio cadde e mi bagnai i piedi, ma subito corsi da mia sorella. Con le lacrime negli occhi la portai con me e così riuscimmo ad essere liberi per sempre.Non so come sono riuscito a ricordare questo, eppure l’ho fatto. Non tornerò mai più in Italia, forse per un saluto a lei e ai miei compagni. Resterò ad abitare da mia zia, sperando che lei ci cresca come una madre. Spero che riuscirai ad avere questa lettera e a capire quanto dolore ho provato a perdere mia madre. La mia richiesta è: aiuta i miei compagni a diventare dei veri esseri umani. La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere le persone più umane.

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