Incontro con la Storia: incontro con Sami Modiano

Questo è il mio PRIMO post personale su Arringo. Finora non ho mai scritto di me in questo blog, perché l’ho pensato e voluto come angolo  per i miei alunni e basta. Non un blog personale, ma un blog di narrazione per i ragazzi.
Ma oggi ho bisogno io di parlare, ho un bisogno immenso di scrivere e raccontare…quello che provo.
Chiedo ai lettori di accogliere con benevolenza questa piccola pagina diaristica: dietro c’è il bisogno di dar forma a delle emozioni forti al punto da stordire.


Oggi, 12 Marzo 2012, insieme alle classi 2e e 3e della scuola media di San Vito ho partecipato….ad un incontro con la Storia, che anelavo da tempo, ma che la vita si era divertita a farmi dribblare. Un incontro con una pagina di storia ancora viva e dolente, maledettamente bisognosa di essere raccontata alle giovani generazioni senza filtri.


Ho incontrato Sami Modiano.


Non un cantante, non un calciatore.
Un ebreo deportato.

LA STORIA DI SAMI: IL SUO RACCONTO

Sami Modiano, un ebreo deportato da Rodi nel luglio del ’44, insieme all’intera comunità di 2500 ebrei. Un viaggio, in realtà, iniziato ancor prima di quella data, quando a soli 8 anni, nel mezzo della terza elementare, fu convocato alla cattedra dal maestro che, a voce bassa e sguardo atterrato, comunica che <<era stato espulso>> dalla scuola e che la spiegazione gliela avrebbe data il padre…Per Sami, bambino ebreo di 8 anni, la scuola finì allora, alla terza elementare neanche compiuta. 


Arriva poi il luglio dei suoi tredici anni e con tutta la comunità viene deportato dall’isola in battelli per il trasporto bestiame: 500 persone a battello, con lo spazio appena per stare seduti ed escrementi di animali dappertutto. Un odore pestilenziale in uno spazio ristretto e infuocato. Una settimana ci vorrà, ammassati sui battelli, per arrivare in Grecia. Da lì, poi, 3 settimane di viaggio verso la Polonia, al caldo di un agosto torrido, con 5 secchi di acqua in un vagone con 90 persone stipate dentro…3 settimane…3 settimane lunghissime, con una sola pausa a settimana, per gettare fuori i cadaveri e riempire i 5 secchi di acqua.


Poi l’arrivo a Birkenau, la separazione uomini/donne, Sami che riesce a rimanere col padre Giacobbe, ma che vede sua sorella Lucia, di appena 3 anni più grande, essere strappata dalle mani di un padre dilaniato dal dolore…Davanti a lui, racconta, un ufficiale tedesco, il cui nome non vuole nominare: muovendo l’indice a destra e sinistra, dopo una fugace occhiata al prigioniero, decide se quella persona è abile al lavoro o se deve “andare di là”, in quel “là” che Sami scoprirà più tardi essere le camere a gas…
Dei 2500 prigionieri deportati, fecero salvi 350 uomini e 250 donne: 1800-1850 prigionieri, in maggior parte bambini, furono immediatamente gassati…Amici di giochi, compagni, figli di amici, parenti, vicini di casa….tutti nelle camere a gas. Con un semplice movimento del dito.


Lui e il padre vengono collocati al Lager A, ma in baracche separate; Lucia al lager B. <<Eravamo fortunati>> ha raccontato Sami <<Noi almeno eravamo salvi e vicini>>. Poi…il marchio del numero: <<Mio papà mi teneva sempre per mano, sempre stretto. Ci fecero poggiare il braccio sinistro su un tavolo: Giacobbe Modiano numero B7455; Samuel Modiano B7456. Tra Giacobbe e Sami un solo numero di differenza>>.


Prosegue il racconto, raccontando le enormi sofferenze, il freddo, l’umidità, i piedi gonfi, un solo pigiama addosso a -15 °C e lui, il giovane Sami, che ogni sera va alla baracca del papà, per parlare un po’ con lui. Fin quando gli dice che vuole rivedere sua sorella e il padre, silente, non lo trattiene. Sami andrà quindi a passeggiare più volte lungo il filo spinato che divideva il Lager A dal Lager B, nella speranza di rivedere Lucia. Al 4° giorno, un incrocio di sguardi, un qualcosa che scorre sotto pelle: allora ecco che mette a fuoco meglio, ma non crede, non ci crede..non può essere…uno scheletro di donna, con la testa rasata e un pigiama a righe alza un braccio in segno di saluto: Lucia, la sua Lucia che <<era una bellissima ragazza dalla chioma nera>> ora era uno scheletro vivente. 
Sami si commuove…le mani tremano durante il racconto…Ricorda che andò dal padre a raccontare che Lucia era viva, ma che era sofferente. <<Da allora mio papà divenne intrattabile, un’altra persona. Gli chiesi se voleva venire con me una sera. Non mi rispose, ma col solo cenno della testa mi fece di no. Non capivo, l’ho giudicato male a mio papà in quel momento…Poi ho capito che non voleva vederla ridotta in quello stato, che voleva conservare il ricordo di quando era bella>>
Per 3, 4 giorni Sami incontra Lucia, ma poi una sera non si presentò più. La sua Lucia…


Passarono alcuni giorni ed una sera Giacobbe disse al figlio: <<Domani se non mi trovi non ti preoccupare. Tu sii forte. Vado in ambulatorio>>. La voce di Sami si fa rotta e stentata. <<Sapevo, a 14 anni, cosa voleva dire “vado in ambulatorio”: tutti quelli che andavano in ambulatorio finivano nelle camere a gas…No papà, non devi andare! no, no, no!>> <<Non ti preoccupare, mi cureranno, ho solo i piedi gonfi>> << Avevo capito: mio padre aveva capito che non ne saremmo usciti e aveva deciso di farla finita…In poco tempo ho perso le cose più belle che avevo nella vita>>.


Arriva il gennaio del ’45. Intanto Sami pensa sempre più spesso a suicidarsi contro il filo spinato, ci proverà più volte, ma un qualcosa che lui non sa definire lo ha sempre trattenuto dall’allungare la mano.
I russi erano vicini e i tedeschi decidono di spostare i deportati di Birkenau ad Auschwitz: 3 km, sotto la neve, al freddo, in grave stato di deperimento. La marcia della morte.
Sami era uno scheletro, uno scheletro di 14 anni e mezzo. A stento fa 2 km, poi si accascia, mettendo il volto a terra e i palmi delle mani sulla nuca <<Sapevo che presto sarebbe arrivato il colpo alla nuca, lo sapevo, me lo sentivo, ma ero sereno>>
Qui il racconto si fa ancora più intenso e la voce tremante.
<<Ragazzi, qui è accaduta una cosa stranissima, che non poteva accadere. Durante le marce NESSUNO poteva fermarsi, figuriamoci soccorrere qualcuno. Non so come è accaduto, è strano, strano, strano. Non poteva accadere. Sono stati due angeli custodi. Mi hanno preso sotto braccio e mi hanno trascinato per l’ultimo chilometro. Poi ho perso conoscenza. Quando mi sono svegliato, ero vicino ad un cumulo di cadaveri congelati, dentro ad Auschwitz. A 150 metri un fabbricato. A fatica ho strisciato fin lì: se non volevo morire congelato, dovevo arrivare lì. Lì dentro c’erano Pietro Terracina e Primo Levi. Lì ci hanno trovato le dottoresse russe>>.


Sami racconta con fiato spezzato, incredulo, attonito e tante volte ripete << Perché? Perché io? Perché io si e gli altri no?>>. Racconta che per anni queste domande lo hanno tormentato, fin quando non ha cominciato a girare per le scuole, a raccontare la sua storia, fin quando non ha capito che la risposta al PERCHE’ poteva essere : “PERCHE’ TU SAMI DOVEVI RACCONTARE”.
———————


LE MIE RIFLESSIONI


Scrivo a fatica, stordita, ancora con le lacrime agli occhi. Mi sembra di vederlo davanti a me quel padre che urla e si dimena per non farsi strappare la figlia, mi sembra di vederlo quando rifiuta di incontrare la sua Lucia morente, mi sembra di conoscere tutti i 1800 ebrei gassati senza neanche una speranza di salvezza. Mi sembra di sentire il pianto dei bambini, piccoli, strappati dai genitori, denudati, al freddo, disperati perché convinti di essere stati abbandonati, mi sembra di sentire mia la solitudine di Sami quando tornò alla baracca 11 e il padre non c’era più. E’ stato straziante, dilaniante, un dolore reale, non metaforico, che prende le viscere, le mie viscere di donna e madre: una fitta al ventre e una stretta al cuore. Ho visto teorie e teorie di bambini grigi e a righe sfilarmi davanti, in fila, anonimi e tristi, con un solo numero sul braccio: <<Tra Giacobbe e Samuel un solo numero>> ha ripetuto più volte…
Vorrei scrivere, vorrei tirare fuori quel groppo in gola che mi sento, far capire il malessere che m’ha lasciato questa storia: una storia che è sì degli ebrei, ma anche di tutti quelli che sono emarginati, odiati, considerati inferiori, schiacciati dall’egoismo e dal non rispetto. Parafrasando Primo Levi, Auschwitz non è morto, serpeggia tra di noi ogni volta che odiamo qualcuno, che lo consideriamo inferiore.
Ho pianto
Ho pianto
Ho pianto


Alla fine dell’incontro molti ragazzi hanno letto i racconti e le riflessioni che avevano scritto: dai piccoli delle elementari di Carpineto e Montelanico, ai “grandi” di San Vito: è stato emozionante. A Sami brillavano gli occhi e aveva un volto sereno: cosa avrà provato a vedere ragazzi come il piccolo Sami di tanti anni fa, sani e ben vestiti, che gli parlavano di quello che fu?


Questi i lavori consegnati dalla IIIA, elaborati dopo la Giornata della Memoria

 

LAVORI
Sono lieta inoltre di ospitare qui sul blog l’elaborato di Sara Luigia Tomasetti (IIA), anch’esso letto in questa occasione:


In ricordo di Auschwitz … 


In ricordo dei bambini,

quei bambini che dopo l’interminabile viaggio in treno

erano felici, felici di uscire da quell’affollamento in cui erano accalcati come bestie,

felici di poter essere liberi, felici di divertirsi con la neve,

felici di rallegrarsi tutti insieme in gioco,

quel gioco che ben presto si sarebbe trasformato in sofferenza,

in morte; il fumo si sarebbe confuso con il cielo bigio, malinconico

portando con sé i sorrisi, i suoni delle risa di quei bimbi ignari.

In ricordo delle donne,

quelle donne che niente potevano,

solo cercare di rendersi belle con il proprio sangue per avere un’altra speranza,

la speranza di vivere ancora un giorno, due, tre

quanti non si sa, bastava vivere, vivere in quella desolazione,

in quel campo freddo, funebre, in attesa che qualcuno venisse a salvarli.

In ricordo delle mamme,

quelle mamme che impotenti potevano solo restare a guardare,

guardare gli aguzzini che strappavano dalle loro mani i figli

che piangevano, si disperavano di fronte le urla delle madri.

In ricordo degli uomini,

quegli uomini che venivano allontanati dalle loro famiglie,

incapaci si sentivano, non potendo difendere i figli, le mogli

inutili si sentivano, davanti a quelle ingiustizie

e lavoravano, lavoravano sorvegliati per poter vivere,

sperando di poter vedere ancora un po’ i loro cari,

ed era quello sguardo dolce che contava sopra tutti i volti stanchi e arresi,

quello sguardo bastava a rallegrarli, a dargli una ragione per andare avanti.

In ricordo di Auschwitz,

Auschwitz che ancora oggi porta con sé

I ricordi della pioggia che scendeva sulla ruggine dei pali,

dei grovigli di ferro, portando via migliaia di vite che avrebbero potuto essere risparmiate.

Tutto per colpa dell’uomo, l’uomo che ancora oggi continua a distruggere il mondo …


Sara Luigia Tomassetti (IIA)
 
 



Abbiamo finito l’incontro con un minuto di silenzio <<perché, vi prego, la tragedia non vuole applausi>>.


Concluso il minuto di silenzio, tutti i ragazzi dagli spalti gli sono andati incontro: un autentico bagno di folla. Al centro un uomo che dimostra di meno dei suoi 82 anni, sorridente, benedicente, che accarezza i volti dei ragazzi, chiedendogli il nome…Perdonatemi, ma in quell’attimo mi è parso di rivedere il mio Giovanni Paolo II.

—-

Voglio chiudere questo post, raccontandovi un’ultima cosa, che porterò sempre con me.
Con le lacrime agli occhi, mi sono avvicinata anch’io per salutarlo:
<<Sami, buongiorno, sono un’insegnante…grazie>>
<<Cosa insegna?>>
Rispondo a stento <<italiano e storia…>>
Fissandomi con gli occhi piccoli e sorridenti e stringendomi ancora più forte la mano, mi ha detto: <<Allora quello che fai tu è più importante di quello che faccio io>>.


Non ti dimenticherò Sami, non dimenticherò quello che mi hai raccontato e se tu sei sopravvissuto per raccontare a noi quello che è stato, io insegnerò per raccontarlo ai miei alunni, per spingere ancora più in là il ricordo della tua sofferenza. Per tutti i Samuel, i Giacobbe e i Lucia che hanno sofferto. 

GRAZIE.

 

In chiusura, permettetemi di ringraziare la prof.ssa Marisa Tola, una collega in gamba ed una persona appassionata che ha organizzato e permesso l’incontro con la storia. Anche a te, Marisa, grazie.

Cristina
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Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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7 risposte a Incontro con la Storia: incontro con Sami Modiano

  1. Velvet ha detto:

    Questo commento è stato eliminato dall’autore.

  2. Velvet ha detto:

    Vorrei ringraziarla perche mi hafatto conoscere l' incredibile storia di questo uomoDal' suo testo veramente commoventenon ho potuto altro che fare la traduzionenella mia lingua per far conoscere la sua storia anche alla gente del mio paese Grazie

  3. Carmelita Felice ha detto:

    Toccante testimonianza che condividerò coi i miei alunni: Grazie, Cristina!

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