Narrare secondo diverse tecniche: miscellanea di strategie -IIIA

Sono diverse le tecniche di narrazione che abbiamo affrontato in IIIA, sia quest’anno che durante il triennio. E’ giunto quindi il momento di sfoderare le capacità acquisite, attraverso testi che presuppongano:

  • cambi di focalizzazione
  • cambi di narratore
  • cambi di tempi (anacronie)
  • uso di particolari tecniche descrittive



A questo, i ragazzi devono aggiungere, in modo finalizzato alcune particolari figure retoriche.
Questa la consegna con la quale venerdì scorso hanno cominciato a vedersela i ragazzi di IIIA (qui il link al doc):

Una consegna difficile, senza dubbio.


I ragazzi hanno cominciato a lavorarci a gruppo, a coppie o anche da soli.


A voi i loro testi.


Che ve ne pare?

Buona lettura
La prof.
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Ricordi chiusi in un baule. 


Come ogni giornata fredda e uggiosa, Andrea era costretto a restare in casa. Da quando i suoi genitori si erano separati, il ragazzo viveva nella villetta di periferia di sua nonna. In quell’anonima abitazione, isolata dal resto del mondo, Andrea non trovava una stanza tutta per sé, una stanza dove lasciarsi andare alla quiete, una stanza dove abbandonare la sua mente intrisa di paure e preoccupazioni che lo tormentavano nel profondo. L’unico luogo in cui poteva sentirsi davvero libero era la piccola altalena di legno nascosta tra i rami pieni di vita dell’antica quercia. Era l’unico mezzo che gli permetteva di fantasticare, sognare, volare. Quando si dondolava su quell’altalena, si sentiva sciolto da ogni obbligo, libero da ogni catena. Gli era concesso entrare in tutte le stanze di quell’enorme casa, mentre gli era proibito accedere in soffitta. Continuava a piovere ed era impossibile scendere in giardino a giocare; la curiosità s’impossessò di lui spingendolo a varcare la soglia della stanza proibita: gli sembrava l’unico modo per dare un senso a quelle giornate che il tempo aveva fatto tristi e anonime. 

Non era come l’aveva immaginato. Credeva ci fosse un qualcosa di misterioso che sicuramente sua nonna non voleva svelargli. La stanza sembrava che non venisse aperta da secoli, sembrava essere stata dimenticata, sembrava essere abbandonata dal tempo e dalla storia. Tutto lì era polveroso. In ogni angolo della stanza, regnavano indisturbate le ragnatele che qualche ragno aveva tessuto. Ai lati delle pareti scrostate e muffe, si ergevano imponenti scaffali di legno antico, che padroneggiavano nella stanza. Ogni ripiano era fitto di libri dal dorso di pelle consumati e macchiati dal tempo, sui quali dominava inosservata la polvere. L’ambiente era privo di luce. Il silenzio polveroso era interrotto soltanto a tratti dal rosicchiare di un topo, annoiato come lui. Al centro della stanza, era posto un vecchio baule, che aveva tutta l’aria di esser stato trascurato da tempo immemore, chiuso da un lucchetto arrugginito. 
Andrea era incuriosito da quello strano oggetto posto davanti ai suoi occhi. Tentò invano di aprirlo, ma aveva bisogno della chiave per scoprire i segreti che erano contenuti all’interno dello scrigno. Cercò di capire dove la nonna potesse aver nascosto la chiave. Scese in punta di piedi, entrando in camera della nonna. Aprì il cassetto del comodino, accanto al suo letto. Frugando tra scatole di fazzoletti, giornali e creme varie, riuscì a trovare una piccola chiave dorata, decorata da un fiocco a pois blu. Senza esitare, sgattaiolò dalla stanza da letto e tornò in soffitta. Con la mano tremante di chi è emozionato all’idea di poter scoprire nuovi segreti, infilò la chiave nella serratura. Non ci volle molto per aprire il baule, con uno scatto deciso, aprì lo scrigno e si trovò davanti una densa nuvola di polvere. Quello che trovò era solo un mucchio di foto in bianco e nero che raccontavano la storia di un uomo. Non capiva chi fosse, non riusciva ad identificare il suo volto. Improvvisamente qualcosa colpì la sua attenzione.

Cos’è questo? Che sarà mai? Sembra un diario, anche molto antico. Vediamo un po’ di chi è la scrittura … E’ Familiare!….“Piave, 1917”… Piave? Accidenti! Nonno! E’ il diario di nonno! Ecco chi era quell’uomo nelle foto! Perché quella divisa? Era davvero un bel ragazzo! Voglio saperne di più: direi di iniziare a leggere il diario, così scoprirò qualcosa in più sulla vita…

Andrea non era più nella pelle: non riusciva a capacitarsi di quel ritrovamento. Aveva tra le mani non solo un pezzo di storia, ma i sentimenti di quel nonno che la vita non gli aveva fatto conoscere! Soffiò sulla ruvida copertina di pelle e una nuvola di polvere lo investì in pieno volto. 

Amore mio,

sono qui in trincea da più di un mese, ormai. E’ gennaio e la temperatura arriva facilmente sotto lo zero, specialmente di notte. Sai, ho paura. Ho paura di non potermi risvegliare il mattino con la luce dell’alba. Ho paura di non potervi più rivedere. Ho paura che tutti i nostri sogni, un giorno, saranno seppelliti insieme a me, sul mio corpo inanimato. Tutto questo non mi sembra ancora vero. Ho l’impressione di essere ancora tra le vostre braccia. Ho l’impressione che i nostri sguardi s’incrocino ancora. Ho l’impressione di sentire il calore delle vostre labbra posate sulle mie. Ma poi mi guardo intorno e voi non ci siete. Tutto ciò che vedo è solo disperazione e morte. Tutto ciò che vorrei è esservi vicino. Come posso combattere con il rimorso di avervi lasciato, donna mia? L’unica cosa che sembra davvero reale, in tutto questo, è la vostra mancanza. Mi sento perso, senza nessuno accanto. Forse dovrei farla finita e buttarmi su quel filo spinato, come hanno fatto molti dei miei compagni di battaglia. Ma poi penso che voi mi state aspettando e non desiderate altro che gettarvi tra le mie braccia…allora credo che valga davvero la pena di soffrire e di aspettare, se poi il premio è rivedervi.
Ricordate il nostro primo incontro? I miei occhi non vedevano altro che il vostro volto e voi che distoglievate lo sguardo perché l’imbarazzo prendeva il sopravvento. Ero riuscito finalmente a conquistarvi dopo tanto tempo, ma la guerra mi ha portato via da voi e dalla vostra vita. Con voi ero davvero felice e ora, invece, sono perso senza i vostri occhi, il vostro sorriso, il vostro amore.
Mi ritrovo a combattere per una guerra che non ho deciso io. Una guerra che vede stragi di innocenti. Una guerra decisa da persone che non conoscono il sacrifico e il valore della vita. Una guerra a cui io e nessun altro sopravvivrà. Perché disprezzare così la vita altrui? A quest’ora potrei avere una famiglia, essere felice, rendervi felice. Se non tornerò a casa ricordatevi di me, di quanto v’ho amata, di quanto voi siate stata importante per me. Devo lasciarvi.

Pensatemi.”

Cosa avrebbe pagato Andrea per essere lì e dare conforto a quel ragazzo impaurito! L’avrebbe voluto abbracciare, dirgli di non aver paura, che ora c’era lui a fargli compagnia. Gli avrebbe raccontato avventure, avvenimenti di ogni tipo pur di renderlo felice. Avrebbe voluto sentire il suono della sua voce. Avrebbe voluto ascoltare la sua storia. Avrebbe voluto asciugare le sue lacrime. Sarebbe stato un ottimo compagno di trincea. Sarebbe stato il suo valido appoggio. Sarebbe stato qualunque cosa di cui avesse bisogno: un fratello, un amico, qualcuno con cui parlare e sfogarsi. Non avrebbe avuto esitazioni. Sarebbe corso ad aiutarlo in qualsiasi momento. Non sapeva perché aveva quel vago bisogno di aiutare qualcuno che ormai non c’era più, ma si sentiva in debito con se stesso, per esser nato nel ventesimo secolo. Voleva bene a suo nonno, anche se non gli era stato possibile conoscerlo.

Scese dalla soffitta con passo lento e pesante. Ad Andrea sembrava di avere piombo al posto dei piedi. Doveva poggiarsi sul corrimano per non scivolare. Era come se le sue gambe non obbedissero più ai comandi della sua mente. Quello che scese, non era più un ragazzo annoiato e infelice. Scese un ragazzo, cresciuto in un giorno di tanti, forse troppi, anni tutti insieme.

Costanza Testa & Elisa Carrarini. 

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Era una giornata di primavera, e, come accadeva sempre negli ultimi tempi, fuori pioveva. Nel frattempo Andrea, un ragazzo che si direbbe “normale”, ovvero coi normali grilli per la testa di un adolescente inquieto, decise di andare in soffitta per frugare nei ricordi, tanto per passare il tempo.

Amava rifugiarsi lì, in quel posto, perchè lo aiutava a riposarsi e a riflettere sulle cose che nella vita avrebbe potuto fare. 
Tutto lì era polveroso: dai muri, agli scaffali, al tavolo. Tutto era coperto di grigio, come il tempo passato.
Cominciò a frugare, come se stesse cercando qualcosa che non aveva fin ora visto. Si muoveva, rompendo ragnatele, smuovendo qualche mobile e spazzava via tutto ciò che non gli serviva. Alla fine, la sua attenzione fu catturata da un baule, impolverato, ammuffito e mezzo ammaccato. Andrea lo lo aprì incuriosito e trovò per prima cosa un cannocchiale ed una vecchia penna a stilo di 100 anni fa, poi delle foto del bisnonno da piccolo e alcune di quando si era arruolato nell’esercito della prima guerra mondiale. Nascosto tra mille ricordi, alla fine trovò un vecchio libro ammuffito e impolverato. Lo spolverò e cominciò ad aprirlo e a sfogliarlo: sulla prima pagina c’era scritto ”DIARIO DI  ANTONIO RICCI 1915-1916”.
Alla vista di questa scritta, Andrea ebbe un sussulto e cominciò incuriosito ancor di più a sfogliarlo e a leggerlo…

Caro mio parente, se state leggendo questo diario sinifica che io sono finalmente passato a migior vita e che sono nella pace di cui ho sognato tanto. Scrivo per raccontare le mie più brutte esperienze in guerra al fianco di Cadorna. Credevo che arruolarmi nell’esercito avrebbe fatto di me un’uomo di onore me invece mi ritroco qui infossato in trincea da più di 3 anni senza un minuto di riposo,senza cibo ne acqua e senza la mia famiglia. Stimo combattendo a più di 4000 metri di altezza, sulle alpi, dove il gelo mi entra nelle ossa fin al nervoso, l’odore dei morti accanto a me che una volta erano i miei compagni, i miei amici e forse i miei fratelli. Quel suono assordante dei proiettili che passan accanto alle mie orecchie come fossero zanzare ma col fatto che un solo suono si quello poteva costare la vita a uno di noi. La luce opaca del cielo mi oscura gli occhi, facendomi credere che quel nostro Dio non sia più con noi. Cadorna urla d’esser uomini e morire se necessario per la gloria della nostra patria, ma noi “uomini” non lo siamo più! Questa guerra ci ha tolto il nostro essere persona, ci ha tolto i nostri amici , la nostra famiglia , ci ha toloto tutto….tutto tranne l’esser carnefici, animali e l’esser macchine da guerra. Siamo tutti dei bambini, che vorrebbero stare in braccio alla propria madre e sentire il calore del suo affetto ; invece dobbiamo stare qui a combattere tra noi, impauriti dal sanguinoso conflitto di due nazioni , durante il quale, se si muore, nessuno ti guarda, nessun che cerca di incoraggiarti e di darti la forza per continuare a vivere, nessuno ti considera persona, ma solo una carcassa che puzza e che occupa solo spazio prezioso per rifugiarsi. Per questo, caro mio discendente, se hai compreso quello che voglio dire non commettere gli stessi errori del mio tempo, anzi aiuta a migliorare la vita di questo paese, di questo mondo che non credo sia stato dimenticato del tutto da Dio.”

Non avrebbe mai creduto che una simile guerra potesse far tanto male alle persone, e che una normale persona potesse soffrire così tanto solo perché nata in un periodo sbagliato, senza pace.

Andrea scese subito dalla soffitta, ma quello che scese non era più il piccolo tempistello di quartiere, ma un ragazzo maturo e responsabile.


Tiberio Carp
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La soffitta dei ricordi 

Amava perdersi tra quei ricordi, tra quegli oggetti che sembravano parlare di tempi primordiali: gli sembrava l’unico modo per dare un senso a quelle giornate che il tempo aveva fatto tristi e anonime. Anche quel giorno Andrea aveva deciso di tornare nella buia e polverosa soffitta che giaceva sulla sua piccola cameretta. Sdraiato sul letto con gli occhi rivolti sul soffitto, aspettava il momento in cui la mamma sarebbe uscita per lavarsi, vestirsi in fretta e correre in soffitta. Tutto questo provocava in lui un tumulto di emozioni: era salito già più di qualche volta per curiosare in quel posto proibito e pieno di misteri. Salì le scale a quattro a quattro, prese le chiavi che la mamma nascondeva dietro un vaso, aprì ed entrò. 



Le finestre erano soffocate da un esercito di ragnatele, aumentate dall’ultima volta, che non permettevano alla luce del sole di illuminare quel luogo privo di ossigeno, maleodorante, inquietante; le pareti dormivano sotto una coperta fredda, umida, inespressiva, sulla quale viaggiavano indisturbate nuvole di muffa; tutto era accatastato e coperto da cumuli di polvere; il pavimento di legno cigolava sotto i suoi passi lenti, di chi teme possa accadere l’inaspettato; nell’angolo più buio si intravedeva un vecchio orologio a pendolo con le lancette ferme alla mezzanotte, chissà di quale anno e di quale giorno e tutto faceva pensare ad un film dell’horror. Andrea era lì sempre più impietrito dalla paura, ma voglioso di frugare in quella soffitta. Camminando nel buio improvvisamente Andrea inciampò e cadde su un grosso baule fuggito dal tempo, logoro, che lasciò sulle sue mani un misto di cenere e polvere: cominciò a starnutire, per quella miscela acre che involontariamente aveva inalato. Tutti gli scaffali erano pieni di libri che regnavano sovrani aspettando che qualcuno li aprisse, erano di vari formati e colori più o meno ingialliti. Il suo occhio cadde su quello che aveva una bordura particolare, quasi come fosse stata ricamata di un rosso scarlatto con incise delle iniziali. Il suo braccio si allungò involontariamente per prenderlo. Andrea percepì subito che si trattava di un libro legato alla sua famiglia; lo poggiò con cautela sull’unico tavolo posto al centro della soffitta e cominciò a sfogliarlo molto lentamente per paura di romperlo e con il rumore continuo del suo cuore emozionato. Il ragazzo percepì dall’usura dei fogli che si trattava di un libro molto letto e portato sempre dietro. Un libro a cui una persona aveva tenuto moltissimo, perché anche se impolverato trapelava una copertina lucida dal continuo contatto del suo lettore. Improvvisamente il suo cuore si bloccò.

Cos’è questa? Che sarà mai? Sembra una lettera d’oltre tempo!..E la scrittura di caratteri antichi, spedita alla famiglia Bernardini…Tutto è familiare!…”Piave 1917”…Accidenti! E’ la lettera del nonno!..Scritta forse durante la Prima Guerra Mondiale! Questo è un cimelio di guerra..! Ho in casa un documento così importante e nessuno me ne ha mai parlato..E’ qualcosa da incorniciare, perché si tratta di un nonno che non ho potuto mai conoscere e a quale sono molto legato, mi sento emozionato…

Andrea cominciò a sudare, finalmente aveva qualcosa che era appartenuto al nonno mai visto, ma amato quanto il suo cuore più poteva, soltanto dai racconti della mamma. Ancora non riusciva ad aprire quella lettera, le mani e braccia tremavano di continuo ed era così felice e curioso di sapere il contenuto. Avrebbe riso o pianto? Si trovò un angolo tranquillo e raccolto in quella soffitta e piano piano aprì quella lettera già letta tanti anni fa e richiusa dal peso del libro in cui si trovava.

“Cara Marisa,

ti scrivo in questo luogo pieno di rabbia e dolore, dove tutto è inverosimile e dove ogni cosa sembra inopportuna. Anche oggi ho sparato di continuo, ucciso persone e sono ancora vivo, ma solo fisicamente. Il mio cuore continua a battere, ma è un battito “a morte”. L’unica cosa per cui vado avanti è il desiderio di godere della vista solo per un giorno, anzi solo per un attimo del tuo bellissimo viso, così roseo e profumato. Quando sono in trincea in mezzo al fango e al freddo spesso mi capita di chiudere gli occhi e di sognare di averti vicino a me. Tu, che per me sei ragione di vita, sei il mio amore sopra ogni cosa. Ti immagino spesso nella nostra piccola casa, alle prese con le tue faccende domestiche ed io a spiarti. Amore mio, ieri dopo tanti giorni di buio abbiamo ricevuto una buona notizia dal comandante: ci concederà una piccola licenza. Quindi dovrei tornare da te, sempre se continuerò a vivere. Non preoccuparti per me, qui è dura sì, ma purtroppo la vita del soldato è questa, anche se ad occhi aperti sembra tutto inutile. La guerra tra umani è qualcosa di crudele. Ci spariamo, ma entrambi con la paura e spesso lo facciamo ad occhi chiusi. E’ finita la mia ora di pausa, devo lasciarti. Ti amo tanto e spero di farti una bella sorpresa. Sei sempre nel mio cuore e nella mia testa. Un abbraccio e un grosso bacio.

Tuo Peter.”

Andrea si alzò alla fine della lettera, si trovò il volto bagnato e con gli occhi pieni di lacrime. Suo nonno era stato non solo un grande soldato, ma anche un vero marito innamorato della sua donna, a cui aveva donato tutto il suo cuore. Gli sarebbe piaciuto essergli accanto per consolare quel ragazzo impaurito, ma forte da poter affrontare tanto dolore che ogni giorno gli si presentava. Ringraziarlo per il suo grande sacrificio a nome della patria. Con quella lettera così piena di sentimenti e d’amore aveva conosciuto un aspetto del nonno che non pensava di immaginare. Forse perché si era sempre immaginato una persona anziana, stanca della vita, invece anche suo nonno era stato un giovane con un cuore pieno di emozioni.

Chiuse la lettera con l’impegno di incorniciarla per poterla vedere e leggere ogni volta che ne aveva bisogno. Uscì dalla soffitta, ripose la chiave dietro il vaso e mentre scendeva le scale pensava alla fortuna che aveva avuto a trovare quella lettera, perché gli aveva aperto gli occhi su una parte della storia che suo nonno aveva vissuto così intensamente e il suo compito era quello di vivere la vita amando.

Cecilia Bernardini
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Come ogni giornata fredda e uggiosa, anche quel giorno Andrea era andato a rifugiarsi nella soffitta di casa. Amava perdersi tra quei ricordi, tra quegli oggetti che sembravano parlare di tempi primordiali: gli sembrava l’unico modo per dare un senso a quelle giornate che il tempo aveva fatto tristi e anonime. 


Tutto lì era polveroso: le finestre erano soffocate da un esercito di ragnatele, che non permettevano alla luce del sole di illuminare il cuore di quella piccola soffitta; le pareti dormivano sotto una coperta fredda, umida e inespressiva, sulla quale viaggiavano indisturbate nuvole di muffa; nell’angolo più isolato e buio, uno scaffale abitato da antichi libri e qualche ricordo delle vacanze passate, sembrava essere abbandonato e dimenticato dal tempo. Al centro, un tavolo di legno antico con intorno quattro sedie sommerse dalla polvere. Sul tavolo c’era un centrino della nonna con poggiata sopra una foto in bianco e in nero. In questa foto c’era una persona giovane, forse era un parente, oppure soltanto un amico di famiglia. Non era mai riuscito a capire chi fosse quello strano e misterioso personaggio. Questa piccola stanza nascondeva grandi misteri. Andrea aveva provato una grande curiosità in quella soffitta, ma non aveva mai trovato nulla di misterioso come avrebbe fatto un vero detective. Forse perché non aveva cercato abbastanza. Non era mai riuscito a trovare la chiave di quel grande baule chiuso da un lucchetto arrugginito, posto nel bel mezzo della stanza, accanto al tavolino. Aveva messo le mani in ogni posto, in ogni angolo, persino lo scaffale, ma nulla da fare. Provò a cercare all’interno dei libri antichi. Ne aveva aperti centinaia, quando ad un tratto qualcosa cadde sui suoi piedi. Una chiave. Era riuscito a trovarla dopo giorni e giorni di ricerche. Emozionato, infilò la piccola chiave nella serratura del baule. “Tac”. Il gioco era fatto. Aprì con delicatezza il baule. Tremava, forse di gioia, forse di paura, ma sul suo volto dominava la curiosità. Non sembrava soddisfatto. Aveva trovato soltanto vecchi vestiti, un orologio e altre foto. Continuava a curiosare, quando all’improvviso qualcosa colpì la sua attenzione.

Cos’è questo? Che sarà mai? Sembra un diario, anche molto antico. Vediamo un po’ di chi è la scrittura… E’ familiare!… “Piave 1917”… Piave? Accidenti! Nonno! E’ il diario del nonno! Ora si che comincio a capire! Era davvero un bell’uomo. Adesso apro il suo diario, così potrò leggere e sapere qualcosa in più della sua vita.

Andrea non era più nella pelle: non riusciva a capacitarsi di quel ritrovamento. Aveva tra le mani non solo un pezzo di storia, ma i sentimenti di quel nonno che la vita non gli aveva fatto conoscere! Ancora non riusciva a crederci. I suoi genitori non gli avevano mai parlato di quello strano baule con dentro la vita del nonno. Dicevano soltanto che era stato un brav’uomo e che ha lottato per lunghi anni. Niente di più. Niente di meno. Decise così di aprirlo e di incominciare a leggerlo.

“ Ciao amore mio,
sono qui in trincea ormai da più di due settimane. Non so precisamente quanti giorni siano passati, ma per me è come se fosse passato più di un anno. Le condizioni di vita sono durissime e la temperatura scende tranquillamente sotto lo zero. Ho paura di non poterti mai più vedere, amore mio. Ho paura persino di chiudere gli occhi e di addormentarmi, perché non potrei mai più rivedere la luce del sole. Il sogno di tutti è quello di tornare a casa e riabbracciare le proprie famiglie. Io voglio tornare a casa per realizzare tutti i nostri sogni nel cassetto. Per riabbracciarti. Per coccolarti. Per baciarti. Mi manchi. Mi mancano i tuoi sorrisi. Mi mancano i tuoi sguardi. Mi mancano i tuoi abbracci. Vorrei solo tornare a casa. Ma poi mi guardo intorno e ogni mio sogno viene infranto, come il mio cuore lo è in questo momento. Vedo persone morire sofferenti. Loro non realizzeranno più i loro sogni, ma dormiranno per sempre con un peso sul cuore, un rimorso. Vorrei morire, giuro. Ma il tuo grande amore me lo impedisce, amore mio. Vorrei prendere la rincorsa e gettarmi su quel filo spinato, ma non ho il coraggio. Ti prometto che un giorno tornerò, tornerò da te a braccia aperte. Non so per quanto altro tempo dovrai aspettarmi, ma tu pensami. Pensa a quando ci siamo incontrati per la prima volta. Al nostro primo appuntamento. Al nostro primo bacio. Vorrei tornare indietro per ricominciare tutto da capo. Si, lo rifarei, con te. Non dimenticare quanto ti amo, sei una persona molto importante per me. Devo lasciarti. Pensami ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. 

Che avrebbe pagato Andrea per essere lì e dare conforto a quel ragazzo impaurito. L’avrebbe voluto abbracciare, dirgli di non avere paura, che ora c’era lui a fargli compagnia. Gli avrebbe raccontato qualsiasi cosa, per farlo sorridere. Gli avrebbe raccontato dei suoi sogni, ma anche delle sue paure. Gli avrebbe dato un abbraccio ogni volta che ne sentiva il bisogno. Gli avrebbe asciugato le lacrime nei momenti tristi. Sarebbe stato un ottimo amico. Lo avrebbe ascoltato, sempre. Non si sarebbe mai annoiato con lui. Gli avrebbe tenuto una buona compagnia, non si sarebbe mai sentito solo. Sarebbe stato il suo orsacchiotto per dormire la notte, per non avere paura. Sarebbe stato lì per convincerlo che un giorno sarebbe tornato a casa per riabbracciare la sua donna. Voleva davvero bene a suo nonno, ma non lo aveva mai conosciuto.

Scese dalla soffitta con passo lento e pesante. Quello che scese non era più un ragazzo annoiato. Scese un ragazzo, cresciuto in un giorno di tanti, forse troppi, anni tutti insieme.
Ilaria Tolomei

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Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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