Scatole cinesi: la narrazione secondo strategie, tempi e focalizzazione diversi – IIIA



Lo ammetto.
Con questo compito mi son divertita da matti:-)


Dato che nel precedente esercizio di miscellanea di tecniche i ragazzi non hanno praticamente avuto difficoltà, ho pensato di alzare ulteriormente il tiro… (ghigno 😉 ).

A stimolarmi molto è stato il sovrapporsi in questi ultimi giorni di due personaggi femminili molto simili: la “Silvia” leopardiana e la monaca di Monza



Due vite spezzate, due giovinezze non vissute, due disillusioni della maturità, seppur per motivi diversi. Silvia- Leopardi è l’incapacità di vivere a pieno, Gertrude ne è l’impossibilità; Silvia è la gioia spezzata, Gertrude l’amarezza perenne; l’una ha conosciuto la bellezza della vita, l’altra non ne conosce neanche il sapore. Con intensità diverse, le due (ma anche Leopardi stesso, che si cela dietro i panni della sua creatura) rappresentano un’adolescenza fragile e tradita.


Perché allora non riflettere, attraverso queste figure, su quanto sia importante vivere la propria giovinezza a pieno, su quanto paure o desiderio di compiacimento degli adulti possano rovinare “della vita e degli anni il più bel fiore?”


E’ nato così…questo gioco di scatole cinesi (QUI link diretto)

Leopardi che legge Gertrude e Claudia che legge Leopardi e lo difende agli occhi di Flavio.


Un perpetuarsi di punti di vista, come nel quadro dei coniugi Arnolfini, che si ripetono infinitamente nello specchio:

Perché questo gioco di scatole cinesi?


Di volta in volta i ragazzi sono chiamati ad immedesimarsi e perciò a condividere punti di vista diversi, riflettendo su quanto di umano ci sia in quel personaggio (o persona): 

  1. dapprima devono calarsi nei panni di Gertrude (descrivendo la sua stanza in modo tale da trasmettere RIGORE; SEVERITA’, ANAFFETTIVITA’ (riflettendo sulla crudeltà che a volte può nascondersi nelle ambizioni degli adulti sui propri figli)
  2. poi devono immedesimarsi in Leopardi che comprende la tragedia di Gertrude (riflettendo sulla COM-PASSIONE tra due a cui, parafrasando il poeta, la Natura non diede quel che promise)
  3. infine devono “leggere” la storia di Leopardi attraverso gli occhi di Claudia, ragazza come loro che ha compreso quale tormento portasse con sé il poeta de “Il passero solitario”.

Rispetto all’esercizio precedente, tecnicamente ci sono due ulteriori difficoltà:

  1. il centone: riscrittura di una poesia attraverso la miscellanea di versi realmente scritti dal poeta (alcuni ragazzi molto creativi nella poesia, tenteranno la scrittura ex novo di una canzone libera, prendendo solo spunto dai testi leopardiani per quanto riguarda il lessico ottocentesco);
  2. il testo argomentativo attraverso il dialogo, con l’uso dei principi tipici dell’arte del convincere.



Sono due difficoltà notevoli, che si vanno ad aggiungere a descrizione, narrazione, monologo, DIL.

Superato lo shock iniziale…i ragazzi si sono subito messi all’opera 🙂







Vedremo, anzi leggeremo 🙂

La prof.
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Ecco finalmente i testi.
Ma prima di pubblicarli, permettetemi di COMPLIMENTARVI COI RAGAZZI PER IL LIVELLO ALTO DELLE LORO PRODUZIONI, PER COME HANNO INDOSSATO PANNI DIVERSI, PER COME HANNO SAPUTO CAMBIARE PUNTI DI VISTA, PER COME HANNO DESCRITTO E ARGOMENTATO, PER COME HANNO SAPUTO SVOLGERE NON SOLO UNA CONSEGNA TUTT’ALTRO CHE FACILE, MA SOPRATTUTTO PER AVER SAPUTO ELABORARE, RICREARE, FAR PROPRIE LE EMOZIONI DI UN TEMPO, FACENDOLE PROPRIE. 
Attraverso Gertrude e Leopardi…direttamente ai ragazzi di oggi.

Complimenti di cuore, ragazzi.

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Era quella la stanza in cui si rifugiava, in cui si sentiva a suo agio, in cui si sentiva davvero protetta. Era quella la stanza che comprendeva la sua disperazione, che riusciva a consolarla nei momenti più bui, che accompagnava la sua giovinezza sottratta. Era quella la stanza di una ragazza fragile a cui i sogni erano stati rubati. Per Gertrude il gioco non era la libertà e la sua cameretta lo faceva capire immediatamente. Ormai era l’abitudine vivere in quella stanza in cui di fresco e giovanile non c’era nulla. Ormai era l’abitudine vivere in quella stanza in cui di accogliente e affettivo non c’era nulla. Ormai era l’abitudine vivere in quella stanza in cui di consolatorio e comprensivo non c’era nulla. Qui i colori non esistevano. La vitalità lasciava posto a una gamma di colorazione grigia pallida e spenta. Le pareti erano perfettamente intonacate senza nemmeno un’imperfezione tipica di ogni bambina della sua età. Tende pesanti in velluto bianco coprivano a Gertrude la vista del mondo e del suo futuro. Nella sua camera non esistevano il giorno e la notte. Tutto era monotono. Le ore sembravano minuti, i minuti sembravano secondi. Librerie immense troneggiavano ai lati delle pareti, piene di libri dal dorso di pergamena. Appeso alla parete sul letto, un rosario che il padre le aveva regalato nel giorno del suo compleanno e al quale la bambina faceva riferimento ogni sera prima di dormire. Il letto, sul quale si rilassava dopo ogni faticosa giornata di studio, era sempre sistemato con attenzione. Fin da subito, gli era stato insegnato ad essere molto ordinata ad aver cura delle sue cose. Non c’era un orsacchiotto o una bambola, su quei severi tessuti di pizzo e lino, che poteva abbracciare, tenere stretti a sé quando aveva voglia di piangere. Di lato solo una piccola cesta di giochi. All’interno c’erano solamente tre bambole con abiti monastici. Passava la maggior parte del suo tempo libero a giocarci. E la maggior parte delle volte parlava con loro.

Passando le mani sulla tela delle guance della sua bambola preferita, i pensieri l’avvolsero. 


“Sarò bella vedrai. Il velo mi donerà, esalterà i miei tratti. I miei bellissimi occhi azzurri saranno in risalto con il contrasto del bianco del velo. La mia candida pelle sembrerà ancor più chiara con il nero del vestito che indosserò un giorno. Spero che quel giorno arrivi presto, non conosco il limite della mia pazienza, ma so che è molto vicino. Ascoltare i dialoghi delle mie sorelle mi fa male, mi spezza il cuore. Mi da tristezza l’idea di non poter avere il loro stesso futuro, di non poter sognare come loro, di non poter vivere come loro. Ho l’impressione che mio padre vorrebbe che il mio destino sia questo, diventare monaca. Nonostante tutto, sarò la più bella suora mai esistita. La mia vita andrà bene. Avrò tante gioie e sarò una donna appagata dal rispetto e dalla cultura dell’amore di Dio. Sarà bello vivere insieme alle altre compagne, farò amicizia, potrò aprirmi al mondo che mi circonda, alla natura. Sai, suor Claretta, il mio sogno non è quello di rinchiudermi in un convento, ma cosa posso fare? Non voglio deludere i miei genitori e soprattutto mio padre ,che a me ci tiene molto. A lui devo la vita, devo fare ciò che secondo lui è più giusto per me.” 




“Gertrude cara, che dolore mi provoca il tuo male! Quanto soffristi, tenerella, quanta gioia la vita ti negò… Come ti somiglio io, Gertrude: tu il chiostro, io Recanati, tu l’abito monacale, io un corpo che mi vieta di gioire, tu l’isolamento religioso, io mi rifugio tra le mie sudate carte. Rimembri ancora, Gertrude, quando eri ancor una fanciulla e non ti degnavi del destino che incombeva sulla tua testa, quando la tua beltà splendea negli occhi tristi e fragili, quando il dolce sguardo esprimeva il vuoto del tuo animo. E tu solevi menare il giorno giocando con le tue bambole. E così trapassi dell’anno e di tua vita il più bel fiore. Tu rinchiusa nei tuoi pensieri, in disparte, il tutto miri e piangi il tuo destino. Oimè quanto soffristi, Gertrude mia! Alla vista delle tue coetanee giocare, parlare, vivere spensieratamente la loro gioventù. Oimè quanto fugace la tua gioventù passò! Questo è il vero mondo in cui viviamo? Un mondo dove la sofferenza e la crudeltà regnano sull’amore e sulla felicità. Che pensieri soavi, che speranze, che cori oh Gertrude mia! Come ci sembravano pieni di promesse la vita umana e il fato! Questo è quel mondo? Eri arrivata finalmente alle porte della gioventù, quando il Sole di dileguò tra i lontani monti, dopo il giorno sereno. Quando arriverà la sera, la sera della tua felicità non sarai soddisfatta di ciò che sei stata, di ciò che hai avuto. Ed è così che rimpiangerai, come me, di aver fatto questa scelta.”


– Claudiaaaaaaaaaaaaa! Ma che fai? Ti chiamo da tanto e non rispondi? Che fai?

– Leggo lo Zibaldone e i Canti di Leopardi.

– Noooo, Leopardi no! Che tristezza! Un adolescente mai cresciuto…

– Forse hai ragione. Ma hai mai provato a metterti nei suoi panni?

– Nei suoi panni? Ti rendi conto di quello che stai dicendo? Ci sono poeti più interessanti e meno sfigati di lui, che non fanno venir la nausea solamente a leggere le loro poesie!

– Oh andiamo! Un giorno potresti trovarti anche tu nella sua situazione! Questo povero ragazzo non riusciva a vivere a pieno la sua vita,non riusciva a trovare la strada della felicità, non riusciva a sognare,a volare come tutti gli adolescenti della sua età, come la sfortunata Gertrude.

– Eccone un’altra che da la colpa al destino della sua vita crudele! Non è forse stata una sua scelta? Come tutti i ragazzi, anche lei poteva opporsi al volere dei genitori! Non era forse giusto dire la loro?

– A quell’epoca, Flavio, per i ragazzi era impossibile poter disubbidire ai propri genitori. Gertrude amava suo padre e non voleva ferirlo!

– Sarà anche stato impossibile per lei infrangere le regole, ma se fossi stato nei suoi panni, sarei scappato non appena avessi sentito puzza di bruciato.

– Scappare non sarebbe stato la decisione migliore, come sarebbe sopravvissuta senza qualcuno accanto?

– Conosco tanti ragazzi che sono scappati di casa e che sono riusciti a farsi una vita migliore.

– Gertrude non sapeva com’era il mondo intorno a lei e sarebbe caduta in qualsiasi momento. Gertrude e Leopardi sembrano essere due fratelli, un po’ come due numeri primi che non riescono ad aprire il cassetto segreto, dove tengono riposti i sogni.

– Ma quanto sei noiosa Claudia! Vivi la gioia della vita! Guarda avanti! Non ti ci mettere anche tu. Sai che non mi piacciono le persone pessimiste. Goditi la vita, non vorrai mica bruciarti l’adolescenza anche tu!

– No, ma riesco a comprendere i sentimenti atroci che invadevano la loro mente mettendoli davanti ad una scelta: vivere o lasciarsi andare.

– Sarà così, ma non mi hai affatto convinto. Se è quello credi, ognuno ha la sua opinione, io non cambierò la mia.

Flavio non l’aveva affatto convinta. Claudia continuava a pensare a quello che aveva letto, a Gertrude, a Leopardi e ai pensieri che quelle vite strozzate gli avevano suggerito. Era un guazzabuglio di domande senza risposte. Perché a quei due ragazzi era toccato un simile destino? Perché la vita con loro era stata sterile? Cosa fatto di così sbagliato da meritare quella sorte? Avevano forse qualche difetto, una macchia, uno scheletro nell’armadio? O forse era stato solo il destino ad accumunarli? Solamente una banale maledizione ad averli colpiti? No, non poteva essere una coincidenza avevano entrambi qualcosa di speciale. E Claudia aveva capito cos’era. Avevano entrambi dei sogni, dei progetti meravigliosi che la vita non gli aveva concesso di realizzare. Non era così semplice come affermava Flavio. Come potevano vivere, essere felici, volare con un peso sulla coscienza simile? Flavio doveva ricredersi. Voleva tanto poter essere vicino a loro, confortarli, dirgli che la vita è una cosa meravigliosa e che non l’avrebbero mai riavuta indietro. Un regalo che solo la Natura poteva offrire. Non era giusto sprecarla così. Si era promessa di riviverla a ricordo di Gertrude e di Leopardi.

Nel tornare in cameretta, i libri le scivolarono di mano: era troppo assorta nei pensieri, per fare attenzione a quello che faceva. Non c’era più nulla nella sua mente, se non quelle preoccupazioni che le balenavano nella testa. Si chinò per raccogliere il libro…

A me, se di vecchiezza la detestata soglia evitar non impètro, quando muti questi occhi all’altrui core, e lor fia vòto il mondo, e il dì futuro del dì presente più noioso e tetro, che parrà di tal voglia? Che di quest’anni miei? Che di me stesso? Ahi pentirommi e spesso, ma sconsolato, volgerommi indietro.”

Testa Costanza & Elisa Carrarini.
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In quella cameretta regnava sovrana un’imponente finestra, nascosta da tende pesanti in velluto blu, che ostacolavano la vista di quel severo paesaggio che sembrava uno dei tanti modi per non uscire. Il tempo consumato in quell’austera libreria, accanto, abitata da file interminabili di pagine di libri, lette e  rilette: non erano di certo storie che la facevano divertire; per Gertrude la sua stanza dei “giochi, non era libertà. Un’immensa scrivania dal sapore antico, sfilava al centro della stanza, bucando quell’aria acre, fastidiosa, “religiosa”, sulla quale poggiava un centrino ricamato color latte, con sopra una boccetta d’acqua, in cui era raffigurata una croce; affianco tre fiori spuntavano come antenne, che volevano liberarsi da quel vaso triste e anonimo. Il tavolato enorme era sormontato dal volto rigido di una figura sospetta: indossava un abito bianco che nascondeva i piedi, la testa sormontata da una tiara papale e sembrava con il dito indicare quella povera ragazza, che aveva preferito realizzare i sogni e i progetti di suo padre, anziché vivere i suoi, e la sua adolescenza mai nata. Erano soprattutto quei quadri che, percorrendo tristemente la parete, soffocavano le fantasie di Gertrude, segnavano il suo destino, erano dei macchinari progettati a posta per trasformare le giornate troppo desolate, come del resto gli anni e  i mesi; questi erano incorniciati da volti, di tutti i tipi, come in una galleria di moda, solo questa una moda a dir poco avversa, funesta e maligna. Al di sotto, una sedia piccola, su cui dormiva da anni una graziosa bambola di tela, che ricordava l’infanzia, scappata dalla sua vita. Su una gamba della minuscola seggiola era incisa la lettera “G” e vicino una croce d’oro: era già il suo destino, fin dalla nascita. Nell’angolo più cupo dormiva inosservato un enorme vestito di pura seta, chissà di quanto tempo, che non aspettava altro che essere indossato. Era un abito non per tutti, era ciò che Gertrude più odiava.

Passando lentamente le mani sulla tela delle guance di quella bambola, i pensieri l’avvolsero.

Non guardarmi così, diventerò una donna sicura di sé me lo sento. Sarò bella vedrai, sarò come non ti aspetti. Sì, esatto e sono sicura che abituandomi mi piacerà in fondo la vita che mi aspetta. Papà sarà fiero di me, è l’unica cosa che voglio. Perché soffrire, papà è felice e io devo essere felice. Il velo mi donerà, esalterà il mio viso. Risplenderò in tutta la mia bellezza, e mi sentirò più forte.  Certo, non riuscirò a dimenticare mai la Gertrude di adesso, una ragazza spaventata, ma sono sicura che la vita che farò, la ricorderò ancor di più, come una mia scelta, per l’amore e il desiderio di vedere intorno a me persone che mi ameranno. Sono felice, sì. Vedrai quanto aprirò il mio cuore nel percorso che intraprenderò. Avrò tante gioie e soddisfazioni. Sarò aperta al mondo, non come adesso e aiuterò chiunque ne avrà bisogno, senza esitazioni. Ciò che indosserò sarà solo un modo diverso di presentarmi, conta ciò che avrò dentro, un cuore buono e pronto a mettersi in gioco. Sono pronta, ce la farò vedrai.”

“Par che la nostra gioventù, 
vien meno. I sogni e l’tempo,
Gertrude, Silvia. Non salutano, ma
Scappano, per un’illacrimata morte.
La vita, Gertrude, m’apparia vuota.
Paura.
Libertà.
Nella solitudine d’un passero.
Non eravamo diversi, Gertrude.
Tu, un cuore grande,
assai infelice per il tuo costume.
Io nascondea ogni diletto e gioco,
ogni speranza,
ogni primavera e l’occasione di essere felice.
Pentirommi.
‘L destino è stato padrone di noi.
Crudele, non tornerà più.
Silvia sarà il ricordo di un passato
Acerbo.
Che sogni, che dolori, che cori.
Tanto lontani li vedea, sfumati,
Diversi.
Gertrude ti sento,
salimmo insieme il limitare di gioventù.
Indimenticabile passaggio
Terribile.
Io, te e la natura.
Giocammo a nascondino,
e l’ultima si nascose ben bene.
Perché non rese quel che promise?
Lacrime.
Io e te,
nessuno capirà mai quel che la nostra anima
urlava.”
-Claudiaaaa! Ma che fai? Ti chiamo da tanto e non rispondiii..-

-Leggo lo Zibaldone e i Canti di Leopardi-

-Noo, Leopardi no! Che tristezza! Un adolescente mai cresciuto..-

-Forse hai ragione..ma hai provato a metterti nei suoi panni? Immagina quanta sofferenza e quanta paura hanno preso in lui il sopravvento, tanto da non permettergli di  aver vissuto la sua adolescenza…-

-Se è vero che ha sofferto molto, è vero anche che i problemi, di qualsiasi genere, in questa età si cercano di risolvere, perché il sogno di un adolescente è quello di vivere, di sognare, di fantasticare, di provare più esperienze possibili..-

-Già, ma prova a soffermarti e leggerlo, a me per esempio ha suscitato delle emozioni forti, è riuscito a farmi sentire a pieno le sue sofferenze, a vivere la sua storia. Pochi poeti ne sono in grado..-

-E’ vero, traspare tutto questo, ma queste poesie lette da un adolescente che si gode a pieno la sua età, fanno crollare la sua idea di adolescenza, portandolo ad un sentimento triste..-

-Ma no, sbagli, secondo me il ragazzo che descrivi assapora le poesie di questo grande poeta, come un insegnamento e una spinta nel godersi il fiore degli anni più belli!-

-Però non tutti possono prendere queste poesie come un insegnamento, non a tutti può arrivare lo stesso messaggio…-

-Sono d’accordo, ma a quanto pare  agli studiosi e critici è arrivato un messaggio positivo, una spinta a viversi ogni età, e poi un po’ di rispetto! Per quanto non ti possa piacere si trova su tutti i libri di testo, e da tutti è studiato, chissà perché…-

-Forse hai ragione, però continuo a pensare che i ragazzi come me moderni non sono più interessati a queste poesie così “patetiche” per quanto anche loro pieni di problemi preferiscono distrarsi da tutto ciò che li circonda..-

-Ed è proprio questo il punto, ciò che circonda questi ragazzi è “l’astratto”, è un mondo pieno di finzioni e privo di interesse, privo di emozioni, dove tutto è una corsa continua, quindi penso che è necessario soffermarsi per riflettere. Leopardi ci concede questa possibilità di aprire gli occhi e catturare anche le più piccole emozioni..-

-Vedo che cominci ad entrare nella parte di un poeta.. mi congratulo con te! Chiudiamo qui il discorso, ti prometto che rifletterò, ma posso già dirti che sono una testa dura!..-

Flavio non l’aveva affatto convinta! Claudia continuava a pensare alla vita malvissuta, un po’ per paura, un po’ per scelta, di Leopardi, di Silvia e di Gertrude…I pensieri che le vite  gli avevano suggerito, non capiva come non avevano inseguito i loro sogni, come non avevano affrontato tali dolori. La sua era una mente invasa da domande, a cui non poteva rispondere. Per quale motivo avevano avuto un destino simile? Perché una così triste vita? Immaginava di  ascoltare delle poesie felici, dopo tanto dolore riguardo Leopardi..E immaginava di  vedere una Gertrude immersa da giochi, nella sua cameretta intorno alla sua famiglia….Chissà cosa avevano dentro che li tormentava tanto…Si immedesimava nei loro panni, ma era per gioco: non sarebbe riuscita a provare le stesse sensazioni di un poeta chiuso nel suo piccolo mondo fatto di <<studio matto e disperatissimo>> e le stesse emozioni di una ragazza-monaca catapultata dai genitori, persa e spaventata. Perché la vita con loro era stata così sterile? Non gli aveva trasmesso nulla, erano come persi in un mondo che li spaventava; la vita li aveva sbattuti in quel terribile destino. Non c’era nessuno accanto a loro..Claudia non riusciva a spiegarsi, voleva avere in quel momento li entrambi e sottoporli a un miliardo di domande, lei sì che era interessata, lei sì che fantasticava la loro vita…

Nel tornare in cameretta i libri le scivolarono di mano: era troppo assorta nei pensieri, per fare attenzione a quello che faceva. Si chinò per raccogliere il libro…

<<O Natura, o natura,
perché non rendi poi
quel che prometti allor? Perché di tanto
inganni i figli tuoi?>>

Cecilia Bernardini
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Per Gertrude, il gioco non era libertà, non era divertimento e la sua cameretta lo faceva capire immediatamente. Non era una ragazza come tutte le altre della sua stessa età, ma una fanciulla chiusa in se stessa e intrappolata nei suoi pensieri. La sua cameretta non era di certo piena di vita. Dominava il silenzio e la malinconia. La stanza, spoglia di gioia, cercava di fingere un sorriso. Sulla destra, le finestre, intrappolate da una grande tenda pesante, cercavano di liberarsi da quella prigione oscura. Il buio padroneggiava quella stanza priva di vita. Al fondo, una lampada accesa sembrava dar vita e una speranza in più a quella piccola camera. Non era una stanza abitata da giochi e da bambole, ma da grandi scaffali contenenti dei libri posti perfettamente in ogni ripiano. Erano tutti uguali, non uno più grande, non uno più piccolo. Sembravano dei robot che aspettavano soltanto di essere presi per giocare. Da un lato della stanza, una piccola cesta di giochi, sembrava cercare compagnia. Al suo interno, solo bambole con abiti monastici. Stessi occhi, stesso naso, stessa espressione. Forse erano queste piccole bambole a tener compagnia alla piccola Gertrude. 

Passando le mani sulla tela delle guance della sua bambola, mille pensieri l’avvolsero.


Sarò bella vedrai. Il velo mi donerà, esalterà i miei tratti, asciugherà le mie lacrime ogni volta che piangerò, mi terrà compagnia durante la giornata. La vita andrà bene: avrò tante gioie e sarò una donna appagata dal rispetto e dalla cultura. Non mi mancherà nulla, soltanto tu piccola mia. Forse ti porterò con me, per non sentirmi troppo sola. Sarò bella e felice come te, un giorno. Mio padre sarà molto soddisfatto di me ed io non lo deluderò. Come potrei mai deluderlo? Non ne sarei mai capace di una cosa simile. Ha molte cose a cui pensare ultimamente e non vorrei essere un altro peso per lui, non ora. Devo soltanto ubbidire e sorridere. Sono queste due cose che ormai sto facendo da troppo tempo, ma va bene così. Questa è la mia vita e non posso farci nulla. Sono destinata a diventare proprio come te, sola. Senza nessun amico con cui giocare, chiedere consigli, guardarlo negli occhi e ridere come due bambini. Sogno troppo, non dovrei farlo. Non è da me. Sono grande e non dovrei più credere a queste cose. Sono confusa. Mille pensieri mi disturbano ogni giorno. No, non dovrei pensare a certe cose. Devo essere spensierata e continuare a studiare. E’ mio dovere obbedire ai miei genitori, anche se è un’ingiustizia dover sentire ogni giorno le mie sorelle che parlano del loro matrimonio. Sempre la stessa storia. Sempre le stesse cose. Le mie orecchie non ce la fanno più. Parlano sempre del loro matrimonio da sogno, del loro vestito. Poi mi guardano e ridono. Orse perché io non mi sposerò mai? Oppure perché non mi vestirò mai di bianco? Non posso piangere, non devo. Sono sempre stata una ragazza forte, coraggiosa, spensierata e sempre con la voglia di divertirsi. Ora, ora cambiano molte cose. Mi sento una debole, una che ha paura di affrontare la realtà, penso sempre al mio futuro e cosa mi accadrà nel futuro. Infondo, perché devo avere paura di oggi o del domani? Sono giorni che passeranno, come passerà la mia adolescenza non vissuta. Ogni momento la paura si impossessa di me, solo tu riesci a mandarla via con un tuo semplice abbraccio. Sono grande ormai, di cosa aver paura? Del buio? Nemmeno un bambino di cinque anni ha paura di queste sciocchezze. Paura di perdere qualcuno di importante? Chi potrei perdere? Ho solo te. Solo tu mi comprendi. Forse un giorno ti stancherai di me e mi lascerai da sola. Forse lo farai, perché non vorrai più ascoltarmi. Ripeto ogni giorno le stesse cose, le stesse domande, gli stessi pensieri. Ha senso continuare a vivere una vita programmata dagli altri? Credo proprio di no. Ho sempre sognato una bella vita. Avere una casa enorme, piena di luce. Avere un marito accanto e dei figli che mi abbracciano ogni volta che ne sentono il bisogno, per sentirsi protetti e sentirsi amati. Avere il lavoro che ho sempre desiderato e non indossare questa veste che nemmeno mi merita. Ma in fondo.. Una come me, chi la merita? Nessuno. Vorrei scappare, andare via da questo inferno. Ma dove potrei mai andare? Non posso scappare sono controllata tutto il giorno. Devo persino chiedere il permesso per andare in bagno. Devo chiedere qualsiasi cosa. E’ una grande gabbia per me. Sarò costretta a vivere sola e chiusa per sempre in una stanza. L’unica cosa che mi sarà permessa di fare è pregare. Almeno in quello non dovrò chiedere nessun permesso. Come passerò le mie più belle giornate? Io devo portarti con me. So che sei soltanto una bambola, non una persona. Ma se tu fossi vera, saresti la migliore amica del mondo, la mia. Di nessun altro. Stringimi forte e dimmi che non mi lascerai mai da sola ad affrontare il resto dei giorni, non ce la farei senza di te. Ti voglio bene amica mia.



Gertrude cara, che dolore mi provoca il tuo male! Quanto soffristi, tenerella, quanta gioia la vita ti negò.. Come ti somiglio io Gertrude: tu il chiostro, io Recanati, tu l’abito monacale, io un corpo che mi vieta di gioire, tu l’isolamento religioso, io mi rifugio tra le mie sudate carte. Tu ed io abbiamo visto passare l’adolescenza, senza aver mai provato a divertirci, a gioire. Tu ed io non abbiamo mai provato a vivere la nostra vita, ma rifugiandoci in un corpo che non ci appartiene, che non merita due ragazzi come noi. Siamo dei passeri d’in su la vetta della torre antica che guardano gli altri divertirsi, finché il sole non tramonta. Tu saresti stata una brava ragazza, piena di sogni e di gioie. Non meriti quell’abito. Non meriti di essere chiusa per sempre in un posto che non ti fa sentire bene. Non avresti dovuto ascoltare tuo padre. Ma che colpe hai tu? Che colpe hai di essere l’ultima figlia? Non devi essere condannata per questo, eppure l’hanno fatto. Non possono costringerti a fare quello che tu non vorresti. E tu non puoi ubbidire a tuo padre soltanto per renderlo felice. Non puoi, Gertrude mia.


“Ahi quanto somiglia il tuo costume al mio!

Che pensieri soavi
Che speranza, che cori, o Gertrude mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Tu nelle bambole
Io pensoso
nelli studi leggiadri spendea
dei più begli anni il più bel fiore.
Oimè quanto somiglia
il tuo costume al mio!
Tu non vedevi
il fior degli anni tuoi.
Tu l’abito monacale,
l’isolamento religioso.
Tu molto soffristi.
Ahi come passata è 
la tua gioventù,
Gertrude mia.
Questo è quel tuo mondo?

– Claudia! Ma che fai? Ti chiamo da tanto e non rispondi? Che fai?
– Niente di importante!
– Non ci credo. Se non mi hai risposto ci sarà un motivo. Dimmi cosa stavi facendo.
– Leggevo..
– Non mi convinci..
– Stavo leggendo lo Zibaldone e i Canti di Leopardi..
– Nooo! Leopardi no! Che tristezza! Un adolescente mai cresciuto..
– Forse hai ragione.. Ma hai mai provato a metterti nei suoi panni?
– No e nemmeno mi importa. Questa è la mia vita e la vivo al meglio.
– Forse dovrebbe importartene eccome. Se lui non ha vissuto la sua vita c’è un perché. Dovresti proprio imparare e metterti nei panni degli altri, così capiresti come ci si sente.
– Perché dovrei fare una cosa del genere?
– Solo per capire cosa ha provato quel povero ragazzo.
– No. Grazie.
– Quando sei triste, non chiedi aiuto a qualcuno?
– Si, ma ogni tanto.
– Quel qualcuno sono io. Ogni volta che tu hai un problema oppure sei semplicemente triste, mi provo a mettere nei tuoi panni per capire come ti senti e come potresti uscire da una situazione del genere.
– Non vuol dire nulla.
– Invece si.
– Tu hai mai provato ad immedesimarti in lui?
– Certo. Per esempio poco fa, quando leggevo il suo diario.
– E cosa ne pensi?
– Lui non è mai uscito di casa, non ha mai vissuto la sua adolescenza, non aveva amici con cui giocare. Si sentiva solo, molto solo. Guardava sempre dalla sua finestra i bambini che il pomeriggio scendevano in piazza e si divertivano. Guardava molto spesso un passero solitario che si trovava nella vetta più alta della torre antica. Erano molto simili.
– Anche io ogni tanto non esco e guardo gli altri ragazzi che si divertono!
– Ma che vuol dire questo? Immagina lui tutti i giorni e per molti anni, per tutta la sua adolescenza. Rifletti per un solo momento!
– Beh in effetti.. Non ho mai provato ad immedesimarmi in qualcuno, ma ora mi stai facendo davvero ragionare. Non ho mai pensato che tu ti saresti mai immedesimata nei miei panni per aiutarmi e per capire come mi sentivo. Da oggi in poi proverò a immedesimarmi in qualcuno per capire quali sensazioni si possono provare.


Claudia lo aveva convinto. Continuava a pensare a quello che aveva letto, a Gertrude, a Silvia e a Leopardi, ai pensieri che quelle vite strozzate gli avevano suggerito. Era un guazzabuglio di domande senza risposte. Perché a quei tre ragazzi era toccato un simile destino? Perché la vita con loro era stata sterile? Perché non essere come tutti gli altri ragazzi? Perché non hanno fatto nulla per cambiare le loro vite? Provare ad essere felici è il sogno di tutti. Raggiungere il proprio cammino è il desiderio di ognuno. Persino i bambini hanno dei sogni riservati per il loro futuro. Perché loro no? Gettare così la propria vita, era così necessario? Quale sarà stato il loro vero sogno irrealizzabile? Tutti ne abbiamo uno. Uno che forse non si avvererà mai. Ognuno di noi per arrivare a sua destinazione deve lottare e credere nei propri sogni. Un destino come il loro non lo desidererebbe nessuno al mondo, nessuno!

Nel tornare in cameretta, i libri le scivolarono di mano: era troppo assorta nei pensieri, per fare attenzione a quello che faceva. Si chinò per raccogliere il libro e una pagina si aprì con una citazione di Leopardi:

“Ahi pentirommi, e spesso,
ma sconsolato, volgerommi indietro.”

Ilaria Tolomei
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Per Geltrude, il gioco non era libertà e la sua cameretta lo faceva capire immediatamente: le tende pesanti impedivano alla luce del sole di passare facendo diventare la stanza cupa ed inquietante; ai lati della stanza immense librerie cariche di libri, coprivano le fredde pareti; al centro, un grande letto antico padroneggiava la stanza, ricoperto da coperte consunte dal tempo; all’angolo, invece, una scrivania, dove Geltrude avrebbe potuto leggere quei libri che la facevano distrarre; all’angolo della stanza, infine, una piccola cesta di giochi, piena fino all’orlo di bambole con abiti monastici. Quello sarebbe stato il suo futuro, vivere una vita che nemmeno lei voleva, ma che faceva solamente per amore del padre. In quei giorni, per la sua casa, giravano curati, monache che cercavano di convincere la ragazza a seguirli, a seguire la loro vita, una vita opposta a quella che sognava. 

Passando le mani sulla tela delle guance della sua bambola, i pensieri l’avvolsero. 


Sarò bella, vedrai. Il velo mi donerà, esalterà i miei tratti, la mia pelle chiara diventerà porcellana, proprio come una bambola e come una bambola sarò nelle mani del futuro. La vita andrà bene, le mie sorelle mi invidieranno per la vita che condurrò, perché avrò tante gioie e sarò una donna appagata dal rispetto e dalla cultura, quella cultura che ho sempre desiderato avere e che nessuno potrà togliermi. Mi troverò bene con le compagne e magari diventeranno nuove sorelle. Vedrai non sarò mai più sola, le altre mi staranno vicino, soprattutto quando sentirò la mancanza di questa vita o della vita che ho sempre desiderato, ma, purtroppo, questo è il mio domani. 

“Gertrude cara, che dolore mi provoca il tuo male! Quanto soffristi, tenerella, quanta gioia la vita ti negò, non ti cal d’allegria, schivi gli spassi e così trapassi dell’anno di tua vita il più bel fiore. Come ti somiglio io, Gertrude: tu il chiostro, io Recanati, tu l’abito monacale, io un corpo che mi vieta di gioire, tu l’isolamento religioso, io mi rifugio tra le sudate carte! Anche ai miei anni il destino negò la giovinezza, Gertrude cara. La natura è crudele, ma noi non possiamo far nulla.

“Gertrude, dimembri ancora 
Quel tempo della tua vita, 
quando beltà splendea 
negli occhi tuoi. 
Ahi quanto somiglia il tuo costume al mio! 
Che pensieri soavi 
Che speranza, che cori, o Gertrude mia! 
Quale allor ci apparia 
La vita umana e il fato! 
Tu nelle bambole 
Io pensoso 
Nelli studi leggiadri spendea 
Dei più bei anni il più bel fiore! 
Io non compagno, non mi cal d’allegria, schivo gli spassi 
Tu menavi il giorno con quelle bambole, 
con quei curati. 
Ti stavi già 
abituando a quella vita. 
O natura, o natura, 
perché non rendi poi 
quel che prometti allor? Perché di tanto 
inganni i figli tuoi?” 

-Claudiaaaaa! Ma che fai? Ti chiamo da tanto e non rispondi? Che fai?
-Leggo lo Zibaldone e i Canti di Leopardi!
-Noo, Leopardi no! Che tristezza! Un adolescente mai cresciuto!
-Forse hai ragione, ma hai provato a metterti nei suoi panni?
-Seppure fossi stato nei suoi panni non avrei di certo sprecato gli anni più belli della mia vita a piangermi addosso, ad aver paura del futuro, di quando sarò grande, piuttosto avrei sognato una vita!
-Quello che dici è vero, ma evidentemente non aveva un carattere particolarmente forte, per questo motivo ha cercato un rifugio nello studio. Sognava di essere un uomo dotato di una cultura e c’è riuscito perfettamente. L’unico sogno che aveva e che è riuscito a realizzare.
-Ma nella vita non si ha un unico sogno! Soprattutto da bambini!
-Credo che crescendo senza l’attenzione dei genitori, senza il loro affetto e senza la loro protezione anche io avrei fatto la sua stessa scelta.
-Mmm, io non ne sarei così sicuro. È vero i genitori sono i genitori, ma senza le loro attenzioni la vita va avanti e a volte dobbiamo imparare a crescere da soli, senza l’aiuto di nessuno.
-Ed è proprio quello che ha fatto Leopardi: crescere solo. Non è una cosa semplice, è facile da dire, ma difficile da affrontare.
-Fatto sta che rimane sempre un adolescente non cresciuto. E’ noioso. Le sue poesie parlano solamente dell’adolescenza, della morte, della solitudine. In ognuna di esse c’è un riferimento a se stesso. Vuole farsi notare. Vuole far notare agli altri le sue conoscenze. E farsi esaltare per la sua bravura nello scrivere. Nemmeno fosse l’unico uomo sulla terra ad essere dotato di una cultura e a saper scrivere.
-Ma cosa dici? Le sue non sono solo poesie. Quello che Leopardi vuole far notare non è affatto la sua bravura, ma vuole dare una lezione di vita a coloro che leggono le sue canzoni. E allora perché secondo te parla sempre della morte, dell’adolescenza, della solitudine?
-Perché vuole farsi notare, vuole la compassione di tutti!
-Vuole farsi notare, perché non vuole che gli adolescenti vivono come lui, non vuole che gli adolescenti non sognino, non vuole che gli adolescenti si isolino e pensino alla vita strappata ad una della loro età! Ma te pensi che sia facile vivere con i suoi problemi, da quelli fisici a quelli psicologici, senza attenzioni, è normale che la vita lo conduca a questa idea di pensiero: la natura è crudele, è malvagia, non fa sognare non fa vivere, perché strappa e porta con sé i fiori più belli del suo giardino. 


Flavio non era affatto convinto di ciò che gli aveva appena detto Claudia. Continuava a pensarci. La vita di Leopardi e le sue scelte continuavano a turbarlo e a domandarsi il motivo di quella scelta. Ma nello stesso tempo pensava a sé, ai suoi sogni, ai suoi amici. No. Lui non avrebbe mai fatto la scelta del poeta. Perché sprecare quegli anni? Perché abbandonare gli amici, come avrebbe potuto? E soprattutto come avrebbe fatto a stare senza di loro? Interessava anche a lui avere una cultura, ma non avrebbe permesso a questa di impedirgli di vivere. Claudia continuava a pensare a quello che aveva letto, a Gertrude, a Silvia e a Leopardi, ai pensieri che quelle vite strozzate gli avevano suggerito. Era un guazzabbuglio di domande senza risposte. Perché a quei tre ragazzi era toccato un simile destino? Perché la vita con loro era stata sterile? Perché avevano il destino già segnato? Perché non hanno potuto vivere la loro età? Perché gli è stato impedito di crescere, di sognare, di vivere? Perché proprio loro? Perché la natura è stata così crudele? Perché? 

Nel tornare in cameretta, i libri le scivolarono di mani: era assorta nei pensieri, per fare attenzione a quello che faceva. Si chinò per raccogliere il libro: 

Io non ho bisogno di stima, né di gloria, né di altre cose simili; ma ho bisogno d’amore.

Flavia Mercuri
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Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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