Ben tornati! -IIA

Cu cù! Rieccoci qui, ragazzi! Ne sentivate la mancanza, vero? ;-P

Tranquilli, nessuna domanda su quello che avete fatto l’estate: parlare di vacanze a scuola stona un pochino, vero? E allora come cominciamo quest’anno? Beh, io comincerò…con lo star zitta (e ne sarete contenti).

Ascoltate queste storie, poi direte.
(I TESTI SEGUENTI, LI POTETE VEDERE ED EVENTUALMENTE SCARICARE CLICCANDO QUI. Per scaricare, fare File> Scarica come> scegliere formato, o .docx o .pdf)
La prima:

LA TERRA CAPRICCIOSA

Un giorno la Terra incrociò le braccia, chiamò il Sole e gli disse:

“Ne ho abbastanza di girarti intorno… sono stanca voglio fermarmi un po’ a riposare!”

“Sei impazzita per caso?!” – gli rispose il Sole lanciandole uno sguardo infuocato.

“Se ti fermi che cosa accadrà?!!”.

“Parli bene tu! Seduto sul tuo trono dorato. Ho deciso di fermarmi e lo farò!”.

Così dicendo, prese un lembo di prato, tirò la soffice coperta fin sotto il mento per coprirsi bene e si addormentò.

Gli animali furono i primi ad accorgersi che qualcosa non andava!!!

L’orso che aveva dormito saporitamente tutto l’inverno si stava preparando ad uscire dalla sua tana.

Mise fuori il suo grosso muso, annusò l’aria e disse:

“Fa ancora freddo ….brrrr, la primavera dovrebbe essere già qui! Pazienza mi rimetterò a dormire”.

La lucertola e la vipera, avevano passato l’estate distese sui sassi a prendere il sole.

Ora aspettavano che l’aria rinfrescasse per andare in letargo, ma faceva sempre così caldo, che rischiavano davvero di bruciarsi la pelle.

“Che cosa strana!”- dicevano gli uomini che vivevano sulla parte della Terra dove il Sole non tramontava mai.

“La notte non arriva, come faremo a dormire??”

E così continuavano a lavorare, anche se erano molto stanchi.

“Ma dov’è finito il Sole?”- si domandavano gli uomini che abitavano dall’altra parte della terra:

“Con questo buio non possiamo lavorare, che cosa daremo da mangiare ai nostri figli?”

Anche le piante se la passavano male: i fiori non facevano in tempo ad aprire la corolla e subito appassivano bruciati dal sole.

Senza luce, gli alberi lasciavano cadere le foglie e l’erba dei prati non cresceva.

Tutti gli abitanti della terra alzavano gli occhi al cielo.

C’era chi chiamava la luna e le stelle, altri invocavano il Sole.

Intanto, il Sole diventava sempre più rosso di rabbia, sembrava dovesse scoppiare da un momento all’altro:

“Così non si può andare avanti!!” – diceva – “la Terra si sta distruggendo e neanche se ne accorge, bisogna che trovi subito un rimedio!! Chiamerò gli altri pianeti e insieme troveremo una soluzione”.

E così fece: chiamò Giove, Marte, Venere, Saturno, Plutone, Nettuno ed altri ancora.

Tutti risposero alla chiamata del Re dell’universo, perché erano davvero preoccupati per la salute della loro sorella Terra e dei suoi abitanti.

Dopo essersi consultati presero una decisione.

Il pianeta Venere quello più vicino alla terra avrebbe ricevuto l’incarico di svegliarla.

Venere fu felice per questa scelta, che la faceva sentire importante agli occhi dei compagni.

Mise tutte le sue forze per riuscire in questa non facile impresa, si avvicinò il più possibile alla Terra e iniziò a gridare con tutto il fiato che aveva: “Svegliaaaati…….svegliaaaaati ……o moriraiiiii……”.

Ma la terra dormiva profondamente, e a niente valsero i richiami del pianeta.

“Possiamo aiutarvi noi!” – dissero i venti – “se ci alziamo tutti insieme, formiamo una tromba d’aria e con la sua punta le faremo il solletico finchè si sveglierà!”.

Detto questo si misero all’opera. Ma soffiando a destra e a sinistra riuscirono solo a strapparle un sorriso, mentre beatamente la terra continuava a dormire.

“Ci vogliono le maniere forti! Andiamo a svegliare i vulcani!” – dissero i pianeti.

I vulcani muovendosi la fecero tremare così tanto, che finalmente la terra aprì gli occhi, si guardò intorno e… vide che cosa aveva combinato:

“Sono stata proprio una sciocca”- disse rivolgendosi verso il sole e i suoi fratelli pianeti.

“Adesso ho capito!!”. A ognuno di noi é affidato un compito e, se non lo svolgiamo, non facciamo del male solo a noi stessi, ma anche agli altri”.

Detto questo si mise in “moto” e…dopo un po’ tutto ritornò com’era prima.
(Maria Maddalena Covassi)

Senza dirlo a voce alta, magari scrivendolo sul tuo quaderno, prova a rispondere a queste domande:

  • Come giudichi il comportamento della Terra?
  • Quali sono le conseguenze per chi ha attorno?
  • Cos’è che fa cambiare il comportamento della Terra, quale considerazione?
  • cosa significa PER TE questa lettura?
Adesso la seconda:

IL FALCO – racconto di Bruno Ferrero



Un grande re ricevette in omaggio due pulcini di falco e si affrettò a consegnarli al Maestro di Falconeria perché li addestrasse.
Dopo qualche mese, il maestro comunicò al re che uno dei due falchi era perfettamente addestrato.
“E l’altro?” chiese il re.
“Mi dispiace, sire, ma l’altro falco si comporta stranamente; forse è stato colpito da una malattia rara, che non siamo in grado di curare. Nessuno riesce a smuoverlo dal ramo dell’albero su cui è stato posato il primo giorno. Un inserviente deve arrampicarsi ogni giorno per portargli cibo”.
Il re convocò veterinari e guaritori ed esperti di ogni tipo, ma nessuno riuscì a far volare il falco. Incaricò del compito i membri della corte, i generali, i consiglieri più saggi, ma nessuno poté schiodare il falco dal suo ramo.
Dalla finestra del suo appartamento, il monarca poteva vedere il falco immobile sull’albero, giorno e notte.
Un giorno fece proclamare un editto in cui chiedeva ai suoi sudditi un aiuto per il problema.
Il mattino seguente, il re spalancò la finestra e, con grande stupore, vide il falco che volava superbamente tra gli alberi del giardino.
“Portatemi l’autore di questo miracolo” ordinò.
Poco dopo gli presentarono un giovane contadino.
“Tu hai fatto volare il falco? Come hai fatto? Sei un mago, per caso?” gli chiese il re.
Intimidito e felice, il giovane spiegò: “Non è stato difficile, maestà. Io ho semplicemente tagliato il ramo. Il falco si è reso conto di avere le ali ed ha incominciato a volare“.

Stessa cosa. Rispondi, ma non a voce alta:


  • Come vengono trattati inizialmente i due animali?
  • Sono simili o hanno delle differenze?
  • Cosa differenzia i due animali?
  • Cosa fa il falconiere per risolvere il problema?
  • Cosa significa PER TE questo gesto?
  • A quale dei due animali pensi di assomigliare? Perché?

Ultima lettura:

Il piccolo re solitario (Bruno Ferrero)

Lontano, lontano da qui, in un mare dal nome strano, c’era una piccola isola, con le spiagge bianche e le colline verdi. Sull’isola c’era un castello e nel castello viveva un piccolo re. Era un re abbastanza strano, perché non aveva sudditi. Nemmeno uno. Ogni mattina il piccolo re, dopo aver sbadigliato ed essersi stiracchiato, si lavava le orecchie e si spazzolava i denti; poi si calcava in testa la corona e cominciava la sua giornata. Se splendeva il sole, il piccolo re correva sulla spiaggia a fare sport. Era un grande sportivo. Deteneva infatti tutti i record del regno: da quello dei cento metri di corsa sulla sabbia, al lancio della pietra, a tutte le specialità di nuoto, eccetto lo sci acquatico, perché non trovava nessuno che guidasse il reale motoscafo. E dopo ogni gara, il re si premiava con la medaglia d’oro. Ne aveva ormai tre stanze piene. Ogni volta che si appuntava la medaglia sul petto, si rispondeva con garbo: “Grazie, maestà!”. Nel castello c’era una biblioteca, e gli scaffali erano pieni di libri. Al re piacevano molto i fumetti d’avventure. Un po’ meno le fiabe, perché nelle fiabe tutti i re avevano dei sudditi. “E io neanche uno!” si diceva il re. “Ma come dice il proverbio: è meglio essere soli che male accompagnati”. E quando faceva i compiti, si dava sempre dei bellissimi voti. “Con i complimenti di sua maestà”, si dichiarava. Una sera, però, sentì un certo nonsoché che lo rendeva malinconico; camminò fino alla spiaggia, deciso a cercare qualche suddito, e pensava: “Se solo avessi cento sudditi”. Allora proseguì sulla spiaggia verso destra, ma la riva era completamente deserta. “Se solo avessi cinquanta sudditi”, disse il re; tornò indietro e camminò sulla spiaggia verso sinistra fino a che poté, ma la riva era ugualmente deserta. Il re si sedette su uno scoglio ed era un po’ triste; e di conseguenza non si accorse nemmeno che quella sera c’era un magnifico tramonto. “Se solo avessi dieci sudditi, probabilmente sarei più felice”. Notò lontano sul mare alcuni pescatori sulle loro barche e si rallegrò. “Sudditi”, gridò il re; “sudditi, da questa parte, ecco il re, urrà!”. Ma i pescatori non lo sentirono, e tutto quel gridare rese rauco il re. Tornò a casa e scivolò sotto la sua bella trapunta colorata; si addormentò e sognò un milione di sudditi che gridavano “urrà” nel momento in cui lo vedevano. Non dormì a lungo. Un vociare forte e disordinato lo svegliò. Il piccolo re non aveva sudditi, ma aveva dei nemici accaniti. Erano i pirati del terribile Barbarossa. Sembravano sbucare dall’orizzonte, con la loro nave irta di cannoni, con i loro baffi spioventi e il ghigno feroce, e i coltellacci fra i denti. “All’arrembaggio!”, gridava Barbarossa, il più feroce di tutti. E i trentotto pirati entravano urlando nel castello e facevano man bassa di tutto quello che trovavano. A forza di scorrerie, nel castello era rimasto ben poco di asportabile, così i pirati avevano preso l’abitudine di riportare qualcosa ogni volta per poterlo rubare nella scorreria successiva. Il piccolo re aveva una paura tremenda dei pirati e soprattutto del crudele Barbarossa che ogni volta sbraitava: “Se prendo il re, lo appendo all’albero della nave!”. Così, quando sentiva arrivare i pirati, si nascondeva in uno dei tanti nascondigli segreti del castello. Dentro, rannicchiato nel buio, aspettava la partenza dei pirati. Era così da tanto tempo ormai, e il piccolo re non si sentiva affatto un fifone. “Se avessi un esercito”, pensava, “Barbarossa e la sua ciurma non la passerebbero liscia”. Un mattino, il re si svegliò a un suono completamente nuovo. Lo ascoltò e si rese conto che non aveva mai udito un suono simile. “Forse sono arrivati i miei sudditi”, pensò il re, e andò ad aprire la porta. Sul gradino della porta sedeva un enorme gatto arancione. “Buongiorno”, disse il re con grande dignità; “io sono il re, urrà”. “E io sono il gatto”, disse il gatto. “Tu sei mio suddito”, disse il re. “Lasciami entrare”, ribatté il gatto; “ho fame e ho freddo”. Il re lasciò entrare il gatto nella sua casa, e il gatto fece un giro intorno e vide quanto era grande e confortevole. “Che bellissima casa hai”. “Sì, non è male”, disse il re; e improvvisamente si accorse di tutte le cose che non aveva mai visto in molti anni. “E’ perché io sono il re”, disse il re; ed era molto soddisfatto. “Io resterò qui”, decise il gatto, e si sistemò nella casa per vivere con il re; e il re fu felice perché ora aveva finalmente un suddito. “Dammi del cibo”, disse il gatto, e il re corse via immediatamente per andare a prendere cibo per il gatto. “Fammi un letto”, disse il gatto; e il re corse alla ricerca di una trapunta e di un cuscino. “Ho freddo”, disse il gatto; e il re accese un fuoco affinché il gatto potesse scaldarsi. “Ecco fatto, signor Suddito”, disse il re al gatto. E il gatto rispose: “Grazie, signor Re”. E il re non notò neppure che, sebbene fosse il re, serviva il gatto. Il tempo passava e il re era felice in compagnia del gatto, e il gatto mostrava al re ogni cosa che il re nella sua solitudine era riuscito a dimenticare: il tramonto, la rugiada del mattino, le conchiglie colorate e la luna che scivolava attraverso il cielo come la barca dei pescatori sul mare. Qualche volta accadeva al re di passare davanti a uno specchio, e quando vedeva la sua immagine diceva: “Il re, urrà”. E si salutava. Non era più il campione assoluto dell’isola. Il gatto lo batteva nel salto in alto, in lungo e nell’arrampicata sugli alberi; ma il re continuava a eccellere nel nuoto e nel lancio della pietra. Un mattino, il re sentì bussare alla porta del castello. Corse ad aprire, pensando: “Arrivano i sudditi”. Si trovò davanti un piccoletto con la faccia allegra. Era un pinguino, con la camicia bianca e il frac di un bel nero lucente. “Buongiorno”, disse il re con grande dignità; “io sono il re, urrà”. “E io sono un pinguino”, disse il pinguino. “Tu sei mio suddito”, disse il re. “Lasciami entrare”, ribatté il pinguino; “ho fame e ho i piedi congelati. Sono stufo di abitare su un iceberg”. Il re lasciò entrare il pinguino nella sua casa e gli presentò il gatto, che fu molto felice di fare conoscenza con il pinguino. “Penso che mi fermerò qui con voi”, disse il pinguino. Il re ne fu felicissimo. Adesso aveva due sudditi. Corse a preparare una buona cenetta per il pinguino, mentre il gatto portava al nuovo ospite due soffici pantofole. “Io farò il maggiordomo. Mi ci sento portato”, dichiarò il pinguino. “Terrò in ordine il castello e servirò gli aperitivi in terrazza”. Così furono in tre a guardare i tramonti. Ed era ancora meglio che in due. Il re non vinceva più molte gare sportive, perché il pinguino lo batteva a nuoto e nei tuffi. Scoprì, sorprendentemente, che si può essere contenti anche se non si vince sempre. Ma una sera, lontano all’orizzonte, apparve la nave del pirata Barbarossa. “Presto scappiamo a nasconderci”, gridò il re. “Neanche per sogno”, disse il gatto. “Siamo in tre e possiamo battere quei prepotenti”. “Certo”, ribatté il pinguino. “Basta avere un piano”. “Nell’armeria del castello c’è l’armatura del gigante Latus”, disse il re. “Bene”, disse il gatto. “Ci infileremo nell’armatura e affronteremo i pirati”. “Il gatto si metterà sulle mie spalle, e il re sul gatto, così potrà brandire la spada”, continuò il pinguino. “Approvo il piano”, concluse il re. Così fecero. Quando approdarono alla spiaggia, i pirati rimasero paralizzati dalla sorpresa. Verso di loro, a grandi passi ondeggianti, avanzava un gigante che brandiva un enorme e minaccioso spadone. “E’ tornato il gigante Latus!”, gridarono. “Si salvi chi può!”. E si buttarono in acqua per raggiungere la nave. Da allora nessuno li vide mai più. Sulla spiaggia dell’isola il piccolo re, il gatto e il pinguino si abbracciarono ridendo. Poi il gatto e il pinguino sollevarono il re e lo gettarono in aria gridando: “Re è il migliore amico che c’è, urrà!”.

Come sopra.


  • Chi è Re?
  • Quale caratteristica predomina nel suo carattere? Cosa voleva di più nella vita?
  • Perché il gatto e il pinguino chiedono aiuto al re?
  • Come si comporta nei loro confronti?
  • Come si comportano i tre all’arrivo di Barbarossa? Perché?
  • Cosa significa PER TE questo racconto?
  • In quale dei tre animali potresti identificarti? Perché?

———————————–

Non vi chiederò di leggere le vostre risposte, a meno che non lo chiediate voi.

Ora leggete e meditate questa poesia di Madre Teresa di Calcutta

Il giorno più bello? Oggi.

L’ostacolo più grande? La paura.
La cosa più facile? Sbagliarsi.
L’errore più grande? Rinunciare.
La radice di tutti i mali? L’egoismo.
La distrazione migliore? Il lavoro.
La sconfitta peggiore? Lo scoraggiamento.
I migliori professionisti? I bambini.
Il primo bisogno? Comunicare.
La felicità più grande? Essere utili agli altri.
Il mistero più grande? La morte.
Il difetto peggiore? Il malumore.
La persona più pericolosa? Quella che mente.
Il sentimento più brutto? Il rancore.
Il regalo più bello? Il perdono.
Quello indispensabile? La famiglia.
La rotta migliore? La via giusta.
La sensazione più piacevole? La pace interiore.
L’accoglienza migliore? Il sorriso.
La miglior medicina? L’ottimismo.
La soddisfazione più grande? Il dovere compiuto.
La forza più grande? La fede.
Le persone più necessarie? I sacerdoti.
La cosa più bella del mondo? L’amore. 

Per casa: Rileggendo le letture, rileggendo la poesia, scrivere un RICALCO della poesia di Madre Teresa. Mantenete cioè le domande, ma, alla luce delle vostre riflessioni, cambiate le risposte.

QUELLO CHE OTTERRETE, SARA’ IL PATTO CHE SOTTOSCRIVERETE CON VOI STESSI, QUELLO CHE VOI STESSI VI IMPEGNERETE A FARE QUEST’ANNO, NON SOLO A SCUOLA. La sfida è solo con voi stessi.

Accettate?

Ben tornati a scuola, ragazzi!
La prof.

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Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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