Specchio riflesso: la descrizione di sé attraverso gli altri -STEP 1- IIA

STEP 1

—————-
E’ passata l’estate e tutti noi siamo un po’ diversi: più abbronzati, più sereni, più alti, più grandi…Anche se non ce ne accorgiamo, alcune cose in noi sono cambiate, sia nell’aspetto fisico che nel carattere: a guardarsi nello specchio scopriamo caratteristiche, espressioni finora sconosciute…

Leggiamo, però, prima queste descrizioni:

un giovane studente:
Faceva la quarta elementare. Era un grazioso fiorentino di dodici anni, nero di capelli e bianco di viso, figliuolo maggiore d’un impiegato delle strade ferrate, il quale, avendo molta famiglia e poco stipendio, viveva nelle strettezze. Suo padre lo amava ed era assai buono e indulgente con lui: indulgente in tutto fuorché in quello che toccava la scuola: in questo pretendeva molto e si mostrava severo perché il figliuolo doveva mettersi in grado di ottener presto un impiego per aiutar la famiglia; e per valer presto qualche cosa gli bisognava faticar molto in poco tempo. E benché il ragazzo studiasse, il padre lo esortava sempre a studiare (Descrizione dello scrivano fiorentino in “Cuore” di E. De Amicis)

un’anziana insegnante
La donna, di professione maestra elementare, si chiamava Ida Ramundo vedova Mancuso. Veramente secondo l’intenzione dei suoi genitori, il suo primo nome doveva essere Aida. Ma, per un errore dell’impiegato, era stata iscritta all’anagrafe come Ida, detta Iduzza dal padre calabrese. Di età, aveva trentasette anni compiuti, e davvero non cercava di sembrare meno anziana.
Il suo corpo denutrito, e informe nella struttura dal petto sfiorito e dalla parte inferiore malamente ingrossata era coperto alla meglio da un cappottino marrone da vecchia, con un collettino di pelliccia assai consunto, e una fodera grigiastra che mostrava gli orli stracciati fuori dalle maniche. Portava anche un cappello, fissato con un paio di spilloncioni da merceria, e provvisto di un piccolo velo nero di antica vedovanza; oltre che dal velo, il suo stato civile di signora era comprovato dalla fede nuziale (d’acciaio, al posto di quella d’oro già offerta dalla patraia per l’impresa abissina) sulla sua mano sinistra. I suoi ricci crespi e nerissimi inominciavano a incanutire; ma l’età aveva lascaito stranamente incolume la sua faccia tonda, dalle labbra sporgenti, che pareva la faccia d’una bambina”. (Ida Ramundo, in Storie, di Elsa Morante)

un ragazzo maltrattato
Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre, col sentirgli dir sempre a quel modo, aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo. […] Egli era davvero un brutto ceffo, torvo, ringhioso, e selvatico. Al mezzogiorno, mentre tutti gli altri operai della cava si mangiavano in crocchio la loro minestra, e facevano un po’ di ricreazione, egli andava a rincantucciarsi col suo corbello fra le gambe, per rosicchiarsi quel po’ di pane bigio, come fanno le bestie sue pari, e ciascuno gli diceva la sua, motteggiandolo, e gli tiravan dei sassi, finché il soprastante lo rimandava al lavoro con una pedata. Ei c’ingrassava, fra i calci, e si lasciava caricare meglio dell’asino grigio, senza osar di lagnarsi. Era sempre cencioso e sporco di rena rossa, che la sua sorella s’era fatta sposa, e aveva altro pel capo che pensare a ripulirlo la domenica.(Malpelo, Novelle, Giovanni Verga)

un personaggio inventato
Diritto davanti a sé, nella pallida luce lunare, vide un uomo dall’ aspetto spaventoso.
Aveva occhi rossi come due carboni ardenti, lunghi capelli grigi gli ricadevano lungo le spalle in ciocche incolte e le vesti, di foggia antica, erano tutte lacere e imbrattate, dai polsi e dalle caviglie, infine, gli pendevano pesanti manette. (adattamento da O. Wilde, Il fantasma di Canterville)

un pirata
Palla di Cannone era il più terribile di tutti. Aveva una testona pelata come una palla di cannone. La sua faccia tonda con dei baffoni lunghi da tricheco era rossa come un sole che tramonta. E poi era molto forte. Difatti, quando con la sua nave, che si chiamava Leonessa, andava all’arrembaggio di un’altra nave, invece di far sparare le cannonate dai cannonieri, si arrampicava sulla gabbia, ossia sul terrazzino dell’albero maestro, e buttava lui le palle di cannone con le sue manacce da gorilla, così mirava dove voleva. Proprio per questo si chiamava Palla di Cannone. (P. Carpi, Nuove avventure di Lupo Uragano )

un padre avaro:
Come aspetto, Grandet era un uomo grosso e basso, alto cinque piedi, con dei polpacci di dodici pollici, rotule nodose e spalle larghe: il suo viso era tondo, rossastro e lentigginoso, dal mento diritto, la bocca serrata e i denti bianchi: i suoi occhi avevano l’espressione calma e divoratrice che il popolo attribuisce al basilisco: la sua fronte solcata di rughe trasversali non mancava di protuberanze significative: i suoi capelli giallastri e grigiastri avevano del bianco e dell’oro: il suo naso aveva una gobba venata che, non senza ragione, il volgo diceva pieno di malizia. Tale figura esprimeva una finezza pericolosa, una probità senza convinzione, e l’egoismo di un uomo abituato a concentrare i suoi pensieri nella gioia dell’avarizia, e convinto che il solo essere che valesse qualcosa fosse sua figlia Eugénie, unica ereditiera. D’altra parte gli atti e i modi, tutto di lui denotava quella fiducia in sé di chi ha l’abitudine d’esser riuscito in tutte le sue imprese. E così, quantunque in apparenza di costumi facili e pieni di blandizia, il signor Grandet aveva un carattere di bronzo. Chi lo vedeva oggi lo avrebbe visto con la stessa foggia di vestire del 1791: si stringeva con cinghie di cuoio le grosse scarpe e portava in ogni stagione calze di lana, calzoni corti di panno grosso marroni con bottoni d’argento, un panciotto di velluto a righe gialle e scure con doppia fila di bottoni, un largo soprabito marrone, una cravatta nera e un cappello da quacchero. I guanti solidi e ruvidi come quelli dei gendarmi, gli duravano venti mesi, e per conservarli puliti, li adagiava sempre sul medesimo bordo del cappello, con gesto metodico. (Honoré De Balzac – Eugénie Grandet )


Attività:

ALUNNI:

  • sottolineare con colori diversi gli aspetti fisici, gli aspetti caratteriali e le abitudini 
  • individuare il SENTIMENTO VISSUTO che l’autore ha voluto comunicare e indicare quali espressioni, dati lo fanno capire 
  • individuare se si tratta di descrizioni soggettive o oggettive e quali sono gli elementi che le rendono tali 
  • individuare le “parole nuove” e glossarle 

DOCENTE: 

  • Far notare che le descrizioni non sono complete ed esaustive, ma finalizzate. 


Queste persone di cui abbiamo letto sono di anni, luoghi ben diversi dai nostri, alcuni sono reali, altri di fantasia…Tuttavia, forse, hanno qualcosa che li fa assomigliare anche persone che conosciamo.

Torniamo quindi a noi, ai nostri compagni.

Come vedo il mio compagno? e lui come mi vede? e come mi vedono gli altri?


Attività:

DOCENTE:

  • Consegna questa scheda (cliccare QUI per vederla meglio)

Descrizione Di Se Stessi e Degli Altri

ALUNNI:

  • a coppie, ognuno descrive il compagno che ha davanti, utilizzando come base la scheda (raccolta dei dati, poi verbalizzazione) 
  • una volta eseguita la descrizione del compagno, senza fargliela leggere, ciascuno passerà a fare la propria, utilizzando la stessa identica scheda (magari ricopiandola sul quaderno) 
  • a questo punto, scambio delle descrizioni 
  • socializzazione delle “scoperte” avvenute (–>gli altri ci vedono in modo diverso da come ci vediamo
  • (Attività aggiuntiva: “Negli occhi degli altri”: un volontario siede al centro, coi ragazzi disposti a cerchio e ognuno, da solo, procederà alla descrizione del volontario, sempre basandosi sulla scheda. Ognuno farà quindi una descrizione diversa–> Ognuno ci guarda in modo diverso –>lo sguardo degli altri aiuta a conoscersi meglio)

Cosa abbiamo fatto quindi oggi?

  • ripassato le descrizioni
  • scritto descrizioni finalizzate
  • imparato qualche parola nuova
  • visto che il nostro sguardo e quello degli altri non coincide e che gli altri ci completano

Seguiranno le descrizioni che i ragazzi vorranno pubblicare.

La prof.

Annunci

Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
Questa voce è stata pubblicata in De Amicis, descrizione, descrizione persona, fantasma di Canterville, Grandet, Ramundo, ritratto, scrittura creativa, testo descrittivo, Verga, Wilde. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...