A scuola di legalitàIIA: Lez.1_I diritti dei bambini e la loro negazione -IIA

I DIRITTI E LA LORO NEGAZIONE
Lezione 1
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Stiamo leggendo, da qualche tempo, diari di ragazzi come voi e anche voi avete cominciato a scrivere. State affidando alla pagina bianca i vostri sentimenti, le vostre emozioni, le vostre speranze e le vostre delusioni. Sentimenti di tanti ragazzi come voi.
Ma non di tutti, purtroppo.
Come abbiamo già detto commentando il diario di Nina Lugovskaja, la ragazza deportata nel gulag a seguito di alcune affermazioni contro Stalin presenti nel suo diario personale, non tutti i bambini possono vivere serenamente.

Leggiamo “Il Diario di Hans”

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Luglio 1941

La vita del campo è scandita da orari rigidi e faticosi. Alle quattro della mattina sveglia, alla cinque l’appello sulla piazza centrale, alle sei e mezzo il lavoro, sempre all’ aperto, pioggia o neve, caldo soffocante o gelo. Alle dodici scatta l’ora del pranzo, che comprende l’andata e il ritorno dal luogo di lavoro alla baracca e viceversa. In pratica per mangiare la zuppa con poche carote galleggianti e alcuni pezzi di cavolo bianco abbiamo poco più di un quarto d’ora. Dalle tredici alle diciotto ancora lavoro. La frusta e le botte piovono su coloro che si trascinano stanchi o che tentano di rallentare il ritmo impostoci, per riposare. Il ritorno serale al campo avviene a passo di corsa: sfiniti e spesso doloranti, siamo costretti a cantare marce militari. Una volta attraversato il cancello, ci aspetta il secondo appello della giornata. Può durare un’ ora se tutto va bene o ripetersi all’infinito per la durata della notte se il conto dei detenuti non torna. Una fuga comporta la punizione dell’intera squadra di lavoro o della baracca del fuggitivo e a volte anche la morte di alcuni prigionieri per rappresaglia. Finalmente, alle ventuno, il campo si ferma e si può andare a dormire. La cena è magra: 20-30 grammi di carne o di formaggio da consumare con ciò che è rimasto dei 35° grammi di pane della mattina. Tè o brodaglia di patate. Se si è esperti della vita nel campo o detenuti con funzioni di potere (Kapo o Blockiiltester, vale a dire anziano della baracca con incarichi speciali), diventa possibile ottenere razioni alimentari migliori e sperare di non morire in breve tempo di fame e fatica. Per tornare a casa con certezza, si deve diventare parte dell’ingranaggio di potere delle SS e spie o traditori dei compagni di sventura. Insomma, detenuti privilegiati; individui senza pietà, cinici, disposti ad ammazzare di botte chiunque si mostri ribelle alle disposizioni. In meno di cinquanta giorni di prigionia a Dachau ho perso dieci chili di peso. Inoltre, non ho più nessuna notizia della mia famiglia e nemmeno so se loro sono informati della mia detenzione in questo campo. Posso scrivere le mie annotazioni raramente e di nascosto. Se mi scoprono sono spacciato.

Fine agosto 1941

Oggi si parla del tifo, scoppiato in diverse baracche. Nella nostra ci sono già tre morti e trenta ammalati. Domani ci porteranno tutti alla disinfezione. Nel frattempo, per dare la colpa a noi di questa epidemia e per istigare la lotta tra prigionieri, in tutte le 34 baracche abitative del mio settore sono stati affissi dei cartelli con la scritta: «Un pidocchio, la tua morte».


 Ecco come ci proteggono dall’infezione epidemica! Tutti qui sanno che la disinfezione delle persone è soltanto un inutile palliativo che, in realtà, si trasforma in uno strumento di tortura dei prigionieri. Senza un intervento radicale che si estenda alle baracche e a tutto il campo, il tifo continuerà a mietere centinaia di vittime. Un mio compagno di lavoro che ha ventiquattro anni da mesi ormai fa anche lo sgombra-cadaveri. Vale a dire gira con un carretto per le strade del campo e raccoglie i detenuti morti, per cause diverse. Ormai non ci fa più caso! Tuttavia, l’altro ieri è venuto al lavoro in lacrime e il Kapo lo ha bastonato più volte perché non prestava attenzione al suo compito. Cosa gli era successo? Mentre sgomberava i cadaveri della giornata e li ammucchiava nel crematorio, ha guardato i loro visi e così ha trovato suo fratello maggiore. Era arrivato a Dachau con un recente convoglio, trasferito da un altro campo, senza che lui ne sapesse niente. Qualcuno, tra i politici della mia baracca, uomini che in passato avevano incarichi nel sindacato dei lavoratori, afferma che le cose per la Germania non vanno bene. Hanno notato che quando ci mettiamo in marcia per andare al lavoro, invece di tante guardie (all’inizio diciotto per centocinquanta uomini) al seguito abbiamo due sentinelle armate con mitra e due cani. Servono uomini al fronte e li prendono anche da quelli in servizio nei lager. Ma per noi le possibilità di fuga sono molto ridotte. Sono dimagrito ancora e ho dovuto farmi un nuovo buco nella cintura, per non perdere i calzoni della divisa. A parte l’aspetto comico della cosa, rischierei di venire ucciso da una guardia se fossi costretto a interrompere il lavoro per una simile leggerezza.

Ottobre 1941

Ho saputo soltanto oggi che il nostro campo è considerato all’ avanguardia quanto a disciplina ed esperimenti medici sui detenuti. Se non si vuole impazzire dalla paura, o lasciarsi morire di inedia, la filosofia di vita deve essere: evitare la morte oggi, in quest’ ora. Quello che accadrà dopo o domani non si può sapere. Il mio amico Edgar mi ha detto: ricorda, Hans, siamo come equilibristi che camminano sopra una corda tesa in cima a una gabbia di leoni. Se perdiamo solo un po’ di equilibrio veniamo sbranati. Di ventisei preti polacchi e cechi rinchiusi nel campo e sottoposti a esperimenti contro la malaria, ne rimangono soltanto due. Il dottor Claus Schilling, medico ufficiale SS, ha l’incarico di studiare una cura che potrà essere usata per i soldati tedeschi quando si lanceranno alla conquista dell’ Africa. Cosi si fa inviare apposta dai paesi tropicali le zanzare anofele, portatrici della malaria. Il mondo intero deve essere ai piedi dei nazisti! I poveracci selezionati per la prova vengono rinchiusi in stanze con centinaia di zanzare e si ammalano in un tempo piuttosto breve. Non sempre, come si può capire dal numero dei morti, le cure vanno a buon fine. Ma ci sono esperimenti ancora peggiori: si studia per esempio a quanti gradi sotto zero può avvenire il congelamento degli arti e come si può guarirlo. Ancora una volta, l’obiettivo delle ricerche è militare: intervenire per proteggere la salute dei soldati tedeschi che combattono nelle zone a clima rigido (da meno venti gradi in giù) come la Russia. Quanto alla disciplina, basti citare alcune norme del regolamento: quarantadue giorni di arresto in cella di rigore (a pane e acqua), vale a dire rischio grave di morte, «per chi parla con un prete o con altri detenuti di cose politiche o per chiunque mostri disprezzo verso il Reich, i simboli dello Stato nazista e i suoi rappresentanti». Norma vaga in cui tutto può darsi e che consente alle SS di giustificare ogni violenza contro i prigionieri. Ovviamente il parere a discolpa del detenuto non vale e non è nemmeno preso in considerazione. Impiccagione per chi diffonde notizie sul campo,a voce e con altri sotterfugi, affidandole a prigionieri rimessi in libertà o ai lavoratori civili. Inoltre chi si arrampica sugli alberi o sui tetti delle baracche per protestare, lanciare segnali all’ esterno, o chi organizza o aiuta a organizzare evasioni, verrà fucilato dopo tortura. Chi provoca danni nelle baracche, nelle cucine, nei laboratori o nei magazzini (basta per esempio rompere un attrezzo da lavoro), come chi manomette il filo spinato, le condotte dell’ acqua o i cavi del telefono, il muro del campo o altri impianti, automobili e proprietà del Reich, verrà punito con la morte in quanto sabotatore. Ci vuole poco a morire per queste cose, se escludiamo la regola: vale a dire, fame, malattia e violenze o torture quotidiane, a mezzo botte o esperimenti. Per esempio, Sturmann, un ottimo operaio muratore e un buon compagno di baracca, scendendo dalla sua cuccetta, ha messo un piede sul letto del suo vicino e l’ha rotto. È stato denunciato e giustiziato. A proposito, nelle baracche c’è posto per 300 detenuti ma spesso siamo il doppio, o anche 800. Il campo è stato pensato per contenere 9000 internati e invece siamo quasi 30.000.

Dicembre 1941

Freddo polare. Ancora un’epidemia di tifo. Nel campo sovraffollato le malattie uccidono più della tortura, delle pallottole e della fame. Siamo andati nudi alla disinfezione (c’erano quasi venti gradi sotto zero) e dopo la doccia siamo tornati nudi e bagnati alla baracca. Con questi provvedimenti sanitari, il medico capo di Dachau ha risolto il problema dello spazio yitale: a sera erano in tanti gli ammalati di polmonite. lo sono più fortunato, perché lavoro in cucina al caldo e al coperto e posso sempre recuperare qualcosa da mangiare in più degli altri. In tal modo, nonostante la magrezza impressionante, ho possibilità di resistere. Non si parla ancora di una mia futura liberazione. Al campo ci sono tedeschi, polacchi, cechi, russi, olandesi, belgi, francesi e prigionieri di altre nazionalità compresi degli ebrei. Ciascuna baracca adibita ad abitazione comprende quattro locali con settantacinque letti a castello disposti su tre piani. Poi c’è la zona del bagno e la stanza dove consumiamo i pasti. Nel complesso il lager è una vera e propria città che include un quartier generale di 55, caserme, laboratori, officine, luoghi di punizione, cucine, infermerie, e persino casette per gli ufficiali responsabili del campo e per le loro famiglie. Il tutto rinchiuso in decine di chilometri di muro con filo spinato ad alta tensione. Tra tutti i detenuti, i più vicini alla morte sono quelli che in qualche modo si ribellano o che vengono assegnati a lavori pesanti all’ aperto. Questi ultimi, in poco più di otto settimane si ammalano e insieme ai più vecchi costituiscono una specie di derelitti che vagano per il campo. Qui li chiamano Kretiner, vale a dire ebeti, e sono destinati a una fine sicura: sono i morti viventi. Non si fa cenno ancora alla mia liberazione, ma è ormai quasi un anno che sono rinchiuso a Dachau. La fame mi perseguita e invece dovrei mangiare per riprendere le forze e non morire qui per inedia. Per questo ho accettato la proposta del dottor Rascher delle SS, per sottopormi a un esperimento sul «salvataggio ad alte quote». Gli aerei mi sono sempre piaciuti e chissà che non mi diverta anche. (preso da Il paese dei bambini che sorridono)

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Riflessioni

  • E’ veramente il diario di un ragazzo quello che abbiamo letto?
  • Cosa manca perché sia veramente il diario di un ragazzo?
  • Cosa manca a Hans?
  • Cosa gli hanno sottratto?
  • Cosa DEVE avere un ragazzo perché sia tale?
Compiliamo allora, ognuno da solo, la carta d’identità di un ragazzo felice:

Adesso condiviamo quello che abbiamo scritto e scriviamolo su questo cartellone. C’è disegnato un ragazzo: DI COSA HA BISOGNO UN RAGAZZO PERCHE’ SIA UN RAGAZZO FELICE E SERENO? Scriviamo i nostri pensieri a fianco del disegno, a seconda se il bisogno riguardi gli occhi, la bocca, le mani….



(foto cartellone completo)
Confrontiamo quello che noi abbiamo scritto con…questo video:
Come possiamo definire queste “regole”? E perché?
(foto cartellone)

....Difendere i bambini…è una cosa da grandi! (Fiorella Mannoia)

La prof.
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Per casa:
leggere i primi 10 articoli della Convenzione dei diritti dell’Infanzia e scriverne una sintesi di ciascuno. Li trovate CLICCANDO QUI

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Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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