C’eri una volta tu_ Ex alunni

Stamattina ho letto sull’Avvenire uno dei tanti begli articoli di Alessandro D’Avenia, giovane professore in un liceo milanese e scrittore, per chi non lo conoscesse. Mi rispecchio molto nel suo modo di intendere la vita, le passioni e la scuola: ne condivido l’anelito e l’umanità, l’aspirazione ad orizzonti alti e la serena presa di coscienza della finitezza di ciascuno.

Leggendo la lettera che D’Avenia ha scritto ai suoi alunni all’inizio del nuovo anno scolastico, mi sono passati davanti agli occhi tanti dei miei ex alunni: diversi di loro sono all’università, altri lavorano, altri stanno scegliendo la loro strada, altri infine stanno per terminare la scuola superiore. Sono ormai donne e uomini fatti, con barba e vocione o con rossetto e tacco alto. Ogni volta che li vedo, me li ricordo, paffuti e impacciati, dietro quei banchi della scuola media, con tanta voglia di crescere e con tutte le paure della loro età. E mi vien da sorridere a vederli ora, con quelle belle spalle larghe.

E allora voglio girare a loro questa lettera, che è un augurio di vita, più che di scuola, affinché, quale sia la strada che sceglieranno di percorrere, portino con sé la coscienza del proprio valore e della propria unicità e dicano a loro stessi “cosa dobbiamo farne di Catullo, Virgilio e Dante”.

A voi, ragazzi. Con tanto affetto per quello che mi avete dato allora e mi permettete di vedere adesso.

Ragazzo che ti abbatti sul banco come una balena spiaggiata, con quegli occhi annebbiati dalla noia e dalla forza ingabbiata in una stanza per cinque ore, che dobbiamo fare tu e io di quest’anno scolastico?

Ragazza tutta in fioritura assetata di essere vista, guardata, amata, dal cervello mai in pace, con le orecchie a caccia di qualcosa che possa servirti ad essere felice, che dobbiamo dare tu e io di quest’anno scolastico?

Che ne sapete voi due adesso dell’io di domani? Che ne sapete voi due dell’amore che cercate? Che ne sapete voi due del senso da dare alla vita se state scoprendo adesso che la vita ha un senso, si inarca, si stira, si tende dentro di voi come neanche voi sapete come, ma con tutto il dolore del caso.

Ragazzo dalla maschera inespressiva, incapace di raccontare i tuoi sentimenti se non nascondendoli dietro uno strato di spacciata sicurezza, che dobbiamo farne di queste lezioni di italiano?

Ragazza dalla maschera fin troppo espressiva, con quel trucco che dovrebbe segnalare quanto sei bella e segnala quanto hai paura di essere fragile, che dobbiamo farne di Catullo, Virgilio e Dante?

A che mai ci servirà passare centinaia di ore insieme a parlare di bellezza, dolore, amore, futuro, passato, presente, parole, terra, pelle, occhi, cervello, cuore, dita, occhi, orecchie e del che farci con tutte queste cose di cui la vita ci ha dotato senza il nostro permesso?

Come si fa, ragazzo, ragazza, a raggiungerti dove te ne stai rintanato? Come si fa a metterti sotto gli occhi quella bellezza unica e in costruzione che cerchi a tutti i costi di nascondere tanto fa male non esserle all’altezza? Come si fa a spiegarti che tra gli 80 miliardi di esseri umani che hanno calpestato il suolo non c’è n’è uno o una come te? Come si fa a farti credere che sei la tua biografia, ma che sei sopratutto la tua autobiografia? Come posso io insegnante mostrarti sulla mappa geografica del desiderio che le terre di tua conquista sono ancora da scoprire? Come posso aiutarti a costruire il mezzo migliore per raggiungerle? Come faccio a sapere se sei fatto o fatta per una nave, per una bicicletta o per andare a piedi?

Ragazzo quanta unicità sprecata dietro a piccolissimi piaceri che rendono tutti uguali i ragazzi. Ragazza quanta unicità sprecata dietro a immagini illusorie del così fan e son tutte le ragazze. Eppure tu e tu avete occhi come nessuno e fiorite come mai è accaduto nella vostra vita, neanche da bambini. Perché adesso il vostro corpo si slancia verso il futuro con la tensione di chi può essere un giorno padre e un giorno madre. E così il vostro cervello si tende oltre ogni colonna d’ercole e il vostro cuore si inarca sino allo spasimo. E la pelle quasi non ce la fa a contenere la tensione di questa possibilità divina di creare.

Assisto a questa tensione e rimango alla finestra su questo panorama che muta di ora in ora di minuto in minuto cercando come un oracolo di indovinare chi sarai.

Ragazzo che cosa è questa tua unicità nella storia delle generazioni, questa tua forza, questa tua virilità e vitalità? Ragazza che cosa è questa tua alterità rispetto ad ogni altra donna, questa tua fecondità e attenzione?

Verso dove ti trascendi e ti superi? Verso un uomo e una donna mai compiuti del tutto, ma con una chiamata chiara nel dna: amare ed essere amato.

Questo io lo so. E su questo cammino impervio ti accompagno. Anche io ho lo stesso dna e quello che posso fare è raccontarti la storia di altri che hanno reso grande questo dna: con la parola, con l’arte, con la poesia, con gli occhi, con le orecchie, con le dita, col cuore, col cervello. Imparando a scolpire la copia migliore di se stessi in vista dell’ultimo giorno, che prima o poi arriva. E ti auguro di esserne soddisfatto.

Vorrei che fossi tu a scrivere la tua biografia. In fondo io solo questo posso insegnarti: come si scrive un’autobiografia.

C’eri una volta tu, ragazzo.

C’eri una volta tu, ragazza.

Io sono in quella storia, come tutti gli aiutanti delle storie, ma il protagonista sei tu, della gioia e del dolore di una vita e di quello che decidi di fare in mezzo a queste due sponde.

Alessandro D’Avenia

Buona vita ragazzi. Vi auguro di esserne soddisfatti.

La prof

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Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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