L’uomo che vuole bastare a se stesso: il male di vivere/1_Leopardi_IIIA

E va bene, confesso: stravedo per Manzoni e Leopardi, Ungaretti e Montale. E i miei alunni hanno un “leggero” e “vaghissimo” presentimento di questa mia cotta 😉 E’ veramente grande il trasporto, l’emozione che provo quando li leggo: l’afflato fraterno delle odi patriottiche di Manzoni, o l’analisi  psicologica dei Promessi Sposi, o l’introspezione e il bisogno di bene di Leopardi, la fratellanza come reazione al male di Ungaretti o la serena rassegnazione di Montale, cosciente della fragilità dell’uomo hanno su di me un potere smisurato…Ragazzi, abbiate pazienza, vi tocca sopportarmi! (ma ne varrà la pena, vi assicuro, magari come anticipo di Purgatorio! 😉 )

Veniamo allora a Leopardi, il grande indagatore della fragilità umana: un giovane uomo, intrappolato nella sua fragilità, affatto contento della sua situazione eppure incapace di avere un orizzonte più alto, desideroso di bene, eppure ignaro di ciò che significhi il bene.

Leopardi riconosce che in lui ed in ogni uomo c’è l’aspirazione al bene, alla gioia e alla felicità, quali caratteristiche della natura stessa dell’uomo: l’uomo nel momento in cui nasce, aspira ad essere felice. Come sottolineato da voi, ragazzi, chi non desidera essere felice, amato, appagato? Eppure se si cerca, come Leopardi, la felicità, la gioia, il bene tra le cose del mondo, ecco che queste non solo non sono durature, ma sono vane, perché soggette al passare del tempo e perciò creatrici di ulteriore vuoto interiore (pensate alla lupa dantesca “che dopo il pasto ha più fame che pria”: l’avidità di cose terrene genera altro vuoto, altra fame). Leopardi avverte dentro di sé la naturale propensione al bene e alla gioia, ma, non soddisfacendola, giudica il mondo ingannatore, illusorio, bugiardo. Ecco cosa scrive nel suo diario personale, lo Zibaldone:

Il sentimento della nullità di tutte le cose, la insufficienza di tutti i piaceri a riempirci l’animo, e la tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo, forse proviene da una cagione semplicissima, e più materiale che spirituale.
L’anima umana (e così tutti gli esseri viventi) desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente, benché sotto mille aspetti, al piacere, ossia alla felicità, che considerandola bene, è tutt’uno col piacere. Questo desiderio e questa tendenza non ha limiti, perch’é ingenita o congenita coll’esistenza, e perciò non può aver fine in questo o quel piacere che non può essere infinito, ma solamente termina colla vita.

[L’uomo desidera la felicità. Questo desiderio è INFINITO E TERMINA SOLO CON LA MORTE].

E non ha limiti 1. né per durata, 2. né per estensione. Quindi non ci può essere nessun piacere che uguagli 1. né la sua durata, perché nessun piacere è eterno, 2. né la sua estensione, perché nessun piacere è immenso, ma la natura delle cose porta che tutto esista limitatamente e tutto abbia confini, e sia circoscritto. Il detto desiderio del piacere non ha limiti per durata, perché, come ho detto non finisce se non coll’esistenza, e quindi l’uomo non esisterebbe se non provasse questo desiderio. Non ha limiti per estensione perch’è sostanziale in noi, non come desiderio di uno o più piaceri, ma come desiderio del piacere.

[Il desiderio di bene è infinito e duraturo e dal momento che tutto ciò che ci circonda è FINITO E TRANSITORIO ecco che il nostro desiderio rimane sempre in parte inappagato e resta in noi un vuoto non colmato].

[…] Veniamo alle conseguenze. Se tu desideri un cavallo, ti pare di desiderarlo come cavallo, e come un tal piacere, ma in fatti lo desideri come piacere astratto e illimitato. Quando giungi a possedere il cavallo, trovi un piacere necessariamente circoscritto, e senti un vuoto nell’anima, perché quel desiderio che tu avevi effettivamente, non resta pago. Se anche fosse possibile che restasse pago per estensione, non potrebbe per durata, perché la natura delle cose porta ancora che niente sia eterno. […] Aggiungete che quando anche un piacere provato una volta ti durasse tutta la vita, non perciò l’animo sarebbe pago, perché il suo desiderio è anche infinito per estensione, così
che quel tal piacere quando uguagliasse la durata di questo desiderio, non potendo uguagliarne l’estensione, il desiderio resterebbe sempre, o di piaceri sempre nuovi, come accade in fatti, o di un piacere che rempiesse tutta l’anima. Quindi potrete facilmente concepire come il piacere sia cosa vanissima sempre[…]. E perciò tutti i piaceri debbono esser misti di dispiacere, come proviamo, perché l’anima nell’ottenerli cerca avidamente quello che non può trovare, cioè una infinità di piacere, ossia la soddisfazione di un desiderio illimitato.

[Il piacere, la felicità non esistono: il nostro desiderio è INFINITO, ma ciò che usiamo per saziarlo è FINITO. A l’uomo resta solo il dispiacere di una continua DISILLUSIONE].

A questo va aggiunto che la felicità non è MAI nel presente, ma nel futuro. Come abbiamo ragionato insieme, ciò che ci provoca gioia è più l’ATTESA, che non il raggiungimento di uno scopo terreno (es: l’attesa delle vacanze, non le vacanze stesse; l’attesa del regalo, non il regalo in sé, etc). Il piacere non esiste nel presente, pertanto nel presente non c’è piacere:

Io spero un piacere; e questa speranza in moltissimi casi si
chiama piacere. Io ho provato un piacere, ho avuto una buona ventura: questo non è piacevole se non perché ci dà una buona idea del futuro; ci fa sperare qualche godimento più o meno grande; ci apre un nuovo campo di speranze; ci persuade di poter godere; ci fa conoscere la possibilità di arrivare a certi desideri; ci mette in migliori circostanze per futuro […] Ciascuno individuale istante dell’atto del piacere, è relativo agl’istanti successivi; e non è piacevole se non relativamente agl’istanti che seguono, vale a dire al futuro.

[Il piacere è nell’attesa futura, nella SPERANZA di un futuro buono, speranza disillusa al momento del raggiungimento dell’obiettivo, quando se ne constata la finitezza ].

Conseguenze di ciò:

Il vivente si ama senza limite nessuno, e non cessa mai di amarsi. Dunque non cessa mai di desiderarsi il bene, e si desidera il bene senza limiti, Questo bene in sostanza non è altro che il piacere. Qualunque piacere ancorché grande, ancorché reale, ha limiti. Dunque nessun piacere possibile è proporzionato ed uguale alla misura dell’amore che il vivente porta a se stesso. Quindi nessun piacere può soddisfare il vivente. Se non lo può soddisfare, nessun piacere, ancorché reale astrattamente e assolutamente, è reale relativamente a chi lo prova. Perché questi desidera sempre di più, giacché per essenza si ama, e quindi senza
limiti. Ottenuto anche di più, quel di più similmente non gli basta. Dunque nell’atto del piacere, o nella felicità, non sentendosi soddisfatto, non sentendo pago il desiderio, il vivente non può provar pieno piacere; dunque non vero piacere, perché inferiore al desiderio, e perché il desiderio soprabbonda. Ed eccoti la tendenza naturale e necessaria dell’animale all’indefinito, a un piacere senza limiti. Quindi il piacere che deriva dall’indefinito, piacere sommo possibile, ma non pieno, perché l’indefinito non si possiede, anzi non è. E bisognerebbe possederlo pienamente, e al tempo stesso indefinitamente, perché l’animale fosse pago, cioè felice, cioè l’amor proprio suo che non ha limiti, fosse definitamente soddisfatto: cosa contraddittoria e impossibile.

[La Natura ha dato all’uomo di desiderare l’INFINITO, ma intorno a sé ha solo cose FINITE: da ciò deriva tanto la naturale tendenza al bene, quanto la continua frustrazione nella vita reale. Provare piacere e felicità è IMPOSSIBILE].

Il tema del piacere futuro sarà svolto da Leopardi nella poesia “Il sabato del villaggio” , mentre quello della tensione all’infinito nel sonetto L’Infinito (componimenti che leggeremo presto).

Se dovessi riassumere il tutto con un’immagine, non esiteri a scegliere un Dalì: tutte le figure dei suoi quadri tendono all’alto, vorrebbero sfuggire alla finitezza del presente, alla pesantezza del reale, sono allungate verso l’infinito, eppure non possono: rimangono inevitabilmente ancorate a terra, come in questo quadro:

Quanto siamo lontani dall’esaltazione del creato, dalla condivisione serena con il creato della gioia di vivere, dell’appartenenza ad un progetto di Creazione, temi cantati dal Cantico delle Creature di san Francesco! Tanto più Leopardi trova conforto del suo malessere nella constatazione della finitezza dell’intero creato, tanto più San Francesco vedeva nei limiti dell’umanità proprio la necessità di accettarsi per quel che si è, quali PARTI DI UN TUTTO SUPERIORE, quali  APPARTENENTI AD UN CREATO SUPERIORE CHE, INFINITO, COLMA TANTO IL DESIDERIO DI BENE, QUANTO PERMETTE ALL’UOMO DI ANDARE OLTRE I PROPRI LIMITI.

Di fronte a tutto ciò, inevitabilmente, nasce l’inquietudine, la RICERCA DI SENSO DELLA VITA: se la felicità non esiste, se il piacere è solo nel futuro e quando lo si raggiunge neanche ci sazia, CHE SI VIVE A FARE, QUALE E’ LO SCOPO DELLA NOSTRA ESISTENZA?

Modernissimo e intensissimo il Canto di un pastore errante dell’Asia, che abbiamo letto a scuola:

Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale? […]

Ma perché dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura
Perché da noi si dura? […]

A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?

Facile ritrovare queste tematiche in molti scritti novecenteschi, fino anche alle canzoni  di oggi:

L’uomo che cerca ma non trova è un uomo INQUIETO, non soddisfatto, attanagliato dal TEDIO e dalla NOIA (temi estremamente attuali e novecenteschi, elementi caratteristici MALE DI VIVERE, dell’incapacità a vivere, pur volendo):

Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

(Canto Notturno di un pastore errante dell’Asia)

Facile qui il confronto con L’urlo di Munch (qui una breve analisi) che rappresenta a pieno lo spaesamento e la desolazione dell’uomo di fronte alla vita (e al male):

Canto Notturno di un pastore errante dell’Asia

 

La prof

 

 

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Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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2 risposte a L’uomo che vuole bastare a se stesso: il male di vivere/1_Leopardi_IIIA

  1. Pingback: L’uomo che vuole bastare a se stesso: la ricerca dell’INFINITO_IIIA | Arringo

  2. prof dora di capua ha detto:

    bella lezione. Buon lavoro

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