L’uomo che vuole bastare a se stesso: la ricerca dell’INFINITO_IIIA

Percorso sul Male di vivere

Dopo il Canto Notturno di un pastore errante dell’Asia, dopo aver capito quanto l’uomo desideri essere felice e cerchi infinitamente il bene (o Bene) e la felicità, non potevamo non leggere L’Infinito di Leopardi (testo). Vi metto qui un video, con foto prese dal colle dell’infinito, la collinetta del giardino leopardiano, dal quale il poeta era solito ammirare il paesaggio: oggi, nel punto preciso in cui si pensa abbia immaginato la poesia (come vedrete nel video), è stato riportato su un muro, a lettere capitali, il primo verso:

Il colle, la siepe che “da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude” e l’uomo che vi si siede davanti, senza poter vedere dietro quello che vi si nasconde: sono tutte allegorie di quel desiderio di bene infinito, di felicità interminabile e di pace sovrumana che ogni uomo desidera, dal momento che ne è impastato.

Val la pena soffermarci un attimo proprio sull’etimologia di desiderio < DE SIDERA, formato da DE privativo (‘mancanza’) e SIDERA (‘stelle’). Il desiderio altro non è che, etimologicamente, la “mancanza delle stelle” e in seguito ” la mancanza di qualcosa e dunque il desiderio di averla” (ringrazio il Prof. Fiorito e Adriana Rossi per avermi fatto riflettere sul senso profondo di questa parola). L’uomo de-sidera, perché sente la tensione verso l’ infinito, vorrebbe colmarla, ma una siepe, diversi ostacoli finiti si frappongono.

  Icaro di Matisse

Ma (come argutamente sottolineato dalla mia alunna Giulia Cinti) come in Dante l’arrivo delle fiere ai piedi del colle dantesco diventa quasi paradossalmente salvifico, poiché, grazie all’intervento della ragione-Virgilio che impone “altro viaggio” verso il Bene, Dante potrà ascendere a Dio, così in Leopardi la siepe sul colle diventa anch’essa salvifica: proprio perchè essa ostacola la percezione sensoriale e l’esperienza sensibile della vita, proprio perché impedisce alla ragione di “leggere” il mondo (cfr. il ruolo negativo della ragione nel Canto Notturno),  proprio perché l’uomo si rende conto che di fronte alla perfezione e alla bellezza del Creato ci sono gli ostacoli della razionalità limitata e monca, la siepe diventa il pretesto per un viaggio verso l’in-finito, alla ricerca non di ciò che è ir-razionale, ma solo un ragionevole de-siderio. Dante e Leopardi errano, vagano senza meta, chi nella selva oscura, chi nella vita reale: chi riuscirà a ritrovare la verace via, chi tenterà ad ogni modo di scovarla nel mondo finito e non vi riuscirà. E mentre San Francesco non si spaura di fronte all’infinita bellezza del Creato, perché si rende conto di farne intimamente parte, condividendone l’umano destino dello scolorir del sembiante, Leopardi, uomo “razionale in cerca dell’infinito”, ha bisogno di una siepe per potersi misurare con l’infinito.

(Ragazzi, ci siete o vi siete persi al primo semaforo? 😉 ).

Il desiderio di superare i propri limiti e di colmare la propria finitezza, il de-siderio di annullare il tedio e la noia del male di vivere ha sempre interessato poeti e cantanti. Qui Califano canta la noia, nonostante l’innamoramento e il bacio, che passano come niente fosse; mentre Vasco canta l’inarrestabile passare del tempo e delle cose, a cui non ci si abitua mai:

Vediamo ora qualche poesia, novecentesca, attualissima:

Le poesie dell’infinito

Tanti poeti tutti diversi: Tagore sa che il suo viaggio non finisce con la morte, ma prosegue altrove; la Merini, dalla vita dura e dolorosa, ha conosciuto il dolore e l’inferno (la Gerico del manicomio, con falsi Messia di bene) e sa solo che una mano d’angelo e non una d’uomo può asciugare le lacrime del dolore; Luzi si avvicina passo dopo passo all’infinito, nel normale fluire dei giorni; Montale, come Zaccheo, cerca cerca cerca Dio, ma sebbene si sforzi non lo trova; infine Rebora ci ricorda che sebbene possiamo agganciare tutta la nostra gioia ai bene di questo mondo, prima o poi ci diranno “addio”.

Tante risposte diverse. Tutte alla medesima domanda:

Che senso ha la vita?

 Vivere
è passato tanto tempo
Vivere!
è un ricordo senza tempo
Vivere
è un po’ come perder tempo
Vivere…..e Sorridere!…….
VIVERE!
è passato tanto tempo
VIVERE!
è un ricordo senza tempo
VIVERE!
è un po’ come perder tempo
VIVERE….e Sorridere dei guai
così come non hai fatto mai
e poi pensare che domani sarà sempre meglio
OGGI NON HO TEMPO
OGGI VOGLIO STARE SPENTO!

Vivere!
e sperare di star meglio
Vivere
e non essere mai contento
Vivere
come stare sempre al vento
VIVERE!……COME RIDERE!!!

VIVERE!
anche se sei morto dentro
VIVERE!
e devi essere sempre contento!
VIVERE!
è come un comandamento
VIVERE….. o SOPRAVVIVERE….
senza perdersi d’animo mai
e combattere e lottare contro tutto contro!…..
OGGI NON HO TEMPO
OGGI VOGLIO STARE SPENTO!…..

VIVERE
e sperare di star meglio
VIVERE VIVERE
e non essere mai contento
VIVERE VIVERE
e restare sempre al vento a
VIVERE…..e sorridere dei guai
proprio (così) come non hai fatto mai
e pensare che domani sarà sempre meglio!

 La prof

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Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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3 risposte a L’uomo che vuole bastare a se stesso: la ricerca dell’INFINITO_IIIA

  1. soudaz ha detto:

    L’ha ribloggato su Il Blog di Tino Soudaz 2.0 ( un pochino)e ha commentato:
    Complimenti

  2. Adele Adele ha detto:

    molto utile anche per mia figlia, alunna non fortunata con i professori… rimasti all’era cenozoica…

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