Progetto “Settant’anni dopo”: Pietro Borromeo incontra i ragazzi

Il Progetto “Settant’anni dopo”

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Il 9 Aprile i ragazzi della scuola secondaria hanno avuto la possibilità di incontrarsi nuovamente con la storia. Nell’ambito del progetto “Settant’anni dopo”, promosso dalla Regione Lazio, al quale ha aderito il Consiglio Comunale dei Ragazzi, gli alunni della scuola secondaria hanno avuto l’onore di incontrare Pietro Borromeo, figlio di Giovanni, primario del Fatebenefratelli che, durante la deportazione degli ebrei da Roma, a partire dal 1943, salvò centinaia di ebrei dallo sterminio inventando “il morbo di K“.
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Pietro ci ha raccontato con eleganza e commozione la storia di suo padre, un padre di una normalità straordinaria, per il quale l’umanità e la dignità di ogni singola persona sovrastava senza incertezza alcuna la barbarie della differenza di “razza” che la propaganda dell’epoca diffondeva.

Giovanni era primario del Fatebenefratelli, quando, a partire dal 1943, iniziò la deportazione di centinaia di ebrei dal ghetto di Roma. Giovanni non restò indifferente di fronte a quell’immane tragedia. Racconta Pietro che la decisione di fare qualcosa per lui fu assolutamente naturale, come era del tutto naturale aiutarsi in famiglia: un gesto tanto spontaneo, quanto estremamente coraggioso. Ad appoggiarlo in questa scelta, la moglie, una donna altrettanto generosa ed eroica: infatti, nonostante avesse tre figli, l’ultimo dei quali una bimba di pochi mesi, condivise fin da subito la scelta del marito. Pietro ricorda ancora le sue parole: <<Si deve fare! Si faccia!>>.
Come poteva, tuttavia, un primario aiutare degli ebrei, impedendone la deportazione? In soccorso di Giovanni arrivò la disperata forza della vita, mista a quell’ironia e a quel sarcasmo che spesso aiutano a sdrammatizzare e a superare i momenti più difficili, ironia e sarcasmo di cui i romani sono maestri. Facendosi aiutare da amici e conoscenti nonché dal monsignor Montini (futuro Papa Paolo VI), fornì documenti falsi a molti ebrei, i cui nomi vennero cambiati in nomi italiani. In seguito, li fece ricoverare, inventando per loro una malattia, contagiosissima e pericolosa: il Morbo di K. Tosse, febbre alta, tale da comportare disturbi psichici, estrema possibilità di contagio: il morbo di K era tanto pericoloso, quanto una colossale, ingegnosissima, rischiosissima e ironica falsità. “K” stava per Kappler, l’ufficiale tedesco responsabile dei rastrellamenti…E in fondo non era forse vero che gli ebrei soffrivano tutti a causa di un terribile morbo di nome Kappler? 😉

Centinaia di ebrei, sotto mentite spoglie, vennero ricoverati al Fatebenefratelli, grazie alla collaborazione di un Priore polacco, fra’ Maurizio Bialek, e di un caro amico, il generale Roberto Lordi: tutti gli ebrei ricoverati sfuggirono alla deportazione e allo sterminio. Furono centinaia.

Pietro racconta come la grande amicizia con monsignore Montini (e il proficuo e incondizionato sostegno di Papa Pio XII), del priore Bialek e del generale Lordi sia stata determinante per sostenere la farsa del morbo.

Ma le cose non furono semplici.

Pietro ci racconta quando l’ospedale subì una ispezione da parte dei tedeschi: ogni minimo errore poteva costare la vita a tutti. Bastava che uno dei malati o del personale facesse un passo falso, dicesse una parola sospetta che tutto poteva precipitare e risolversi nel peggiore dei modi. Tuttavia, si evitò il peggio: Giovanni, che conosceva bene il tedesco grazie all’amore per la letteratura romantica, seppe illustrare talmente bene i sintomi e i rischi della patologia che non solo i tedeschi se ne convinsero, ma addirittura si tennero a debita distanza dal primario e dai ricoverati!

Anche per l’amico Lordi le difficoltà non mancarono. Roberto era un generale di quell’esercito italiano che, ormai ridotto allo sbando, era in balia di se stesso. Roberto era un convinto antifascista, congedato, per questo, dall’esercito come malato di mente. Assunto, quindi, in una polveriera, Lordi non rinunciò comunque al suo impegno politico: vendeva munizioni fallate ai tedeschi e funzionanti ai partigiani. Tutto procedeva bene, in ospedale e nella polveriera, fin quando, tuttavia, la truffa del generale non fu scoperta. Roberto fu condotto a Via Tasso, dove fu sottoposto a tortura. Lordi, sottoposto a tortura, chiese di poter avere il sostegno del proprio medico personale e i tedeschi, che <<avevano uno strano rispetto per le cariche militari>> glielo concessero.  Fu così che anche Giovanni Borromeo fu prelevato da casa e condotto a Via Tasso. Pietro ricorda con profonda commozione e con voce che tradisce l’emozione quegli istanti interminabili: tutta la famiglia era convinta che quell’istante sarebbe stato l’ultimo, che Giovanni non avrebbe mai più fatto ritorno a casa. Assicuratosi che i suoi cari trovassero riparo in Vaticano, Giovanni salutò la famiglia. Pietro dice che non potrà mai dimenticare l’abbraccio tra il padre e la madre, quello che doveva essere l’ultimo abbraccio, e il senso di profonda angoscia e disperazione di un bambino che crede di non rivedere mai più il suo papà. Un’angoscia tremenda. Lordi fu sottoposto ancora a tortura e, durante una falsa visita medica, chiese a Giovanni di imparare a memoria i nomi di tutti i collaboratori, affinché cercassero scampo, qualora egli non avesse resistito alle torture e fosse stato costretto a dare i nomi. Giovanni obbedì, ma Lordi resistette fino alla fine, coprendo tanto Giovanni quanto gli altri collaboratori. Il coraggio di Roberto Lordi non fu ricompensato con la sua salvezza. Fu trucidato alle Fosse Ardeatine, gridando “Viva l’Italia” prima di morire.

Giovanni fu rilasciato e poté riprendere l’attività in ospedale.

Né Giovanni né altri sanno con precisione quanti ebrei furono salvati in questo modo: l’importante era salvarli, non contarli. Ma sappiamo che furono centinaia.

Il Nome di Giovanni Borromeo è tra i nomi dei GIUSTI TRA LE NAZIONI ed è scritto a lettere d’oro nello YAD VASHEM.

L’incontro è stato davvero molto toccante e ha colpito tanto me, i docenti, quanto gli alunni. I ragazzi hanno posto tante domande e si sono interessati molto alla storia.

A conclusione, voglio riportare qui alcune frasi di Pietro che mi hanno particolarmente colpito:

I coraggiosi non sono quelli che non hanno paura, ma quelli che vincono la paura.

C’era un terrore di morte: ogni manifesto a Roma iniziava con “Pena di morte”. I romani per sdrammatizzare, allora, dicevano: “Ao, qua ce tocca annà ngiro colla bara sulle spalle!”

Se incontrate qualcuno che non sorride, sorridete voi per primi: non sapete quanto bene fa un sorriso! E’ un seme, che rende migliore anche il terreno!

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Ringrazio quanti mi hanno sostenuta nell’organizzazione di questo evento organizzato con i ragazzi del Consiglio Comunale: l’amministrazione, la scuola, i colleghi e i cittadini che hanno collaborato, affinché i nostri ragazzi leggessero la storia dal libro della vita. Grazie a tutti, grazie Pietro Borromeo!

La prof

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Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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