Settant’anni dopo: RITA TRINCHIERI e ROBERTO SALVATORI incontrano i ragazzi_Incontro con la storia

Progetto “Settant’anni dopo

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Il 29 Aprile, i ragazzi della scuola secondaria di San Vito hanno avuto nuovamente la possibilità di leggere la storia dal libro della vita e di incontrare protagonisti e narratori del passato.

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I ragazzi hanno incontrato Rita Trinchieri, figlia di Pompilio, soldato sanvitese la cui triste storia di internato militare mi era sconosciuta.

Qualche tempo fa, cercando notizie sulla storia recente di San Vito, insieme ai ragazzi del Consiglio Comunale, mi sono imbattuta nella vicenda di Pompilio: con grande stupore per non conoscerla e profonda commozione per il vissuto, ho appreso la storia di un bersagliere sanvitese, internato nei lager tedeschi e polacchi per essersi rifiutato di aderire alla RSI, un internato sanvitese che aveva, nella lunga e dura prigionia, raccolto addirittura le sue memorie su fogli di fortuna reperiti nei lager, memorie oggi raccolte ne “Gli zoccoli di Steinbruck”. Invitare la figlia Rita perché ci raccontasse la storia del padre Pompilio è apparso da subito doveroso quanto naturale: sia per rendere onore al coraggio del nostro compaesano, sia per inserire un altro tassello nella storia del nostro paese, sia per parlare ai ragazzi di libertà e rispetto della persona.

Il 29 Aprile…Pompilio è venuto a raccontare la sua storia a noi suoi concittadini…

Accanto a Rita, Roberto Salvatori, ex presidente dell’ANPI, autore di “Guerra e Resistenza a Sud di Roma”, che da anni si occupa di ricostruire la storia della resistenza e della seconda guerra mondiale in genere nella nostra provincia.

A voi, il resoconto dell’incontro.

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Roberto Salvatori ha iniziato parlando di cosa si debba intendere per resistenza, definendola più volte, non tanto un periodo storico, quanto un atteggiamento di opposizione attiva e passiva alle ingiustizie e alla sopraffazione. Chi ha fatto resistenza, ci ha raccontato, non sempre è stato autore di chissà quali imprese eroiche: il più delle volte, resistere è stato sinonimo di sabotare, confondere, bloccare chi 20150429_103156minacciava la libertà. Dopo aver illustrato il periodo storico e aver sottolineato quanto fosse difficile vivere la quotidianità durante la guerra, Roberto ci ha parlato di alcuni episodi che si sono svolti a San Vito e nelle zone vicine. Come ad esempio un’azione compiuta dai partigiani sanvitesi: nella ricerca di armi e munizioni, alcuni partigiani sottrassero delle mitragliatrici al Centro Metereologico dell’Areonautica di Guadagnolo, quel Guadagnolo dove fu ucciso il parroco Don Giuseppe Buttarazzi, colpevole di aver protetto dei partigiani e il cui corpo fu lasciato esposto nella piazza principale che ancora oggi porta il suo nome. Nella nostra provincia, la resistenza, sebbene di gran lunga inferiore alla veemenza della lotta nell’Italia del Nord, ebbe episodi significativi: Roberto ha accennato ai martiri di Palestrina, alle vittime di Paliano, al coraggio dei partigiani delle bande locali. Particolarmente interessante per i ragazzi, è stata l’illustrazione delle azioni di sabotaggio fatte contro i tedeschi e i nazifascisti: dai chiodi a 4 punte usati per bloccare colonne di macchine, forandone le gomme della macchina aprifila ed esponendo così tutta la colonna al fuoco nemico dall’alto, allo sradicamento dei cartelli stradali o alla loro manomissione, in modo da creare confusione ed errori nella trasmissione degli ordini tra i reparti tedeschi o nello spostamento dei mSchermata 2015-05-01 alle 09.52.49ezzi. Era difficile vivere durante la guerra, maggiormente dopo quel’8 settembre dopo il quale popolo ed esercito italiano furono lasciati allo sbando, senza un re e un governo: in quegli anni, l’Italia visse una guerra di tutti contro tutti, una guerra fin negli stazzi delle case di campagna. Racconta Roberto (e anche i tanti nonni intervistati negli anni dai ragazzi) che i tedeschi in ritirata arrivavano a rubare cibo nei casolari di campagna e rifiutarsi di consegnare loro uova o pane era di fatto impossibile, mentre era molto probabile la fame per la famiglia derubata.

Pompilio Trinchieri

La parola quindi è passata a Rita che, con grande commozione ha cominciato a parlare del padre Pompilio, “bersagliere a vent’anni e bersagliere tutta la vita”, come amava definirsi lui. Pompilio nasce a San Vito nel 1915 e vive con il papà cantoniere nella casa cantoniera che ancora oggi accoglie chi sale a San Vito da Genazzano: un bambino, Pompilio, come tanti, che aiutava il papà cantoniere nella manutenzione della strada e che aveva frequentato la scuola fino alla terza elementare. Un bambino come tanti, come quei tanti che la guerra sottrasse alla giovinezza spensierata per catapultarli tra lutti e dolori. Chiamato nel ’37, a 22 anni, nel 2° Reggimento Bersaglieri, fu poi richiamato alle armi nel giugno del 1940, subito dopo l’ingresso dell’Italia in guerra. A lui toccò in sorte di combattere in Albania, Grecia e nell’ARMIR dell’inverno russo. L’armistizio lo trova in Grecia, a Khalkis, nell’isola di Eubea. Pompilio e i suoi compagni vengono catturati e lui viene portato in Germania. A lui e a tutti viene fatta una proposta, in cambio dell’adesione alla neonata RSI di Salò: “Vi daremo pane bianco e sufficiente, vestiario al pari dei nostri soldati, armamento idem”. Scrive Pompilio nelle sue memorie: “Nessuno accettò. E della decisione nessuno mai si pentì”. Pompilio fu internato nello Stalag III B di Furstenberg. Durante la traversata della Germania e della Polonia, Pompilio racconta le grandi crudeltà e violenze che i tedeschi, gli ex alleati, compivano nei confronti degli ebrei e dei polacchi: davanti ai suoi occhi, si consumarono quelle scene che noi più giovani vediamo sol nei documentari…Ebrei ammassati nei treni, sottoposti ad umiliazioni pur di bere un goccio d’acqua, neonati ebrei strappati dalle braccia delle madri e lanciati in aria per poi essere colpiti in un disumano tiro al piattello, bambini mutilati di una gamba verso i quali vengono scagliati i cani, fin quando non deturpino anche l’altro arto… Pompilio racconta tutto questo, con tremenda precisione…

 A Furstenberg la situazione fu da subito difficile: a lui e agli altri fu data una divisa di tela leggera, un baschetto e un  numero di matricola. Racconta Pompilio: “Era talmente freddo che si sentivano solo i denti sbattere”. Per 16 ore al giorno, si scavavano tunnel. Tuttavia una minima quantità di cibo veniva data e si riusciva a sopravvivere.

Quando fu approvata la Convenzione di Ginevra che imponeva diritti ai prigionieri, i tedeschi, per non incorrerere in sanzioni, trasformarono i “prigionieri militari” in “internati”, pur di continuare a trattarli come schiavi. Gli internati militari italiani furono 750.000: 60.000 non fecero ritorno.

La mattina venivano svegliati dalle cuccette a tre livelli con bastonate tra capo e collo: già la sveglia poteva essere motivo di morte. Pompilio e i compagni avevano il corpo coperto di piaghe, in cui i pidocchi entravano facilmente a torturare ulteriormente quelle carni.

Il 20 ottobre del 1944, Pompilio e alcuni compagni furono portati via, senza sapere quale fosse il loro destino né la loro meta. Solo in seguito avrebbe saputo che il trasferimento nel campo di punizione di Steinbruck era dovuto al fatto che nella baracca lui era tra i maggiori incitatori alla resistenza e all’opposizione.

L’inferno di Dante non fu nulla in confronto a Steinbruck. Nessuno usciva vivo da 12 settimane a Steinbruck. A Pompilio ne furono assegnate 8. Tante furono le punizioni a cui fu sottoposto. Rita ci ha raccontato di quando lui e pochi altri furono chiusi in una stanza buia e strettissima, con solo un water per i bisogni, senza nulla da mangiare. Quando poi gli venne dato il cibo, gli toccò la sbobba, un cibo salatissimo. Arsi dalla sete, dovettero bere l’acqua dello scarico. Oppure quando di notte furono svegliati per andare a liberare un camion impantanato nella neve. Muoversi sulla neve con gli zoccoli di legno era difficilissimo, sia perché si scivolava, sia perché il bordo tagliava il collo del piede. Ogni volta che scivolavano, venivano colpiti da bastonate. Dopo ore e ore, Il camion fu liberato e Pompilio, accortosi che il camion portava cibo, sottrasse 4 carote dal carico. Al rientro alla baracca, però, furono perquisiti e a nulla valse il fatto di far scivolare le carote lungo i pantaloni. Fu fatto distendere a pancia in giù su di una panca semicircolare, in modo che la schiena fosse ben tesa e la testa costretta tra le gambe di un aguzzino. Un altro aguzzino gli inflisse 35 nerbate. Fu la prima di una lunga serie in quelle 8 settimane: fu punito perché si era nascosto la coperta di lana sotto la divisa per attutire il freddo, fu punito perché nel fare il becchino ai suoi amici morti usava pietà verso quei corpi da seppellire, fu punito per non accettare di collaborare. Pompilio è sopravvissuto all’inferno di Furstenberg e di Steinbruck, ma le ferite dell’anima lo hanno accompagnato per tutta la vita. Forse per “guarirne”, tornato a casa ha cominciato a trascriverle a macchina, sebbene non volesse in alcun modo condividere la sua storia con i suoi cari. Come la maggior parte dei reduci dei campi, ha taciuto: forse per paura di non essere creduto, forse per un insolito pudore, forse per timore di essere giudicato in modo sbagliato. Il silenzio che lui e altri si sono inflitti è stata l’ennesima ferita della loro anima. Quando poi, anni e anni dopo, i figli hanno raccolto le memorie e gliene hanno fatto dono agli 85 anni, la sua storia ha avuto il piccolo grande riconoscimento della condivisione e dell’orgoglio dei figli verso il proprio padre. Quando, nel 2011, Pompilio è venuto a mancare, alla veneranda età di 96 anni, Rita ha deciso che la storia di meritava di essere divulgata, affinché tutti, soprattutto i giovani, sapessero.

Il 29 Aprile 2015 Pompilio ha avuto il piccolo grande riconoscimento della condivisione e dell’orgoglio di tutti noi sanvitesi verso un proprio concittadino.

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Targa a Pompilio Trinchieri

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Ringrazio infinitamente Rita e Roberto per la grande opportunità che hanno dato a tutti noi, ma soprattutto ai giovani di sentire dalla loro voce pagine così significative della storia. Li ringrazio per disponibilità, generosità, umiltà. E ringrazio quanti hanno collaborato perché questo incontro con la storia avvenisse: l’amministrazione, i ragazzi del Consiglio, la scuola, i genitori, i singoli cittadini che hanno contribuito, anche con la loro presenza.

Con infinita commozione e riconoscenza per l’importante occasione di crescita di noi, TUTTI.

La prof.

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Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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