IIIA: Giacomo Leopardi e la famiglia_Viaggio in un’anima, nell’epistolario e nello Zibaldone

Ci avviamo allo studio dell’amatissimo Leopardi ( o come sa chi segue, zio Giacomo 😉 ) e conosciamolo attraverso i suoi scritti personali, le lettere e lo Zibaldone.

Abbiamo già conosciuto il rapporto che aveva col padre (link al post dell’attività svolta , contenente la lettera). Il rapporto col padre appare ossimorico e logorante, fatto di odio e amore, di rabbia e rispetto: all’indomani della fuga non riuscita, Leopardi quasi si scusa di aver provocato questo dolore al padre e addirittura si cruccia dell’esser nato, arrecando sofferenze col suo stato di salute. C’è desiderio d’amore e di approvazione nella lettera, a tratti struggente.

Ora, dopo aver visto alcuni video circa la sua vita e i suoi luoghi, vediamo ora il rapporto freddo e distaccato che aveva con la madre, rigida, severa e anaffettiva:

  1. Primissima lettera alla madre: <L’entrata di Gesù in Gerosolima, dedicata a S.E. la Signora Contessa Adelaide Leopardi, da Giacomo Leopardi

Carissima signora Madre,
Già ben prevedo, che una critica inevitabile mi sia preparata. Questa composizione, mi par di sentire, è troppo breve, ed in qualche luogo lo stile è basso. Io non so che rispondere a questa critica, ma mi contento di pregarla a considerare la scarsezza del mio ingegno e a credermi. Di lei carissima signora madre.

Dev.mo, Umil.mo, Obbl.mo Servo Giacomo Leopardi.

Si nota la preoccupazione di un rimprovero materno e l’umiltà del giovinetto che doveva sentirsi sempre inadeguato di fronte a lei>> (citazione da Relazioni e affetti nell’Epistolario di Giacomo Leopardi, Loretta Marcon, 2013).

2) Così scrive alla madre, dopo la fuga da Recanati, chiedendo scusa per il gesto fatto, ma implorando affetto (non più “signora madre“, ma “mamma” e non più “Giacomo” preceduto da mille titoli, ma “Mucciaccio“, ad invocare l’affetto del cuore materno):

“Cara Mamma.

Io mi ricordo ch’Ella quasi mi proibì di scriverle, ma intanto non vorrei che pian piano, Ella si scordasse di me. Per questo timore rompo la sua proibizione e le scrivo, ma brevemente, dandole i saluti del Zio Carlo e del Zio Momo. Sono in piedi oggi per la prima volta dopo otto giorni intieri di letto, e la mia piccola piaga è ben chiusa. Se non si riapre, che spero di no, son guarito. S’ella non mi vuol rispondere di sua mano, basterà che lo faccia fare, e mi faccia dar le sue nuove, ma in particolare, perché le ho avute sempre in genere. La prego a salutare cordialmente da mia parte il Papà e i fratelli; e se vuol salutare anche D. Vincenzo, faccia Ella. Ma soprattutto la prego a volermi bene, com’è obbligata in coscienza, tanto più ch’alla fine io sono un buon ragazzo, e le voglio quel bene ch’Ella sa o dovrebbe sapere. Le bacio la mano, il che non potrei fare in Recanati. E con tutto il cuore mi protesto
Suo figlio d’oro Giacomo-alias-Mucciaccio.”

(Lettera alla madre di Giacomo Leopardi – Roma, 22 gennaio 1823)

3) Così scrive nel solo Zibaldone (frammento 353-4), parlando idi una donna in generale, in cui, però, molta critica ha visto Adelaide Antici:

Io ho conosciuto intimamente una madre di famiglia che non era punto superstiziosa, ma saldissima ed esattissima nella credenza cristiana, e negli esercizi della religione. Questa non solamente non compiangeva quei genitori che perdevano i loro figli bambini, ma gl’invidiava intimamente e sinceramente, perché questi eran volati al paradiso senza pericoli, e avean liberato i genitori dall’incomodo di mantenerli. Trovandosi più volte in pericolo di perdere i suoi figli nella stessa [354] età, non pregava Dio che li facesse morire, perché la religione non lo permette, ma gioiva cordialmente; e vedendo piangere o affliggersi il marito, si rannicchiava in se stessa, e provava un vero e sensibile dispetto. Era esattissima negli uffizi che rendeva a quei poveri malati, ma nel fondo dell’anima desiderava che fossero inutili, ed arrivò a confessare che il solo timore che provava nell’interrogare o consultare i medici, era di sentirne opinioni o ragguagli di miglioramento. Vedendo ne’ malati qualche segno di morte vicina, sentiva una gioia profonda (che si sforzava di dissimulare solamente con quelli che la condannavano); e il giorno della loro morte, se accadeva, era per lei un giorno allegro ed ameno, né sapeva comprendere come il marito fosse sì poco savio da attristarsene. Considerava la bellezza come una vera disgrazia, e vedendo i suoi figli brutti o deformi, ne ringraziava Dio, non per eroismo, ma di tutta voglia. Non proccurava in nessun modo di aiutarli a nascondere i loro difetti, anzi pretendeva che in vista di essi, rinunziassero intieramente alla vita nella loro prima gioventù: se resistevano, se cercavano il contrario, se vi riuscivano in qualche minima parte, n’era indispettita, scemava quanto poteva colle parole e coll’opinion sua i loro successi (tanto de’ brutti quanto de’ belli, perché n’ebbe molti), e non lasciava [355]  passare anzi cercava studiosamente l’occasione di rinfacciar loro, e far loro ben conoscere i loro difetti, e le conseguenze che ne dovevano aspettare, e persuaderli della loro inevitabile miseria, con una veracità spietata e feroce. Sentiva i cattivi successi de’ suoi figli in questo o simili particolari, con vera consolazione, e si tratteneva di preferenza con loro sopra ciò che aveva sentito in loro disfavore. Tutto questo per liberarli dai pericoli dell’anima, e nello stesso modo si regolava in tutto quello che spetta all’educazione dei figli, al produrli nel mondo, al collocarli, ai mezzi tutti di felicità temporale. Sentiva infinita compassione per li peccatori, ma pochissima per le sventure corporali o temporali, eccetto se la natura talvolta la vinceva. Le malattie, le morti le più compassionevoli de’ giovanetti estinti nel fior dell’età, fra le più belle speranze, col maggior danno delle famiglie o del pubblico ec. non la toccavano in verun modo. Perché diceva che non importa l’età della morte, ma il modo: e perciò soleva sempre informarsi curiosamente se erano morti bene secondo la religione, o quando erano malati, se mostravano rassegnazione ec. E parlava di queste disgrazie con una freddezza marmorea. Questa donna aveva sortito dalla natura un carattere sensibilissimo, ed era stata così ridotta dalla sola religione.

4) <<[…] su suggerimento del padre, il 17 novembre 1832 Giacomo scriverà l’ultima lettera alla mamma per domandarle un aiuto economico. Severissima amministratrice di casa, ad Adelaide spettava decidere se corrispondere alle richieste del figlio. Si può immaginare la sua apprensione nel dover confessare la propria necessità alla madre, di cui ben conosceva le rigide regole. E infatti umilmente si premura di ricordarle come avesse «sempre cercato di non darle nessun disgusto» aggiungendo: «sempre mi ami e mi benedica, ch’io sono e sarò eternamente Suo amorosissimo figlio.» (Epist., vol. II, pp.1957-58). Giacomo invierà altre due lettere da Napoli, ma indirizzate a tutti i suoi familiari. L’ultima di queste, datata 25 aprile 1835, è ancora una richiesta d’amore: 

Mia cara Mamma

Carlo, Paolina, Pietruccio, vi prego a voler bene, e qualche volta scrivere al vostro Giacomo, il quale è poco forte degli occhi, ma non poco amoroso di cuore. (Epist.vol. II, pp. 2027-28)>>

((da Relazioni e affetti nell’Epistolario di Giacomo Leopardi, Loretta Marcon, 2013)

Ne emerge il quadro di un ragazzo distrutto negli affetti, oppresso da un amore morboso da un lato e da una freddezza glaciale dall’altra, desideroso d’amore tanto quanto non riesce a trovarne intorno a sé alcuna traccia.

Davvero belle e tenere sono le lettere tra Giacomo e Paolina (si chiamavano Muccio e Pilla), dove trapela un grande affetto tra i due. Ma anche Paolina non è esente dal malessere del fratello e così gli scrive nel 1823:

Recanati, 13 Gennaio 1823

Caro Giacomuccio mio. Ecco cominciato questo nuovo anno, che io vi desidero pieno di felicità, e lo sarà senza dubbio, avendolo cominciato sotto favorevoli auspicj. Per me non ho altro desiderio a formare, che di non vederne il fine, ed è questo desiderio concepito con il più intimo sentimento del cuore, e voi lo crederete bene, conoscendo me e quelli che mi governano. Dei quali io sono così annoiata, e di questo modo di vita, che non ne posso più;ed il peggio è il non avere alcuna speranza, neppur lontana, di miglioramento; no, non vedere per fine a questo stato altro che la morte! Ebbene, venga pure questa morte, e venga anzi prestissimo, chè sempre sarà troppo tarda ai miei voti; e se mi si assicurasse di morire domani, forse dalla consolazione non ci arriverei. Voi dite che l’allegria e la malinconia sono frutti d’ogni paese; per la malinconia crederò che possa essere frutto di Roma, ma l’allegria di Recanati credo che sbagliate. E poi il paese dove abito io, è casa Leopardi; e voi sapete meglio di me come vi si vive. Insomma io sono disperata; ed alla fine, essendo certa di dover vivere sempre miseramente, termino sicuramente col farmi monaca. E potessi farlo adesso in questo momento in cui piango, e mi dispero! Voi mi domanderete forse cosa mi è avvenuto di nuovo. Niente, Giacomuccio mio, ma ogni giorno che passa, accresce la mia infelicità. Ma adesso che vi rifletto, non so perchè venga a tormentarvi con queste ciarle, ora che vi godete la vostra pace, e vi ridete di tutte le nostre miserie. Scusate, caro Giacomo mio; io sono amareggiata talmente, e così intimamente desolata, che senza accorgermi ho preso a parlare di me, non ricordandomi, che questa è la cosa pegli altri più noiosa che si possa dare. Non così però è per me quando mi parlate di voi, anzi vi prego a farlo sempre, prendendo io moltissima parte nei vostri affari; come prendo molto dolore ai vostri geloni, che dal vostro silenzio nell’ultima a Carlo argomentiamo che stiano meglio. Non dimenticate però di parlarcene, e se avete usato di quell’unguento che vi hanno mandato ec.

[…] Addio, Giacomuccio mio. Se vi siete annoiato delle mie ciarle, come sarà senza dubbio, ringraziatemi che ho cominciato in un mezzo foglio di carta. Tutti vi salutano, ed io saluto tanto Mariuccia e voi, Giacomo mio, abbracciandovi affettuosamente. Addio.

Per vostra regola, ho renduto già le vostre lettere e le mie invisibili ad ogni altro.

Il malessere di Giacomo è lo stesso di Paolina e probabilmente anche di Carlo: e questo rassicura del fatto che non alla malattia si deve questa inquietudine, ma ad un amore distorto, strozzato o peggio freddo e distante sperimentato nella fanciullezza. Ma “intenerisce il core“, per dirla alla Leopardi, che nessuno di questi figli abbia tuttavia mai maledetto fino in fondo la vita arrivando a disfarsene: molte sono le lettere di Giacomo e Paolina in cui i due si scambiano affetto e immagini di vita quotidiana, sebbene sempre venate di malinconia profonda. I due, pur consumati da una vita che non ha conosciuto l’amore (e l’Amore) nella fanciullezza, restano sempre profondamente attaccati alla vita (questa volta per dirla con Ungaretti). In questa, tra le tante, Giacomo le scrive di quanto sia bella Pisa e in questa, l’ultime che scriverà a Pilla, la rimprovera dolcemente di scrivergli poco e di essere un po’ attaccata al denaro, dato che non gli scrive pur di non spendere un carlino.

Tutte le poesie di Giacomo suono una riflessione su di sé e sulla vita, una sorta di lettere a sé stesso, in versi. Come la prima che ci appressiamo a leggere, Il Passero Solitario:

A presto, col proseguo del viaggio interiore.

La prof

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Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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