IIIA: Verso l’Infinito e oltre! (Leopardi, perdonami il titolo)

Altre lezioni sull’Infinito

Ok, zio Giacomo, il titolo è un po’ dissacrante…

o no?

Nel cartone, il pupazzo Woody, giocattolo preferito da Andy, prova una profonda invidia per Buzz, il giocattolo astronauta supertecnologico che lo ha temporaneamente sostituito nel cuore del ragazzo. Così Woody fa di tutto per metterlo in cattiva luce con gli altri giocattoli: “Non sai volare”, “Sei un giocattolo normale, non uno Space Ranger“. L’invidia (< IN VIDEO), il ‘voler non vedere, il vedere contro’ lo porta a non vedere quello che è evidente: Buzz non sarà uno Space Ranger, avrà pure ali di plastica (o in lega berillio-carbonica come precisa Buzz 😉 ), ma PUO’ volare, nonostante la sfiducia invidiosa di Woody (che assomiglia tanto ai polli e ai gatti de “Il brutto anatroccolo“). E cosa farà infatti Buzz? Volerà…verso l’infinito…e PURE OLTRE!

Ecco, ora direte: vabbè, prof, mo che c’entra con Leopardi tutto questo? 😉

C’entra. Anzi fa centro.

Ieri, complice lo spettacolo teatrale di Alessandro D’Avenia, che presentava L’arte di essere fragili, romanzo incentrato su Leopardi, mi sono soffermata sul verbo fingere che compare nel famosissimo Infinito (per la spiegazione del quale rivedetevi i vecchi post):

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Per capire bene questo verbo, occorre, come sempre, scandagliare l’etimologia (foto da https://unaparolaalgiorno.it)

etimologia di

Etimologia di “fingere”

Leopardi si plasma, si ricrea, si inventa (<INVENIO ‘trovare’), si RITROVA, TROVA SE’ STESSO di fronte alla siepe, di fronte all’ostacolo (per gli amanti di Renato Zero come me, consiglio l’ascolto della canzone Inventi; qui il testo. La poesia in-venta e ri-crea)

Come Dante nella selva:

Mi ritrovai per una selva oscura

Non è che Dante racconta che è ‘capitato’ nella selva (TOM TOM fasullo…), ma Dante RITROVA SE STESSO nella selva: di fronte alla difficoltà (lo sbandamento che lo aveva colto nel mezzo del cammin della sua esistenza di uomo e politico di riguardo), quando tutto sembrava perduto, lui PARADOSSALMENTE ritrova sé stesso. Per Leopardi avviene la stessa cosa: gli “ostacoli” di Leopardi li sappiamo e li possiamo immaginare: una vita strozzata, da tanti punti di vista. Ma l’ostacolo della siepe è occasione di superamento dei propri limiti, di andare PURE OLTRE la difficoltà…ove per poco il core non si spaura.

Altro verbo molto interessante, di cui abbiamo ragionato in classe, commentando la poesia in classe, è mirare (sedendo e mirando). L’etimologia, anche in questo caso, ci aiuta tantissimo. Mirare < MIROR, da cui anche l’inglese mirror ‘specchio’: MIROR è ‘guardare con attenzione, guardare, andando oltre la superficie, facendosi cogliere dalla meraviglia’. Cosa facciamo infatti quando, dopo vestiti, ci specchiamo? Abbiamo veramente bisogno di vedere quale maglietta e pantalone abbiamo indossato? Non vediamo forse gli abiti quando ce li mettiamo addossso? Allora, cosa guardiamo quando ci specchiamo? Guardiamo come siamo NOI, guardiamo con attenzione se quei vestiti corrispondono all’emozione di quel giorno, se ci raccontano in modo adeguato, GUARDIAMO DENTRO DI NOI. Quando le ragazze si controllano in continuazione il capello o il rimmel appena messo, non controllano veramente se si è spostato il capello 17 dell’acconciatura o se il rimmel è sceso, ma se possono suscitare interesse da parte del ragazzo di cui sono innamorate. Guardano con attenzione se sono AMABILI.
Ecco, Leopardi allo stesso modo usa la siepe come uno specchio. Perché mettersi seduto di fronte ad una siepe? Come mettersi di fronte ad una TV spenta. La siepe è il suo specchio: occludendo la vista lungo il piano orizzontale, costringe ad alzare lo sguardo oltre, scoprendo cose in-finite, che non possono esistere se non nell’animo umano, in sé stesso (non esistono interminabili spazi; i silenzi sovrumani non sono appunto umani). La siepe permette a Leopardi di guardarsi dentro e leggersi, leggere l’infinito che ha dentro.

Un po’ come nei quadri di Magritte, dove il cielo abita l’uomo. Nel quadro qui sotto, provate a sostituire la tenda con una siepe…

magritte

Ci sono due sguardi, infatti nella poesia: lo sguardo fisico, ristretto che vede la siepe e niente più. E poi lo sguardo interiore, fatto col cuore, che non si cura dell’ostacolo e guarda oltre e VEDE (come il piccolo principe), l’essenziale che è oltre e lo vede anche in-finito, senza alcun limite al proprio de-siderio, senza alcun limite alla propria ambizione.

Sono questi due sguardi che lui va comparando: quello della vita sensibile, orizzontale e quello del vedere oltre il reale tangibile, l’ambizione, il sogno…

E il verso finale ci fa capire quale dei due sguardi lui preferisca 😉
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Vi auguro un bel naufragio, ragazzi.

La prof

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Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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