Stay Human: IIIA IIIB_Intervista a rifugiato del Centro Astalli

Progetto Stay Human


Il 25 Marzo scorso i ragazzi delle terze medie hanno avuto la possibilità di fare un incontro particolarmente toccante con un rifugiato del Centro Astalli, ormai in Italia da diversi anni.

Assan, chiameremo così il ragazzo che abbiamo incontrato, ci ha raccontato la sua vita, molto difficile, da quando, appena 15enne, è stato costretto a scappare da casa nel giro di una nottata.

Tutto inizia quando, nel suo paese subtropicale (che qui tacciamo), suo cugino che aveva acquistato un pullman di gran turismo, dopo essersi indebitato per questo acquisto che avrebbe dovuto garantirgli un lavoro come autista, si rifiuta di pagare i dazi che nella capitale si devono pagare a bande di malfattori che gestiscono le strade e stabiliscono il prezzo del passaggio. Assan ci racconta che, per attraversare la capitale, occorreva pagare più dazi a tutte le bande locali. Suo cugino non riusciva a guadagnare a sufficienza per ripagarsi il debito iniziale di 60.000 euro e poter vivere. Di fronte all’ennesima richiesta, il cugino prende la pistola e uccide due esattori, appartenenti all’etnia avversa alla sua.

Immediatamente scattano le vendette trasversali tra famiglie. I parenti dei due uomini bussano a casa di Assan, con l’intenzione di ucciderlo. La madre tergiversa, dice che il figlio non era in casa e i sicari si allontanano. La madre, col cuore in gola, dice ad Assan che se ne deve andare, la sera stessa, perché presto sarebbero ritornati per fargli la pelle. Assan aveva 15 anni. La madre gli dà tutti i soldi che la mamma aveva in una cassetta di legno e lo manda via. Da solo.

Assan sapeva che c’erano trafficanti che lo avrebbero potuto aiutare per arrivare in Libia e poi, da lì, ad imbarcarsi per l’Italia. Li cerca sui social e prende contatti con loro. Gli assicurano un viaggio comodo, da solo, in jeep, anche attraverso il deserto. Assan accetta e consegna i primi 900 euro.

Quando si reca al posto dell’incontro, vede che ci sono 32 persone prenotate, per viaggiare su un pickup: le 32 persone avrebbero dovuto viaggiare per km e km uno sull’altro, stando a turno sul fondo del rimorchio o sul bordo, insieme ai loro zaini. Assan non vuole partire e lo dice al trafficante, che scopre essere un poliziotto.

-Allora resta pure qui- gli risponde.

Ma Assan è solo, indietro non può tornare. Tanto vale tentare. Consegna i 900 euro e sale dietro sul pickup, mettendosi a cavalcioni sul bordo, con una gamba a penzoloni. Un carico umano che vale 28.000 euro (900×32), un viaggio che vale più del valore della macchina.

Viaggiano così fino ad arrivare all’inizio del deserto. Tutti si lamentano: la macchina corre anche per 12h di fila, senza fare tante soste, stabilendo pause arbitrarie per il bagno e per mangiare. La macchina sfreccia anche a 180 km/h, facendo sobbalzare tutti nel rimorchio, a 40°C nel deserto.

Capita così che, dopo un 100 di km dall’inizio del deserto, la macchina sobbalza bruscamente per una roccia, scaraventando nella sabbia un ragazzo. Tutti, dal rimorchio cominciano a gridare e a battere la lamiera per dire al trafficante di fermarsi, ma non c’è alcun cenno di rallentamento o di interessamento. Vedendo questo ragazzo scomparire all’orizzonte in mezzo al deserto, decidono di buttare nella sabbia anche il suo zaino, per dargli una minima possibilità di sopravvivenza….Lo vedono diventare un puntino nero, piccolo, solo, in mezzo all’infinità del deserto…

Dopo un paio di giorni, l’autista si ferma, dicendo:

-Siamo quasi arrivati, tra 2 km c’è la prima città della Libia. Io non vi posso accompagnare fino a lì, perché mi metterebbero in galera. Andate a piedi. Il viaggio finisce qui.

Tutti cominciano ad inveire. Nessuno ha mai attraversato il deserto e nessuno sa orientarsi.  Ma non c’è verso. L’autista sfreccia via, lasciando 30 persone sole nel deserto. Iniziano le discussioni: chi vuole andare a destra, chi a sinistra, chi indietro, seguendo la macchina. Ci sono liti e si formano 4 gruppi. Assan e altre 4 persone prenderanno una direzione diversa dagli altri, di cui ancora oggi non ha più saputo nulla.

Non mancavano 2 km. Assan e i suoi amici camminano per 12 giorni, indovinando, per puro caso (o provvidenza) la direzione giusta. Il suo è un gruppo fortunato: ha 2, 5 kg di cipolle. Ci spiega Assan che le cipolle servono per bruciare la bocca, per non far sentire la sete e dare comunque il nutrimento. nel tragitto, Assan butta le scarpe e lo zaino. Va avanti solo per la disperazione di non poter tornare indietro.

Dopo 12 giorni, arriva, spossato nella prima città della Libia. Ha fame, è disidratato, sporco, maleodorante. C’è un ristorante. Chiede di poter mangiare: beve una bottiglia di acqua e mangia un solo cucchiaio di riso. Sa che mangiare tanto può essergli fatale. A questo punto, gli si avvicinano i gestori del locale:

-Devi pagare il conto.

-Ma io non ho soldi, né ho mangiato se non un po’ di riso.

Lo picchiano e lo costringono a lavare tutti i piatti della giornata e a pulire tutto il locale. Ma Assan tutto sommato è felice…

-Avevo un tetto sulla testa, cibo. Mi pagavano pochissimo, ma era comunque tanto per me. Dopo molto tempo, riesco a racimolare qualche soldo e decido di contattare un altro trafficante per fare il viaggio in mare…

Arrivo al porto…Mi avevano promesso una nave di legno, un viaggio dignitoso, umano…Invece mi trovo di fronte ad un gommone, precario, rischioso. Siamo tantissimi. Anche qui ci dicono la stessa cosa di un tempo:

-O parti o ti fermi qui. Ma per te c’è il carcere.

Sono poliziotti, i trafficanti. Non si possono denunciare. Loro che dovrebbero proteggere la popolazione sono loro stessi dei malviventi. Il loro stipendio mensile di un poliziotto è di 500 euro: guadagnano molto di più a fare i trafficanti. Le carceri libiche sono tremende…Lì avviene di tutto. E’ per questo che tutti accettando di salire sul gommone.

Il gommone non ha nessuno che lo guidi. Chi si mette alla guida è un disperato come gli altri, che non sa nulla di navigazione a mare aperto. Non è uno scafista: gli scafisti non rischierebbero mai la loro vita…Il gommone ha quel tot di benzina che permette al gommone di arrivare in acque internazionali.

Lo fanno a posta: loro vogliono che noi moriamo in mare…Abbiamo visto le loro facce, siamo un pericolo per loro… Noi non lo sapevamo…Ci dicevano: poche ore e sarete arrivati in Italia. Invece siamo stati 3 giorni nell’acqua, in balia delle onde e il gommone ben presto si spegne…Non c’era più benzina. Io e gli altri siamo stati avvistati dalla Guarda Costiera italiana…Loro, con la loro nave a motore, in 4 h, ci hanno portato a Lampedusa. Se una nave a motore impiega 4 h per arrivare a Lampedusa, quanto ancora avremmo dovuto stare in mare per arrivarci con un gommone, ammesso di navigare nella giusta direzione? Se la guardia costiera non ci avesse salvato, io e gli altri saremmo morti…

Assan termina il suo racconto così. Oggi vive a Roma. Ci vive da 10 anni. Grazie al centro Astalli, ha avuto una accoglienza dignitosa e ha potuto nel tempo riacquistare la dignità attraverso un lavoro. Ha terminato gli studi e ha un lavoro regolare. Nel suo paese non è più tornato. Altri suoi parenti sono morti a seguito della faida familiare. Sua madre la sente una volta a settimana, via Skype…


Incontri come questi valgono più di mille lezioni di cittadinanza…

Grazie Assan per averci raccontato la tua storia, grazie Roberta, volontaria del centro Astalli, grazie  prof.ssa Marisa Tola per averci dato la possibilità di ascoltare la Storia che si sta scrivendo sotto i nostri occhi…

Dell’incontro è stato fatto un video, che non si pubblica per tutelare Assan. ecco a voi qualche foto:

La prof

 

Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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