IIIA IIIB: incontro con Piero Terracina, sopravvissuto ad Auschwitz

Il 26 Marzo scorso i ragazzi delle classi terze hanno avuto la possibilità di incontrare un testimone della Storia, Piero Terracina, sopravvissuto ad Auschwitz. Negli anni scorsi, già diversi ragazzi avevano incontrato Sami Modiano, amico fraterno di Piero. Quest’anno, finalmente, siamo riusciti a sentire un’altra testimonianza di uno dei periodi più oscuri della storia.

 

 

Piero, nonostante l’età avanzata, ha raccontato nei minimi dettagli, il quadro storico di quegli anni, spiegando la situazione politica del tempo e soffermandosi in particolare sulle leggi razziali emanate nel ’38. Piero frequentava la quarta elementare, quando la maestra, chiamatolo in disparte, gli comunicò che doveva lasciare la scuola, senza nessun’altra spiegazione. Piero ricorda l’affetto della maestra, ma, al tempo stesso, il suo volto impassibile. “Non mi disse nulla, non mi accarezzò, non mi rassicurò. Mi disse solo di andare a casa, ché i miei mi avrebbero spiegato“. Nel tragitto verso casa, Piero trema al pensiero di dover dire di essere stato espulso da scuola, per paura di essere rimproverato dai suoi genitori…

Piero continuerà gli studi in una scuola ebraica, il cui livello era eccellente: “Avendo scacciato tutti gli insegnanti ebrei dalle scuole, molti si riversarono a Roma, nella mia scuola. Fu così che mi trovai insegnanti validissimi, come anche il preside. Ricordo con grande affetto il preside, italiano, che non perdeva mai un giorno per ricordarci che dovevamo dare il meglio. L’Italia vi odia, ci diceva, vi considera inferiori, per questo dovete dare il doppio rispetto ad un italiano“.

Intanto la famiglia vive sfollata, in un appartamento, con una limitata normalità e serenità.

La tragedia inizia la sera di Pasqua, il 7 Aprile 1944, quando delle SS armate fin sopra i denti, irrompono in casa Terracina per deportare la famiglia. “Seppi, anni dopo, che eravamo stati venduti per 5000 lire. Qualcuno aveva fatto il nostro nome, aveva comunicato il nostro alloggio, per 5000 lire…“.

Dapprima la famiglia fu deportata a Regina Coeli, che, all’epoca, fungeva da centro di smistamento, poi condotta nel campo italiano di Fossoli. “Vivevamo malissimo e lavoravamo, ma tutto sommato la situazione era ancora sopportabile, perché stavamo tutti insieme. Lì vidi per la prima volta la morte…Un ufficiale sparò in testa ad un ebreo che conoscevo…Per la prima volta vidi morire qualcuno“.

Il 17 Maggio, dalla stazione di Carpi, partirono per Auschwitz, e poi condotti a Birkenau. Appena arrivati, furono divisi a forza uomini e donne. La madre disse a Piero: “Non vi vedrò più“. Piero è commosso e ricorda con voce tremante. “Non rividi più mia madre. Quello è l’ultimo ricordo che ho di lei“.

Ci portarono nelle baracche, ci fecero spogliare, ci passarono il disinfettante dappertutto. Mi ricordo che mi bruciava ala pelle e gli occhi. In quel momento diventati A5506“.

Della vita del lager, Piero racconta poco, lo fa volutamente, sebbene davanti a se abbia una cartellina con giornali dell’epoca ed appunti scritti. “Non voglio raccontare l’orrore, né ai giovani né agli adulti. Sappiate che tutto quello che vi viene in mente ad Auschwitz e Birkenau è accaduto. Mangiavamo pochissimo e la giornata iniziava già con il rischio dell’appello. Stavamo le ore in piedi ad ascoltare l’appello. A volte capitava che qualcuno svenisse e allora si uccideva quello prima e quello dopo. Oppure capitava che a qualcuno scappassero i bisogni: si vedeva il rigagnolo della pipì nella neve. Qualcuno cercava ci coprire con i piedi o con neve fresca quella macchia, ma molto spesso le SS se ne accorgevano e ammazzavano lui e le persone vicine. Eravamo attenti a non perdere le scarpe e la ciotola. Perdere queste cose voleva dire morte sicura. Lavoravamo nel fango e avevamo freddo e fame…Ricordo una sera che mio padre mi disse: “Piero, ricordati che qualsiasi cosa ti accadrà, non devi mai perdere la dignità“. Mai perdere la dignità: queste parole mi colpirono molto e mi riecheggiano ancora in testa. Pochi giorni dopo, non rividi più rientrare mio padre nella baracca. Capii che era finito nel fumo della ciminiera. Le sue parole mi aiutarono ad andare avanti. Quando nel gennaio ’45 i russi stavano per entrare nel campo, ci fecero fare la marcia…Ero magrissimo…Durante la marcia conobbi il mio amico, mio fratello Sami Modiano. Ci siamo aiutati a vicenda, quando, scappati i tedeschi, fummo trovati dai russi: i campi erano ormai svuotati dai tedeschi e, al suono dei carri russi, uscirono tanti scheletri dalle baracche. Io e Sami siamo stati curati da una dottoressa russa, molto amorevole, che ci ha aiutato a mangiare di nuovo, piano piano. Io e Sami non avevamo più nessuno: nessuno dei due aveva più famiglia, eravamo soli al mondo. Quando sono tornato a Roma, sono stato accolto dalla scuola ebraica“- ricorda tra le lacrime Piero- “perché non avevo più nessuno. Loro e Sami sono stati e sono ancora la mia famiglia. Ho solo loro. I mie figli chiamano Sami zio. Ci vogliamo bene, perché abbiamo visto la morte insieme“.

Il racconto è molto commovente e, sebbene Piero scelga di non raccontare, l’emozione trapela.

Piero decide di terminare la sua testimonianza leggendo un suo scritto, un suo appello che legge ad ogni incontro con i ragazzi e che recita più o meno così (citazione tratta da Repubblica):

No, non posso perdonare ci sono colpe che non possono essere perdonate. Il perdono è sempre individuale: nessuno mi autorizza a perdonare per i milioni di persone che sono state assassinate. Io non posso perdonare per la mia famiglia. Nessuno mi ha lasciato la delega per il perdono, e io non perdono. Come possono negare quello che è stato? Perché negano? Dovrebbero dire dove sono finiti tutti. Di 1023 deportati dopo il rastrellamento del ghetto di Roma sono tornati a casa in 16. Chi vuol negare, se fosse vissuto al tempo della persecuzione degli ebrei, sarebbe stato dalla parte dei carnefici. Se non un carnefice stesso. Ragazzi partecipate alla vita del Paese secondo un ideale di giustizia e si solidarietà. Fate attenzione a non cadere in balia di nuovi duci cialtroni. Chi non ragiona con la propria testa non sarà mai libero. Credo che la memoria della Shoah debba essere tramandata per fare memoria del passato: mi auguro che dall’incontro di stasera qualcosa rimanga nella vostra memoria. La memoria che deve essere tramandata per evitare in futuro che questi fatti si ripetano. Siamo tutti uguali, tutti abbiamo il diritto alla libertà: la libertà o è di tutti o di nessuno. La difesa di questi valori spetta soprattutto ai giovani. Ragazzi impegnatevi  fatelo per voi, fatelo per gli altri, per i vostri figli che verranno. Il Bene e il Male si vedono, si riconoscono. Tenetevi lontano dal Male, vivete la vostra vita nel Bene

Grazie Piero, per la tua testimonianza, per non aver ceduto alla barbarie, per averlo fatto per noi. Grazie a Marisa Tola e Sandra Terracina che hanno organizzato l’incontro. Grazie ai ragazzi che hanno ascoltato, testimoni della staffetta della memoria. Fatene tesoro <3.

La prof

 

Informazioni su Cristina Galizia

Docente di lettere nella Scuola secondaria di I grado IC San Vito Romano (Rm)
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