IIA: “Incontri in libreria”: Wonder, di R. J. Palacio

Ieri anche i ragazzi di IIA hanno dato avvio agli..incontri in libreria (LINK delle attività passate).

Dire che è stato un incontro commovente e intenso è dir poco. Oggetto dell’incontro è stato WONDER, romanzo di R. J. Palacio.

WhatsApp Image 2022-01-22 at 17.46.14

I ragazzi si sono preparati approfonditamente per l’incontro, curando i tempi della presentazione, l’interazione tra i vari personaggi e con il pubblico, ma soprattutto, seguiti anche dalla prof di Musica Fatmira Fati (che ringrazio <3), hanno curato le connessioni con il mondo di oggi e quello musicale. In particolare, con la prof, hanno approfondito la figura di Ezio Bosso, dal punto di vista musicale e umano. Poi hanno improvvisato, perché le cose belle nascono così <3

Ma andiamo con ordine.

Sara ha vestito, letteralmente, i panni di Auggie, Caterina quelli di Summer e Tommaso quelli di Jack; Elia è stato il nostro librario e Claudio G ha curato la locandina dell’evento.

Elia ha presentato al pubblico i personaggi e li ha fatti accomodare, mentre in sottofondo scorreva:

Un caldo applauso ha accolto i ragazzi e il pianista.

Auggie, capelli sul volto e inseparabile cappello in testa, ha cominciato a parlare di sé, di quanto sia stato difficile per lui farsi accettare dai compagni, fronteggiare la discriminazione, desiderare l’accoglienza e sperimentare di contro l’esclusione. Ciononostante non ha mai smesso di sorridere: ha un bel carattere, Auggie, wonder…ful, potremmo dire!

Summer, da amica ormai fidata, l’ha sostenuto in tutto l’incontro e ha raccontato come anche per lei all’inizio non sia stato facile: “Non avevo mai visto nessuno con una faccia come quella…però al tempo stesso volevo conoscerlo…Chiacchierando con lui, mi sono resa conto che non era niente male come amico”. Allo stesso modo Jack ha raccontato come, per Auggie, abbia addirittura sfidato il perfido Julian a suon di cazzotti! “Auggie era mio amico, sapere che Julian gli dava fastidio mi mandava in bestia. E così abbiamo fatto a botte…Sono finito anche dal preside, e i miei genitori sono stati delusi dal mio comportamento, ma lo rifarei cento volte…Non si lascia da solo un amico!”. 

E’ stato proprio Jack a farci riflettere su come la disabilità sia solo uno degli aspetti del nostro modo di essere, diventa solo un limite solo quando lo viviamo noi come limite. E così ci ha proposto di vedere e di ascoltare la stupenda testimonianza di Ezio Bosso a San Remo:

In libreria…è calato un silenzio assordante e denso, un autentico rapimento nello schermo…
Summer è intervenuta a stemperare l’emozione: come Auggie, anche Ezio ha vissuto la malattia, l’emarginazione, ma è andato avanti sempre e comunque, trovando sempre un modo e un pretesto per sorridere…

E così Summer ci ha letto una frase di Ezio che lui stesso ripeteva spesso e ci ha detto di farne tesoro:

“Sono un uomo con una disabilità evidente in mezzo a tanti uomini con disabilità che non si vedono”

Cosa vuol dire essere disabile, diverso? Non è nella nostra differenza la nostra forza? Perché fermarsi a ciò che è fuori? Perché non cogliere l’unicità di ognuno e farne punti di forza per ciascuno?

Auggie era commosso. Dietro le sue spalle sono poi state fatte scorrere altre frasi di Bosso, che tutti noi abbiamo letto con commozione e rispettoso silenzio:

Il pubblico ha poi cominciato ad interagire. Ecco alcune domande e risposte dei nostri personaggi:

-Auggie, cosa hai provato quando a scuola, ti si sono avvicinati per la prima volta i tuoi compagni?

-Inizialmente sono restato come di pietra, ci ho messo un po’ per sciogliermi…avevo tanta paura…Oggi l’aspetto fisico conta molto…


-Summer e Jack, perché siete diventati amici di Auggie? Non avevate paura di essere isolati anche voi? Non era rischioso?
Summer: -Quando l’ho visto solo, non ho pensato a niente, ho solo sentito che mi dovevo avvicinare…Non potevo vederlo rimanere da solo…
Jack: fare amicizie, in fondo, non è sempre rischioso?


-Auggie, ti è mai capitato di maledire la vita?
-Non posso negare di avere avuto dei momenti molto difficili, soprattutto perché non avevo amici…Devo dire che mi ha salvato l’amicizia.
-Hai mai pensato al gesto estremo?

-Ho sofferto, ma mai e poi mai lo avrei fatto!


-Cos’è per voi tre, l’amicizia?
Auggie: è il mio punto di forza, la mia salvezza
Summer: è qualcosa di fondamentale, che va oltre l’aspetto estetico
Jack: fidarsi di un’altra persona e quindi, accettarla.


-Jack, perché hai difeso Auggie da Julian, sii sincero…

Jack: lo ammetto, inizialmente sono stato costretto…sarei falso se non lo dicessi, ma poi ho capito che era mio DOVERE intervenire, non potevo far finta di niente.
Summer: è vero Jack, noi abbiamo un COMPITO, far capire a tutti l’unicità di Auggie!


-Auggie, cosa pensi quando ti specchi?

-Guarda, ho imparato ad apprezzarmi…devo dirti che io allo specchio mi vedo meravigliosamente unico!


-I tuoi genitori, in che modo ti sono stati vicino?
-Devo dire che sono stato molto bravo con loro…Non mi sono mai fatto vedere piangere, sminuivo le mie preoccupazioni, non volevo farli preoccupare.


-Quale è stato il momento più difficile per te Auggie?
_Quando Julian mi ha fatto ritrovare un biglietto pieno di insulti nel mio armadietto….

A questo punto Summer ci ha proposto di riflettere su questo passo della vita di Auggie con questo monologo della Cortellesi, su musica di Marco Mengoni:

…e ancora una volta in libreria c’è stato un silenzio denso, denso di non-detto, e qualche lacrimuccia.

-Vedete?– ha chiosato Summer- anche Giancarlo Catino ha sofferto, come Auggie, ma come Auggie anche lui ha vinto! Ha vinto nel migliore dei modi! Giancarlo Catino ha abbracciato il bullo e Auggie ha accettato le scuse che Julian gli porge via mail! La migliore risposta al male è il bene…Chi non vorrebbe avere un amico così?

L’incontro è terminato con un applauso commosso e scrosciante del pubblico e delle proff, mentre di sottofondo scorreva:

Grazie ragazzi, davvero.

COMPLIMENTISSIMI!
La prof

Pubblicato in biblioteca di classe, lettura | Contrassegnato , , | Lascia un commento

IIIA: “Incontri in libreria”: Harry Potter e la pietra filosofale

Dopo un tempo (troppo) lungo, causa (maledetto) Covid, riprendono (finalmente) i nostri “incontri in libreria” (per saperne di più: LINK; per vedere i vecchi incontri: LINK)!

Il primo libro che i ragazzi hanno voluto presentare è l’immarcescibile “Harry Potter e la pietra filosofale” :), il primo della celebre saga.

71rhbcjwtjl

I ragazzi che presenteranno il libro hanno deciso di presentarsi…al pubblico della libreria come…personaggi, bypassando la Rowling (sorry 😉 ). Loro avranno il compito di raccontare agli spettatori la storia dal loro personalissimo punto di vista, saltando dentro la storia, raccontando perché in quella determinata scena hanno deciso, in accordo con l’autrice, di comportarsi in un certo modo piuttosto che in un altro, raccontando come si sono sentiti in quel frangente, raccontando come avrebbero voluto che la storia si sviluppasse, commentando quindi il proprio destino. Un lavoro di interiorizzazione della storia e di empatia con il personaggio, oltre che di immedesimazione.

I ragazzi che presenteranno (Marzia nei panni di HERMIONE, Emma nei panni di HARRY POTTER, Alice nei panni di DRACO) dovranno:

  • vestirsi, pettinarsi, comportarsi come il personaggio (nei limiti del possibile), avendo cura di motivare, argomentando, l’outfit scelto 😉 ;
  • rileggersi i passaggi fondamentali del libro, soprattutto nelle scene salienti del proprio personaggio;
  • selezionare alcuni passi da leggere e commentare durante la presentazione (in modo da alternare presentazione e reading, come avviene nei veri incontri in libreria). Le scene lette dovranno essere significative per far capire agli spettatori il carattere del personaggio, i propri conflitti interni (ricordate quello che diciamo spesso in classe: ogni persona ed ogni personaggio agisce avendo una ferita come motore della propria storia), i nodi e gli snodi della sua vicenda (il carattere di una persona/personaggio è dato dalle scelte compiute nel corso della propria vita). Ogni personaggio può leggere 2/3 passi ciascuno;
  • proporre connessioni, materiali di riflessione che aggancino la storia del proprio personaggio alla attualità, a testi di canzoni, a quadri, a fatti di attualità, ad altri libri letti, a film (i materiali possono essere mostrati durante la presentazione e dovranno essere commentati).

Il libraio-presentatore dovrà:

  • documentarsi sull’autrice e sulla storia dei personaggi invitati, in modo da poter intervenire durante l’incontro con domande pertinenti;
  • accogliere i personaggi e stabilire un cima sereno e proficuo, che favorisca il racconto e il dialogo;
  • curare il reading, leggendo in modo espressivo i passi del romanzo, scelti dai personaggi;
  • dare i tempi dell’incontro, frapponendo domande del pubblico alla presentazione del libro.

Il pubblico dovrà:

  • documentarsi un minimo su autrice e storia del libro, in modo da poter fare domande e aiutare i personaggi ad entrare il più possibile dentro la storia;
  • portare il taccuino ed annotare riflessioni e frasi a caldo, sulle quali tornare in seguito.
  • Inoltre potrà chiedere gli autografi 😉

A presto col resoconto dell’incontro! Stay Tuned!

La prof

—–

Ecco qui di seguito il resoconto dell’incontro, che è stato davvero ben condotto dai ragazzi. E., M. e A. hanno impersonato rispettivamente Harry, Hermione e Draco e sono entrate molto nella parte, tant’è vero che più di una volta hanno parlato di sé al pubblico creando dei siparietti davveri simpatici tra di loro! C. è stata una presentatrice accorta, che ha messo a suo agio i nostri personaggi e ha gestito i reading e gli interventi del pubblico.
Vediamo il tutto nel dettaglio!

G. ha realizzato la locandina a mano:

WhatsApp Image 2022-01-18 at 17.46.40
ed E. ne ha fatto la versione digitale con Procreate:
WhatsApp Image 2022-01-18 at 17.46.40 (1)
I personaggi sono stati quindi accolto dalla nostra libraia, mentre C faceva scorrere in sottofondo una bella presentazione musicale…:


Intanto sul tavolo, c’era tutto l’occorrente necessario….

Ad aprire l’incontro è stato Harry, che ha raccontato la sua storia, la chiamata da parte del Gufo postino Edvige, il difficile rapporto con gli zii, l’ingresso ad Hogwarts e l’amicizia con Hermione, che fin da subito ha interagito con lui e gli ha fatto da spalla per tutto l’incontro. Harry si è dimostrato spigliato, si è soffermato sui rapporti con i suoi amici e soprattutto con la sua casata. Draco, nel frattempo, scalpitava per intervenire: anche in libreria si è dimostrato insofferente alla storia di Harry, così poso significativa a suo dire, mentre ripeteva più e più volte “Avrei dovuto essere io il protagonista dei romanzi, non tu, mezzosangue che non sei altro, e neanche tu Hermione, saccente che non sei altro!”. Diverse volte la libraia è dovuta intervenire per sedare battibecchi tra i due amici e il purosangue! Hermione non ha mai lasciato solo il suo amico, lo ha aiutato più volte, tenendo a bada la presunzione di Draco! Hermione, infatti, ha parlato anche lei dell’importanza dell’amicizia con Harry e Ron e di quanto la sua intelligenza l’abbia più volte sostenuta nella vita, nonostante lei sia una semplice figlia di…babbani dentisti! Tutti e tre hanno poi raccontato aspetti della loro vita, facendo leggere coma le Rowling li ha narrati nel romanzo!

Qui di seguito riporto alcuni stralci di domande e risposte che ci sono state tra i pubblico e i personaggi:

Pubblico: Harry, hai raccontato che sei orfano di entrambi i genitori. Ci sono stati dei momenti particolari in cui hai avvertito maggiormente la loro mancanza?
Harry: In due momenti particolari: quando all’arrivo delle vacanze di Natale sono rimasto da solo con Ron e quando nello specchio dei desideri ho visto l’immagine dei miei genitori…

Pubblico: Draco, dì la verità, sei geloso dell’amicizia tra Harry e Hermione? Sembri così sicuro, ma in realtà sembri nascondere qualcosa…

Draco: Lo ammetto…Mi piacerebbe avere amici come li hanno loro, ma d’altra parte è il destino dei purosangue come me…La mia casata è superiore, è normale che io sia solo, non posso mischiarmi con gente come loro…Anche se…

—-

Pubblico: Quale rapporto avete con le vostre famiglie?
Harry: il mio rapporto con gli zii è stato davvero molto difficile, fatto di sofferenza, esclusione e mancanza d’amore. Non sono mai stato accolto…basti pensare che la mia prima torta di compleanno l’ho avuta da Hagrid…Non ne ho mai avuta una prima…
Draco: Beh, anche il mio rapporto con la famiglia non è mai stato semplice…Ho fatto sempre di tutto per accontentarli. Vi confesso che a volte mi sono sentito oppresso, un po’ schiacciato, ma non poteva essere altrimenti, dovevo aiutarli a tornare al potere…
Hermione: i miei erano gente semplice, babbani, semplici dentisti, ma mi hanno insegnato il valore dello studio e di questo gli sono grata.

Pubblico: Harry, quale è il tuo rapporto con Piton?
Harry: lo comprendo molto…Non ha amore, si porta dentro una grande ferita

—-

Pubblico: Hermione e Harry, come vi comportereste se foste nei panni di Draco?
Hermione: Di certo mi saprei far rispettare come persona e non userei il denaro o altri mezzucci

Harry: mi fa un po’ tenerezza, vedo quanto è oppresso dal suo ruolo e dai genitori…

—-

Pubblico: Siete soddisfatti di come la Rowling vi ha raccontato? Cosa cambiereste della vostra storia, se poteste?
Draco: A me non piace molto che mi dipinga sempre come un mostro, come una persona spregiudicata…in fondo, non sono così…

Hermione e Harry: Noi siamo soddisfatti, anche se avremmo cambiato la scena  dell’unicorno…Io, Harry, avrei voluto essere più sicuro e coraggioso…

—-

Pubblico: Cos’è per voi la pietra filosofale, in realtà?

Harry: La possibilità di essere felice, senza alcun dolore
Draco: Avere una famiglia più comprensiva, che non giudichi
Hermione: l’istruzione e la conoscenza

 

Un incontro davvero strepitoso! Complimentissimi ragazzi!
La prof

 

Pubblicato in biblioteca di classe, lettura | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

IIIA: I racconti dei ragazzi, tra Ginzburg e Proust

E’ tempo di pubblicare qualcuno dei testi che i ragazzi hanno scritto negli ultimi giorni. Ho proposto loro di lavorare su due testi in particolare: la madeleine (tratto dalla Recherche) di M. Proust e il racconto breve “Le scarpe rotte” di N. Ginzburg. (PROUST E GINZBURG TESTI).

Il loro compito era prendere spunto da questi due testi per scandagliare le loro vite, alla ricerca:

  • o di un ricordo legato ad un’esperienza sensoriale particolare (come avviene nel caso di Proust);
  • o di un ricordo, emozione legato ad un oggetto altamente simbolico ed evocativo (come nel caso della Ginzburg).

Non se ne voglia Proust, ma la Ginzsburg ha sbancato ;)))

I ragazzi hanno scelto un oggetto a cui sono particolarmente legati, che in qualche modo caratterizza la propria vita e, seguendo il modello della scrittrice, hanno raccontato della vita passata e delle proprie aspettative, qualcuno usando anche una maschera narrativa.

Ma le mie parole sono già superflue. Vi lascio alla lettura e al commento di qualcuno dei testi scritti in classe dai ragazzi.

COMPLIMENTISSIMI GUYS!


Il pallone da basket consumato (di C.C.)

Io ho un pallone da basket consumato e l’amico con cui mi sento ha un pallone da basket consumato anche lui.

Stando insieme parliamo spesso di palloni. Se gli parlo del tempo in cui sarò un giocatore NBA, lui subito mi chiede: «Che pallone userai?»Allora gli rispondo che userò un pallone della Spalding Golden Edition. Io appartengo ad una famiglia che non ha palloni da basket, solo da calcio. Mio padre, anzi, ha fatto uno scaffale apposta per i suoi palloni da calcio e i trofei che ha vinto. Quando vado da loro, mi chiedono sempre il perché io abbia scelto proprio il basket. Ma io ogni volta mi limito a rispondere che è la mia passione o che non mi piace essere uguale a tutti gli altri.

Nel periodo della pandemia, la palestra da basket dove mi allenavo era chiusa, e per allenarsi era rimasto solo un campetto all’aperto con un unico canestro. Non mi sembrava una buona idea continuare ad allenarmi in quel campo, ma non era una buona idea  nemmeno fermarsi. Perciò cominciai ad allenarmi lì, con un pallone che a forza di sfregare sul cemento, cominciò a consumarsi. È per questo che ora uso un pallone da basket consumato, da cui non riesco a separarmi. Ero stato tentato, in realtà, sempre circondato da palloni da calcio che non aspettavano altro che io li calciassi. 

Anche il mio amico ha un pallone da basket consumato, e per questo stiamo bene insieme.

pallone basketIl mio amico non ha nessuno che vada contro le sue passioni, ha dei genitori che si limitano ad accompagnarlo al campo. Lui e io sappiamo cosa succede quando piove, il campo bagnato con la palla consumata che scivola dalle mani. Il mio amico ha uno sguardo serio e fa il ball-check come nessun altro. Quando lo vidi la prima volta palleggiare con la sua palla da basket consumata non pensai fosse un giocatore come me, capii dopo che lo era veramente. Ci conosciamo da pochi mesi, ma è come se fossero anni. Io e il mio amico discutiamo spesso del nostro futuro, e di come sarà il mondo quando io sarò un giocatore professionista della NBA e lui giocherà nella squadra rivale nell’altra divisione del campionato, e di come i nostri figli andranno al campo con i loro palloni da basket nuovi, pronti ad essere consumati.

Qualche volta, facciamo delle partite uno contro uno, mentre i nostri genitori sono lì, fuori dal campo a guardarci. Al mattino, quando ci alziamo, la prima cosa che vediamo sono i nostri palloni da basket consumati che ci aspettano sulla sedia.

Il mio amico mi dice spesso mi dice che vorrebbe lasciare tutto e tentare anche lui la fortuna in America, per giocare con il suo pallone consumato in quei parchetti, e poi andare in NBA come me. E lo faremmo entrambi, se non fosse che non abbiamo né auto, né soldi. dice che lo faremo appena avremo l’occasione, e che presto avremo una casa in America, che giocheremo ogni singola partita come se fosse l’ultima e insegneremo ognuno ai propri figli come si gioca col pallone da basket consumato nei parchetti americani.


Un vecchio libro nero (di E. M.)

Io ho un libro vecchio e rovinato e l’amica con la quale vivo in questo momento ha un libro strappato anche lei. Stando insieme, parliamo spesso di libri, per  allontanarci dalla realtà in cui viviamo. Se le parlo del tempo in cui sarò una vecchia e famosa scrittrice, lei subito mi chiede «Che libro porterai in mano?». Allora le dico che porterò in mano un libro con la copertina di pelle nera, romanzo dei tempi passati, con le legature in oro.

Appartengo a una famiglia dove tutti hanno libri con copertine di pelle nera e senza nessuna piega.  Mia madre, anzi, ha dovuto far fare una stanza con molti ripiani per contenere tutti i libri, tanti ne aveva. Quando torno da loro, trascorro la maggior parte del mio tempo lì e sono sempre tentata di abbandonare il mio vecchio libro per prenderne uno di pelle nera ricamato in oro, ma poi ricordo le parole della mia amica: «Quando sarò ricca e famosa, e avrò un libro di pelle nera, sarà ancora più bello, perché avrò faticato per averlo  tra le mani» e queste parole riescono a non farmi mai cedere. Quando  esco di  casa con quel vecchio libro, per i miei genitori è un grosso dispiacere. «Ma  con tutti i libri che abbiamo» mi ripetono .

libro neroQuando era giunto il momento di trasferirmi a Roma  per l’università, portai con me solo un libro, Romeo e Giulietta, la storia che fin da piccola mia madre mi ha sempre raccontato, ed è per questo che, dopo tanti anni, ho quel libro sempre in mano.  Roma mi è cara, sebbene carica di storia per me, carica di momenti angosciosi, poche ore dolci, ma ogni volta che mi sentivo sola, in qualche modo, accarezzare quella vecchia e raggrinzita copertina, mi ricordava il letto caldo in cui mi addormentavo mentre mia madre mi leggeva Romeo e Giulietta e allora riuscivo quasi a sentire quella ragazzina che si addormentava in braccio a sua madre ancora sepolta in questo corpo che avanza.

Anche la mia amica ha un libro vecchio e rovinato e per questo stiamo bene insieme. Ha un viso pallido e grandi occhi neri. Quando la vidi per la prima volta in università, pensai  che fosse una professoressa, allora ancora non sapevo che anche lei aveva un vecchio libro sempre in mano. Noi ci conosciamo solo da pochi mesi, ma è come se fossero tanti anni. La mia amica  non ha nessuno che la  rimproveri per il libro che ha sempre  in mano. Lei ed io sappiamo quello che succede quando si cammina per i corridoi e c’è quell’incessante vocina  che ti dà del secchione  o del nerd. Per fortuna siamo insieme, e quella voce diventa sempre più fioca .

Quando vorrei cedere  la vita ai  cani, lei scandisce a voce alta : «Credo in un cambiamento e se non partirà dall’alto, partirà dal basso, partirà da noi». Per questo, quando voglio mettermi a letto e non pensare più  a niente e lasciare che tutto vada alla deriva pian piano, mi immagino nel corridoio di un editore  di Milano, camminare a testa alta con il mio vecchio e rovinato libro in mano stringendolo con fierezza. Studiamo molto per il nostro futuro ma troveremo il nostro vero amore come Romeo  e Giulietta o rimarremo sole per sempre e ci sarà un cambiamento?

Con la mia amica discutiamo molto di questo e di come sarà il mondo quando io sarò una vecchia e famosa  scrittrice e  lei un’importante professoressa, e cammineremo a passo largo con  la consapevolezza di aver raggiunto i nostri obiettivi e  guarderemo l’orologio e terremo conto del tempo, tenendo per sempre in mano i nostri libri e il giorno in cui toccheremo per l’ultima volta quelle vecchie e raggrinzite copertine, scenderà una lacrima che segnerà la fine di un amore che sembrava infinito.


La tuta rotta (di C. M.)

Io ho la tuta rotta e il mio compagno anche. Sono in dolce attesa e stiamo cercando di risparmiare. 

Stando insieme, parliamo molto di risparmiare perché vorremmo che il nostro piccolo abbia tutto il necessario: per svagare la mente,come i giochi con la musica, e per crescere sano, come i prodotti del bagno Mustela, e ovviamente il passeggino per portarlo in giro. 

Ogni volta che il mio compagno mi chiede che cosa indosserò io gli rispondo sempre di pantaloni strappati della Puma. 

TUTA-rottaAppartengo ad una famiglia che adora l’abbigliamento. I miei genitori si sono fatti anche fare una cabina armadio su misura dal falegname e hanno tutte le tute che vorremmo, della Nike, dell’Adidas a tinta unità a pois. Quando torniamo in Italia e giriamo in tuta, tutti si girano a guardarci con delle occhiatacce. Ma solo io so cosa mi ha insegnato questa tuta. In America ci sono molti negozi di vestiti, ma ho imparato a resistere, preferisco vedere le vetrine piuttosto che spendere soldi inutili. A differenza mia, il mio compagno non ha nessuno che lo rimbrotti per come veste, perché è orfano di padre e la madre è morta quando aveva 5 anni. 

Lo conobbi 9 anni fa ma vorrei fossero più anni perché è da quando l’ho conosciuto che ho cominciato veramente a vivere. Lo vidi per la prima volta in un bar, seduto a un tavolo con un spritz. Mi attrasse da subito, occhi verdi, capelli biondi e carnagione olivastra.

Entrambi non vediamo l’ora di conoscere nostro figlio e ogni sera passiamo le ore sul letto chiedendoci a chi assomiglierà.  Avrà la tuta rotta anche lui? Troverà il vero amore? Noi lo immaginiamo poliziotto, con la divisa blu notte e gli stivali robusti, o forse alla moda come i suoi nonni.

Pubblicato in autobiografia, scrittura creativa | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

IIIA: Raccontarsi con la potenza evocativa della poesia_Quasimodo e Eluard

Continuando a raccontare di sé, dei propri ricordi e vissuti, siamo tornati di nuovo a confrontarci con la poesia. Anzi cin due poesie completamente diverse.

Vicolo, di Salvatore Quasimodo

Mi richiama talvolta la tua voce,
e non so che cieli ed acque
mi si svegliano dentro:
una rete di sole che si smaglia
sui tuoi muri ch’erano a sera
un dondolio di lampade
dalle botteghe tarde
piene di vento e di tristezza.

Altro tempo: un telaio batteva nel cortile
E s’udiva la notte un pianto
Di cuccioli e di bambini.

Vicolo: una croce di case
Che si chiamano piano,
e non sanno ch’ è paura
di restare sole nel buio.

(analisi del testo)

Si tratta di una poesia che all’inizio potrebbe essere scambiata per una poesia d’amore per una persona amata, per una donna. Il poeta disvela solo alla fine che la voce che lo richiama dal passato è quella del vicolo. Il ricordo è molto intenso, la voce che lo richiama a sé lo scuote in profondità e fa riemergere ricordi interiori assopiti. La voce del vicolo è sorgiva, fa rivivere ricordi precisi, vividi, concreti, reali, ben delineati nella mente del poeta: la rete di sole sul muro, il dondolare delle lanterne, il telaio battuto nel cortile, il pianto notturno dei bambini, le case tutte vicine tra di loro nel vicolo che si parlano piano e si fanno compagnia, in un forte connubio tra dati visivi ed uditivi. La potenza evocativa dei dettagli è forte e il mood della perdita e della nostalgia è reso da un lessico descrittivo molto concreto e visivo. Il desiderio che il poeta ha di tornare a casa, di sentirsi nuovamente abbracciare dal vicolo e dalle case è reso attraverso immagini che non cedono affatto alla retorica della lontananza o al sentimentalismo: i dettagli citati sono scelti con cura, affinché il lettore stesso faccia l’esperienza personale e soggettiva della nostalgia.

L’altra poesia è una voce completamente diversa:

La curva dei tuoi occhi intorno al cuore, Paul Eluard


La curva dei tuoi occhi intorno al cuore
ruota un moto di danza e di dolcezza,
aureola di tempo, arca notturna e sicura
e se non so più quello che ho vissuto
è perché non sempre i tuoi occhi mi hanno visto.

Foglie di luce e spuma di rugiada
canne del vento, risa profumate,
ali che coprono il mondo di luce,
navi cariche di cielo e di mare,
caccia di suoni e fonti di colori,

profumi schiusi da una cova di aurore
sempre posata sulla paglia degli astri,
come il giorno vive di innocenza,
così il mondo vive dei tuoi occhi puri
e tutto il mio sangue va in quegli sguardi.

 (analisi del testo)

Una voce completamente diversa da quella di Quasimodo, ma sempre concentrata su un solo dettaglio. Qui abbiamo *la curva dei tuoi occhi, laddove avevamo il *vicolo. Gli occhi della donna amata sono per il poeta un’esperienza immersiva, all’interno della quale lui vive e attraverso la quale lui percepisce il mondo fuori di sé. Mentre in Quasimodo il voce del vicolo fa scaturire ricordi, in questa poesia il poeta è immerso nel ricordo stesso, al punto tale da dire che prima di conoscere  la donna e i suoi occhi crede di non aver vissuto. In questa poesia il dettaglio degli occhi è moltiplicato in tanti dettagli simbolici, che sottolineano la gioia e la dolcezza provocata, senza mai nominare il nome del sentimento, la bellezza dello sguardo, l’intensità e l’unicità di quello sguardo. La concretezza di Quasimodo è affiancata qui dalla scelta di oggetti, giustapposti a suggerire immagini seconde di innamoramento. 

Ho quindi chiesto ai miei alunni di disegnare le immagini visualizzate alla lettura dei due testi. Ovviamente quello che ha più affascinato i ragazzi, ma anche messo in difficoltà, è stato quello di Eluard: come sono nella realtà questi occhi non lo sappiamo, possiamo solo disegnare l’idea che ce ne siamo fatti, ricercando di ricreare sul foglio l’eco che quei simboli hanno avuto nel passato di ognuno di noi.


Ho chiesto anche di appuntare su un foglio a parte le idde che, disegnando, venivano in mente, poi di fare un elenco bruto di queste idee, infine di focalizzare al meglio i dettagli emersi di quel preciso ricordo.

A questo punto, ho invitato i ragazzi a scegliere la voce che pensavano più calzante per il loro ricordo: quella concreta di Quasimodo o quella dettagliata ma simbolica di Eluard…

Per tre ore, i ragazzi hanno disegnato, scritto, disegnato ancora, revisionato, riscritto senza interruzione ❤

A presto coi testi!

Pubblicato in scrittura creativa | Lascia un commento

IIIA: L’autobiografia secondo Agassi-Moehringer_Come un sasso nello stagno_Dilata il tempo e lo spazio

Andando avanti con le lezioni, i percorsi della seconda e della terza si stanno separando: in entrambe le classi si continuerà a parlare di sé, ma secondo generi e strategie diverse. Così, in terza, dove ormai la pratica, la riflessione, la revisione singola e corale sono ormai di prassi, si propongono “testi tosti”, come dico io, si alza l’asticella.

Da una decina di giorni, i ragazzi si stanno confrontando con  Open, l’autobiografia di André Agassi, scritta in realtà dal premio Pulitzer J. R. Moehringer. Il materiale biografico è denso e ovviamente ben raccontato. Ho presentato la figura di Agassi, ho tratteggiato il rapporto difficile con il padre ambizioso e severo, ho raccontato quanto l’ombra di questo padre ingombrante abbia coperto in lungo e largo l’intera vita del campione. E’ fondamentale che i ragazzi conoscano la storia degli autori: è significativo far vedere che la scrittura nasce dalle ferite più profonde, dagli angoli bui che a volte non si ha voglia e coraggio di illuminare. E allora lì interviene la scrittura.

Ecco il testo dato ai ragazzi: Agassi

Il testo è piaciuto molto ai ragazzi. Ecco quello che hanno notato.

Per la struttura:

-il racconto autobiografico è particolare: il racconto è fermo in un attimo del presente ben preciso. Lui che è a terra per il mal di schiena. Narra la sua storia per piccoli accenni, inframmezzati alla “fine”, all’ultimo momento vissuto, quello del dolore alla schiena che lo ha portato a dormire per terra. Mentre leggiamo del suo malessere, sappiamo che è sposato, che ha due figli, che vive tra New York e Las Vegas, sappiamo i nomi dei componenti della sua famiglia, sappiamo a quale torneo sta partecipando e sappiamo che odia con tutto se stesso il tennis. UN TEMPO PRESENTE DILATATO;

-Anche lo spazio è dilatato: tutta questa prima scena si svolge ai piedi del letto, ma da lì Agassi …vede la moglie e i figli far colazione, va in Florida (Il mio corpo si è trasferito in Florida, si è comprato un appartamento e un paio di scarpe bianche), si sposta sul lettino per fare l’iniezione (Mi sono allungato sul suo lettino, a faccia in giú, e l’infermiera mi ha abbassato le mutande). Anche lo SPAZIO E’ DILATATO, grazie all’uso sapiente di un tempo presente, che rende tutto visibile e immanente nello spazio del racconto.

Possiamo dire che in questa prima parte della biografia, la narrazione procede da un piccolo punto nel tempo e nello spazio e poi si dilata a cerchi concentrici…COME UN SASSO IN UNO STAGNO.

Per quanto riguarda il tono, il lessico e la sintassi:

-Ormai i ragazzi sono bravissimi a notare (e ad usare) il tono diretto, fattuale, senza fronzoli, visivo, giornalistico di alcuni testi come questo. In questo racconto non c’è la minima concessione al pietismo, alla rabbia, al dolore, anzi c’è un tono anche un po’ ironico e scanzonato. Le cose sono raccontate nude e crude, con aggettivi concreti e un po’ di sorriso (Apro gli occhi e non so dove sono o chi sono. Non è una novità: ho passato metà della mia vita senza saperlo….Mi sento come se qualcuno mi si fosse avvicinato di soppiatto durante la notte e avesse fissato alla mia colonna vertebrale uno di quegli antifurto che si applicano al volante. Come faccio a giocare agli US Open con un bloccasterzo nella schiena?….E quando protestano per l’angustia del loro alloggio, quando segnalano la loro sofferenza, su e giú per la gamba mi saetta un dolore che mi fa boccheggiare e parlare in turco….Quando gli chiedo di cambiare, i muscoli si associano alla ribellione della colonna vertebrale e ben presto tutto il mio corpo è in guerra con se stesso...e tanti altri). Il lessico è colloquiale, lo scrittore sembra raccontare il tutto ad un amico al bar. Le frasi anche sono semplici, a volte spezzate e corte, a sottolineare dettagli significativi e concreti.

Per quanto riguarda il vissuto, il mood, è l’amore, l’amore nonostante tutto per lo sport, per il padre (lo capirà chi leggerà l’intera biografia), l’amore per la vita che, sebbene non sia stata quella desiderata, gli ha comunque riservato tante gioie. Non c’è mai rabbia o rimpianto ( Sono giovane, relativamente parlando. Trentasei anni. Ma al risveglio me ne sento novantasei. Dopo trent’anni di scatti, di arresti in una frazione di secondo, di balzi e atterraggi sul duro, il mio corpo non sembra piú il mio, soprattutto la mattina…. Gioco a tennis per vivere, anche se odio il tennis, lo odio di una passione oscura e segreta, l’ho sempre odiato. Quando quest’ultimo tassello della mia identità va al suo posto, scivolo sulle  ginocchia e in un sussurro dico: Fa’ che finisca presto.E poi: Non sono pronto a smettere….per fare solo due esempi).

Il compito chiesto ai ragazzi era tutt’altro che semplice. Cercare di usare la stessa struttura di Agassi-Moehringer per raccontare…come un sasso in uno stagno un particolare momento della propria storia personale, attenendosi anche al tono e al mood.

I ragazzi hanno lavorato sodo e, con grande caparbietà, sono tornati più e più volte sui loro testi, che stanno ancora limando 🙂  Ne sono usciti scritti molto intimi ed un solo ragazzo mi ha chiesto di pubblicare il proprio racconto, ma in modo del tutto anonimo.

COMPLIMENTI RAGAZZI!

——–

Apro gli occhi e non so dove sono o chi sono. E’ la prima volta che mi succede. Alzo lo sguardo. Sono seduto su un albero di fianco ad una ragazza, con la mia mano sulla sua. Ora ricordo le mie braccia su di lei, e le sue su di me.

Sono giovane, nel vero senso della parola. Dodici anni,ed in questo momento ho capito che le vere emozioni non sono quando vinco ad un videogioco o in una gara di arrampicata; anche se ho dodici anni, per la prima volta mi sento pieno, ho tutto.

Ricordo solo l’essenziale: mi chiamo XXX, sono ancora piccolo e sono abbracciato ancora una volta con lei. Voglio baciarla. Ho sempre sognato di baciare una ragazza, è sempre stato il mio pensiero principale.

La bacio, ed ecco che mi bacia anche lei.

Ho sempre desiderato tutto questo, ma finora non lo ho mai avuto. Ho un desiderio interno di trovare la persona giusta. Ed ora che mi sembra di averla trovata, non sono pronto a smettere.

Un mio amico diceva sempre: quando trovi la persona giusta, stare con lei diventa una droga. Vorrei durasse all’infinito. Il mio corpo, come me, ha sempre desiderato stare abbracciato con una ragazza, ed ora lo ho finalmente accontentato.

Ogni secondo sento i suoi battiti sempre più forti. Mi sento come se nella vita avessi già ricevuto tutto.

Come faccio domani a svegliarmi sapendo che lei sarà lontana da me? L’ultimo giorno con lei finirà con una dichiarazione?  (xxx)

Pubblicato in autobiografia, scrittura creativa | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

IIA IIIA: L’autobiografia secondo Sthephen King_la struttura circolare

Il percorso sull’autobiografia prosegue, in comune tra le due classi. Dopo essersi misurati con Dahl ed aver appreso a selezionare piccoli fatti specifici e significativi nel calderone della memoria, i ragazzi si sono misurati con un gigante della scrittura ed hanno filtrato il proprio materiale narrativo nel modello di Stephen King.
Il testo proposto è stato estratto da “Il corpo” e l’attività è stata quella della docente Loretta De Martin (LINK ALL’ATTIVITA’ E ALLA SCHEDA). Abbiamo letto il testo e analizzato ogni singola sequenza, alla caccia dei dettagli che hanno reso il testo dello scrittore così diretto ed evocativo.
I ragazzi hanno notato:

  • il racconto nasce da una “parola-carne” (come hanno imparato gli alunni, rubando l’espressione al nostro ormai caro Pierluigi Cappello)
  • lo stile asciutto, con pochissimi aggettivi se non concreti e visuali;
  • dettagli precisi, puntuali (semi, appunto);
  • scelta di un dettaglio piuttosto di un altro in base alla capacità evocativa;
  • importanza dei dettagli sensoriali (in particolare di quelli uditivi, nel testo di King);
  • struttura circolare del racconto.

Una volta analizzato il testo, siamo passati per una scrittura magmatica: ho chiesto agli alunni di scegliere una propria parola-carne, concreta, particolarmente risonante nella propria emotività e scrivere di getto i ricordi legati a quella parola, senza alcuna attenzione alla forma.
Quindi, hanno proceduto, a scuola e a casa, con la canalizzazione dei propri ricordi nell’impronta di King…e devo dire…hanno fatto degli ottimi testi! Eccone alcuni.

Buona lettura e COMPLIMENTISSIMI RAGAZZI! ❤

—-

Impressioni diverse per persone diverse, dicono, ed è esatto. Così, se vi dico estate, voi ricevete un insieme di immagini private, personali, che sono completamente differenti dalle mie. Regolare. Ma per me estate significherà sempre camminare in riva al mare insieme a mia madre con la temperatura allegramente oltre i quaranta, i piedi affondati nella sabbia e il costume umido sulla pelle.

La parola mi evoca l’immagine delle carte piene  di sabbia che con un soffio di vento volano via in lontananza, degli schiamazzi e le urla dei bambini che rincorrono un pallone, delle lunghe chiacchierate sugli scogli vedendo le onde infrangersi lentamente sulla battigia e il pattino rosso del bagnino allontanarsi sempre di più.

Ma c’era dell’altro: i piedi doloranti per la sabbia ardente, la pelle tirata dalla salsedine, le conchiglie spezzate sul bagnasciuga con il piede che ci si posa sopra.

Io credo che l’estate andò avanti per anni,  mantenuta magicamente intatta da una ragnatela di suoni: il trillo dei grilli, la raffica di mitra delle carte da gioco che crepitano contro i raggi della bici di qualche ragazzo che pedala verso casa, la voce di mia mamma che mi incita ad uscire dall’acqua e la voce dell’animatore che si mescola con la canzone  Mille <<labbra rosso coca cola>> e l’odore salmastro della brezza marina << Dai ragazzi ,avvicinatevi, niente paura, ora comincia il gioco aperitivo>>.Anche se non mi sono mai avvicinata, potete scommettere che ricordo bene quelle voci, alle 11:30 di ogni giorno. 

C’erano le cene di pesce, appuntamento fisso il martedì sera, con le chiacchierate in famiglia, la frittura croccante del fried fish  e le risate spensierate che volano via con settembre.

C’erano le partite di beach-volley, i pasti mandati giù in fretta, spiagge deserte, gente che saluta e bambini che corrono urlando.

Ed ora sono qui seduta e cerco di guardare attraverso il bianco candido di queste pagine, di vederci quel tempo, cerco di ricordare il meglio e il peggio di quell’estate verde e bruna, riesco quasi a sentire quella sensazione ancora sepolta in questo corpo che avanza, a sentire quei suoni.

Ma l’apoteosi della memoria del tempo sono io che cammino sulla spiaggia con mia madre, i piedi affondati nella sabbia  e il costume umido sulla pelle. (E. M.)


Impressioni diverse, per persone diverse dicono ed è esatto. Così, se vi dico Natale, voi ricevete un insieme di immagini private, personali, che sono completamente differenti dalle mie. Regolare.            Ma per me Natale significherà sempre correre verso casa della nonna con la pancia che brontola e l’acquolina in bocca, la temperatura sotto i venti, e il collo strizzato nella sciarpa di lana.

La parola mi evoca l’immagine del borgo stracolmo di luci e festoni colorati così luccicanti sotto le stelle che quando chiudi gli occhi le vedi ancora lì nel  buio, solo blu invece che colorate.

Ma c’era dell’altro in quel Natale. Suoni: la pubblicità del pandoro che canta in tv tutte le mattine, le macchine che sfrecciano sui sampietrini per prendere i regali, le persone che cantano “Jingle Bells” nelle piazzette, le campane che rintoccano allo scoccare delle dieci. Le canzoni come “All I Want for Christmas is you” di Mariah Carey oppure “Last Christmas” di Ariana Grande e “Can’ t  Stop Christmas” di Robbie Williams. La legna che arde nel camino, lo stropicciare e poi strappare della carta regalo.

Io credo che fosse il 2019 e che il natale andò avanti per anni, mantenuto magicamente da una ragnatela di suoni: la pesca festosa dei numerini della tombola, i raggi sibilanti della bici del mio vicino che pedala verso casa per una cena di carne, fettuccine e bevande calde. I genitori che chiamano alla tavola e i canti della messa in tv.

C’erano gli odori, e i miei sensi ritornano ai profumi di fine pasto: l’aroma dell’arancia quando si gioca a tombola, lo zucchero a velo dolciastro sul pandoro, l’odore rotondo dell’anice nei confetti che condiscono gli struffoli… Ma l’odore più buono è quello del grembiule della nonna che profuma del torrone preparato da lei, la copeta abruzzese.

C’erano i film, da andare a vedere al cinema la notte di Santo Stefano, aspettando in fila con i denti che sbattevano e cinque euro nella mano. Film come il Grinch, Harry Potter, Mary Christmas e tutti i cartoni della Disney, La bella e la bestia, Lo schiaccianoci, Topolino e la magia del Natale.

C’erano le gare a chi slittava più veloce, i pupazzi di neve, i bar dove rifugiarsi quando pioveva e la gente che dava pacche sulla spalla.

E ora sto qui seduta e cerco di guardare attraverso questo foglio e di vederci il tempo, cerco di ricordare il meglio e il peggio di quelle vacanze di Natale.

Ma l’apoteosi della memoria e del tempo è  Catherine Lachance che corre verso casa della nonna con la pancia che brontola e l’acquolina in bocca, la temperatura sotto i venti, e il collo strizzato nella sciarpa di lana. (C. M.)


Immagini diverse per persone diverse, esatto, perché se vi dico la parola estate voi ricevete un insieme di immagini personali e completamente differenti dalle mie. Ma per me estate significherà sempre mare, camminare con i piedi scalzi sulla morbida sabbia, la temperatura sopra i trenta e il berretto ormai bagnato dal sudore poggiato delicatamente sui capelli. La parola mi evoca l’immagine di Ginevra che corre e gioca sulla spiaggia, con l’acqua sotto i piedi, il mare calmo e il sorriso sulle labbra.

Ma c’era dell’altro in quell’estate:  il mangiare la pizza sulla spiaggia mentre il sole tramonta, le onde leggere venire a riva, Fedez, Achille Lauro e Orietta Berti cantare Mille, le serate tra amici non finire più, la radio urlare la vincita dell’Italia agli Europei, le trombette suonare sotto casa,  il telecronista esultare a squarciagola nel microfono per la vittoria. Al centro del paese gli uomini sparavano fuochi d’artificio e fumogeni di tutti i colori, i ragazzi sventolavano bandiere dalle più piccole a quelle molto grandi, tutti cantavano l’inno dell’Italia,   anche gli anziani affacciati al balcone con un sorriso smagliante.

C’era da andare al cinema a vedere “Luca”, c’erano le battute, i giochi da tavolo e i pasti mandati giù in fretta per poi tornare a giocare, le corse sui prati le decisioni sbagliate, le litigate tra amici, e le nuove conoscenze.

E ora sono qui, seduta con una penna in mano e davanti un foglio bianco che cerco di scrivere il meglio e il peggio di quell’estate.

Ma l’apoteosi della memoria e del tempo è Ginevra che cammina con i piedi scalzi sulla morbida sabbia, la temperatura sopra i trenta e il berretto ormai bagnato dal sudore poggiato delicatamente sui capelli. (G.G.)

Pubblicato in autobiografia, scrittura creativa | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

IIA IIIA: Verso il racconto di sé_”Semi, non cocomeri”

Dopo aver affrontato la descrizione di sé attraverso la poesia concreta e visiva della Szymborska, abbiamo proseguito con lo scandagliamento dei nostri ricordi più intimi, per far emergere materiale narrativo per la scrittura di sé in prosa.

Abbiamo cominciato con degli esercizi di scrittura immediata e veloce. I ragazzi sono stati chiamati a completare su un foglio di brutta queste frasi, avendo a disposizione solo 5 minuti di orologio (attività liberamente tratta da qui):

Quell’immagine che ho nella mente e che…

Non dimenticherò il suono di…

Un profumo/cattivo odore…

Quella volta che ho accarezzato….

Quella volta che ho assaggiato…

Ai ragazzi è stato dato poco tempo, in modo tale che emergessero i ricordi più vividi, quelli più immediati,  con il minor numero di filtri. Alcuni ragazzi hanno detto che sono emersi dei ricordi che pensavano di aver rimosso.

A questo punto, è stato dato un modello a cui riferirsi per filtrare la scrittura spontanea, un modello che insegnasse ai ragazzi a selezionare parte del materiale narrativo emerso e li spingesse a curare il dettaglio. L’attività proposta è stata quella di “Semi, non cocomeri” di Silvia Pognante e il testo con il quale gli alunni si sono confrontati è stato Roald Dahl (LINK alla scheda data):

Quando compii sette anni, mia madre decise che dovevo lasciare il Giardino d’infanzia per una vera scuola. Per fortuna esisteva, a circa due chilometri da casa nostra, una rinomata Scuola Preparatoria maschile, ossia la Scuola della Cattedrale di Llandaff, proprio all’ombra della chiesa. Scuola e Cattedrale esistono ancora, tutt’e due molto attive. Ma anche qui ricordo molto poco dei due anni in cui frequentai la Scuola della Cattedrale di Llandaff, tra i sette e i nove anni. Due soli episodi mi rimangono impressi nella memoria. Il primo non durò che cinque secondi, ma non lo dimenticherò mai. 

Era il primo trimestre e tornavo da solo a piedi da scuola, attraverso il parco, quando improvvisamente, uno degli alunni più grandi, sui dodici anni, scese la strada a tutta velocità sulla sua bicicletta, a neanche venti metri da me. La strada scendeva da una collina e il ragazzo, sfrecciando per la discesa, si mise a pedalare rapidissimo all’indietro, così che il meccanismo a ruota libera della bicicletta emise un forte suono sibilante. Nello stesso momento lui tolse le mani dal manubrio e se le incrociò con noncuranza sul petto. Mi fermai di botto e lo fissai affascinato. Era sublime! Così agile e coraggioso ed elegante nei suoi pantaloni lunghi, stretti in fondo con una molletta e il berretto scolastico scarlatto spavaldamente inclinato sulle ventitrè! Un giorno, mi dissi, un fantastico giorno, avrò una bicicletta come quella e porterò calzoni lunghi con le mollette in fondo e il berretto scolastico sulle ventitrè, e me ne andrò sibilando giù per la collina, pedalando all’indietro e senza mani! 

Vi assicuro che se qualcuno mi avesse messo in quel momento una mano sulla spalla e mi avesse chiesto: “Qual è il tuo più grande desiderio nella vita, bambino?”  La tua più grande ambizione? Diventare dottore? Un grande musicista? Pittore? Scrittore? O Lord Cancelliere?” Io avrei risposto senza esitazione che la mia unica ambizione, la mia speranza, il mio desiderio, era di avere una bicicletta come quella e di sibilare giù dalla collina, senza mani. Sarebbe stato fantastico.  Al solo pensarci mi viene ancora la pelle d’oca.

(brano tratto da Boy, la biografia di Roal Dahl)

Prima di tutto, è stato significativo raccontare ai ragazzi come Dahl sia diventato scrittore per ragazzi: dalla ferita enorme per la perdita della figlia, è scaturita per lui l’esperienza salvifica della scrittura. Ne è scaturita in classe una bellissima discussione su quanto a volte le ferite più grandi ci insegnino comunque tanto, ci portino su strade inattese, che mai avremmo pensato di percorrere.

Abbiamo poi analizzato il testo di Dahl. Abbiamo notato:

quanto il tempo e il luogo siano dettagliati. Quando si pensa o si ricorda, lo si fa in modo specifico. Di un evento significativo, ricordiamo alcuni dettagli ben precisi, forti nella nostra memoria. Non si pensa o ricorda in modo generico;

-che del passaggio dalla scuola materna a quella elementare, Dahl abbia selezionato solo un evento, per giunta apparentemente minimale;

Che questo ricordo è specifico, molto dettagliato,  perché significativo. Del ragazzo sappiamo che è sui dodici anni, che ha i pantaloni stretti alla fine da una molletta, che ha il cappello scolastico scarlatto portato alle ventitré, che leva le mani dal manubrio, che le incrocia sul petto e sfreccia giù sibilando. Tantissimi dettagli per 5 secondi di ricordo. Perché? Quale è l’urgenza che ha spinto Dahl a tirare fuori da quel periodo questo ricordo? Attraverso la descrizione minuziosa e in situazione del ragazzo, Dahl fa capire che lui, più piccolo, avrebbe di sicuro desiderato essere come lui, grande, sicuro, spavaldo e con una bicicletta nuova. Ecco perché questo ricordo è significativo ed indelebile: ci parla del narratore, in realtà, dei suoi desideri.

Dopo aver quindi notato che di tutta l’infanzia lo scrittore ha selezionato solo un piccolo episodio, i ragazzi sono stati chiamati a scegliere uno dei ricordi usciti fuori nella scrittura magmatica e a filtrarlo secondo il modello di Dahl.

I ragazzi stanno revisionando i testi. A presto, con la pubblicazione.

La prof

Ecco alcuni testi dei ragazzi, che sono stati davvero bravi ad immedesimarsi nella voce di Dahl!

Era il 15 Settembre 2014, avevo 6 anni e dovevo lasciare l’asilo, per andare alle elementari dell’istituto comprensivo Garibaldi.

Non ho molti ricordi dell’elemento ma tra questi 5 anni, un episodio mi rimarrà sempre nella mente. Non durò massimo che 5 secondi, ma non lo dimenticherò mai.

Era il primo giorno di scuola, ero appena entrato in classe. In quel momento volevo fare solo amicizia,scrutavo i miei compagni per capire con chi potessi mettermi quando improvvisamente una mano iniziò ad alzarsi. Era di un mio compagno, sui 6 anni, era nell’ultima fila a destra ed era da solo. Iniziò a muovere la mano freneticamente con un gran sorriso in volto,feci per avvicinarmi a lui e il suo sorriso man mano diventò ancora più ampio,era come se fossimo stati amici di lunga data  che si erano appena rincontrati. Era un ragazzo minuto, con il grembiule di Cars che gli stava anche largo e scarpe slegate,con occhi e capelli color pece.

Vi assicuro che se qualcuno mi avesse messo la mano sulla spalla e mi avesse chiesto “Hai un amico?”, io gli avrei risposto immediatamente “Sì, e il suo nome è Mario”. (R.R.)

Era l’estate del duemilaventi quando la mia famiglia, con i miei zii e i miei nonni, decise di andare una settimana in vacanza all’isola d’Elba, all’ hotel “Le Acacie”.

Di questa vacanza mi ricordo in particolare il pomeriggio della terza giornata, quando io e mio cugino andammo al parco dell’albergo.

Iniziammo a passeggiare per il posto, tra le piscine, gli scivoli e le altalene, quando, dopo un po’, arrivammo di fronte ad un prato con i bersagli per il tiro con l’arco. A venti metri di distanza da uno dei bersagli c’era nostro nonno, con il suo cappello rosso della Ferrari, un arco a pressione dieci volte più forte di un arco normale, un guanto di pelle sulla mano destra a coprire solo indice, medio e anulare e una protezione sull’interno del braccio sinistro per evitare i graffi della corda. Proprio mentre stavo per chiamarlo, PUUM….. La freccia partì prendendo il giallo da venti punti, trapassando per intero il bersaglio e il legno retrostante. Io e mio cugino rimanemmo a bocca aperta.

Se qualcuno in quel momento mi avesse tirato una pacca sulla spalla chiedendomi quale sarebbe il mio sogno, avrei di certo risposto ”Voglio essere come mio nonno”. (F. C.)

—-

Era il 27 Luglio di questa estate appena trascorsa, mi trovavo in Sicilia ed era il penultimo pomeriggio della mia vacanza.

Io e la mia famiglia ci stavamo preparando per andare in spiaggia vicino casa. Mi misi il costume, le ciabatte, presi il gonfiabile e uscii di casa.

Lungo la strada principale un’immagine mi rimase impressa. Una ragazza di circa diciassette anni, dall’altra parte della strada, camminava con noncuranza, insieme ai suoi amici. Mi ricordo che tutti si giravano per guardarla e che indossava una minigonna nera ed una maglietta bianca con un scritta nera e dei brillantini intorno, tacchi neri alti dieci centimetri, occhiali sempre neri di forma quadrata ed una grande borsa che teneva nella mano destra. Con eleganza muoveva i suoi lunghi capelli biondi dalle sfumature più scure.

Io mi fermai a guardarla, ricominciai a camminare solo quando una macchia nera con vetri oscurati la fece salire con finezza.

Ripresi a camminare, ma vi assicuro che se in quel momento qualcuno mi avesse chiesto come vorresti essere da grande, io di certo  avrei risposto “Come quella ragazza”.  (G. G.)

—-

Quando avevo dieci anni, andavo alla scuola primaria Giuseppe Garibaldi a pochi metri da casa mia proprio al di sopra delle scuola medie.                                                                   

Dei quattro anni passati lì ricordo ben poco. Due soli episodi mi rimangono impressi nella memoria. Il primo non durò che venti minuti, ma non lo dimenticherò mai.                   

Era il secondo trimestre, la scuola era oramai quasi finita ma le maestre decisero di organizzare una piccola recita per l’addio alle elementari e per l’arrivo ai bambini dell’asilo. Sarebbe stata rappresentata presso il Teatro Caesar molto vicino al campo da tennis e trattava la storia di Cappuccetto Rosso ed il cattivo lupo. La maestra stava assegnando i ruoli e scrutava me e la mia amica in cerca della scelta perfetta per il ruolo di protagonista finché non nominò il mio nome.  Avevo un sorriso smagliante, anche se mi si fermava il battito al solo pensiero di dover recitare di fronte a tutta quella gente. IL giorno della recita arrivò presto.  Arrivai al teatro di prima mattina e fui la prima ad andare in scena, vestita di un abito bianco con un mantello rosso ciliegia appoggiato sulle spalle . Le mani sudavano, le gambe tremavano, mi arrotolavo i capelli nelle dita, mi mordevo le unghie. Nella testa risuonavano le voci delle maestre e gli applausi degli spettatori. Camminavo lentamente sul parquet scivoloso, le luci erano forti e accecanti ma nonostante ciò riuscii ad intravedere i miei genitori tra gli spettatori, mio padre che cercava di farmi un video senza risultati e mia madre che mi mandava baci e pollici in su . Iniziai a recitare come se avessi studiato per ore il copione, come se l’avessi già fatto migliaia e migliaia di volte, come se le parole mi uscissero da sole, come se fossi stata una professionista . Mi inebriai degli applausi del pubblico, mi sentivo una star di Hollywood e vi assicuro che se qualcuno in quel momento mi avesse messo una mano sulla spalla e mi avesse chiesto : “Qual è il tuo più grande desiderio nella vita? La tua più grande ambizione? Diventare un pittore? Un musicista? Dottore? Scrittore? Astronauta?”, io avrei risposto senza alcuna esitazione, la mia speranza, il mio desiderio, era di diventare un’ attrice.  (C. M.)                                          


BRAVISSIMI!

Pubblicato in autobiografia, flash back, scrittura creativa | Contrassegnato , , , | 1 commento

IIA IIIA: Accoglienza e conoscenza di sé

Rieccoci di nuovo in classe, per un anno che speriamo ancora migliore dello scorso 🙂

Oggi abbiamo avviato le nuove attività e abbiamo ripreso a riflettere su di noi, attraverso le poesie. Qui di seguito il LINK DIRETTO ai testi presentati (la presentazione verrà aggiornata mano a mano che presenteremo nuove poesie)

Percorso:

  1. abbiamo iniziato dalla visione di questo cartone:

Ci siamo posti domande di significato e abbiamo fatto inferenze, connessioni con i nostri vissuti e con l’attualità. Diverse le annotazioni che vale la pena ricordare: siamo ossessionati dal tempo, c’è un destino a cui non si sfugge (versione dei fatalisti), il destino si può cambiare (versione dei possibilisti), l’uomo stabilisce il proprio destino (versione degli umanisti), c’è tristezza in una vita scandita dalle abitudini e dalla serialità, l’uomo finge di essere felice di una vita a cui non partecipa, è succube del tempo, nello svolgere le azioni è un automa e non si accorge di quello che avviene intorno esattamente come noi con il cellulare, si salva solo quando torna ad essere padrone del suo tempo e torna a guardarsi intorno, quando recupera lo stupore. Poi abbiamo riflettuto su un altro aspetto: il protagonista del cartone si moltiplica. Una scelta precisa dello sceneggiatore. Si potevano ottenere le stesse sollecitazioni con un solo protagonista, intrappolato in un loop temporale (come nel film “Ricomincio da capo/ Groundhog Day”). I ragazzi allora hanno ragionato insieme e sono arrivati ad affermare: siamo molteplici, siamo frutto di continue scelte quotidiane, possiamo essere più persone in base a come interagiamo con il mondo circostante, a ciò che scegliamo e ciò che lasciamo fuori.

Very good, guys.

2) a questo punto abbiamo letto “Nella moltitudine” della Szymborska, sempre con una duplice lettura, di comprensione ed interiorizzazione successiva attraverso domande stimolo (verso significativo, parola evocativa, immagini visualizzate, connessione col proprio mondo e ricordi personali, allineamento o contrasto con la proprio modo di pensare, connessione con il cartone animato). Estremamente interessanti le riflessioni: sono uno ma potevo essere altro, la mia vita è insieme a quelle degli animali e degli altri esseri viventi come nel Cantico di Francesco, io sono una delle possibilità, io sono una continua possibilità come nel cartone, io sono in continuo dialogo con gli antenati, nel guardaroba del mondo il mio vestito mi appartiene finché non è logoro, il mio vestito calza bene solo a me, il mio destino può non piacermi ma poteva andare peggio. A questo punto, ho sollecitato una riflessione. Cosa fa sì che l’uomo del cartone non sia morto e basta, che la sua storia si sia conclusa e venga accettata come fatalità verso la quale occorre rassegnarsi? Davvero il cartone (e la poesia) sono fataliste, invitano ad accettarci perché in fondo poteva andarci peggio? Cosa permette all’uomo del cartone di ritentare e rinascere e alla Szymborska di applaudire alla sua vita? (eh, era difficile, lo so). Ho invitato a rileggere gli ultimi versi:

Potevo essere me stessa – ma senza stupore,

e ciò vorrebbe dire

qualcuno di totalmente diverso.

E’ lo stupore che dà lo scarto tra una vita rassegnata e una vita scelta tra le tante: l’uomo del cartone, una volta libero dall’ossessione, sceglie di guardare il cielo e il sole sorgere, sceglie di rallentare, di darsi tempo e solo allora riprende soddisfatto la propria vita. La poetessa accetta se stessa, ma senza lo stupore sarebbe una persona totalmente diversa: è lo stupore che la differenzia dagli animali e le altre forme viventi.

3) Siamo quindi passati a leggere Io sono, della stessa autrice Szymborska. Il primo aspetto che ha colpito i ragazzi è l’uso del maschile. Diverse sono state le interpretazioni date: usa il maschile perché parla dell’uomo inteso come umanità intera, è una maschera che usa per parlare liberamente di sé, potrebbe essere anche la voce di un bambino. Interessanti interpretazioni, che ho deciso di custodire e annotare per svilupparle in seguito. Da ricordare: è una persona sognatrice, che guarda il di là delle cose, oltre le evidenze, è una persona positiva, che spera sempre che il giorno dopo sia migliore dell’altro, ama in modo diverso in base a chi a davanti, sa che nella vita non si può compredere molto e che molte domande non avranno risposta.


I ragazzi hanno lavorato ottimamente sulla poesia “Io sono”, scrivendo e revisionando coralmente.

Pubblico qui solo alcuni dei testi, sebbene moltissimi meriterebbero di essere trascritti. Complimenti!



Io sono colei che guarda la luna

appoggiata con i gomiti sul davanzale

e con gli occhi sbarrati.

Io sono colei che preparerebbe la torta al cioccolato per chi sta male

anche se a me il cioccolato non piace.

Io sono colei che ascolta la musica tutto il giorno

e muove la testa a tempo.

Io sono colei abbassa la testa e guarda i piedi

per non incrociare gli sguardi.

Io sono colei che vede un nuovo giorno

come un foglio bianco.

Q. A.

 

Io sono colei che guarda gli occhi

e non la felpa di marca.

Io sono colei che controlla l’occhiello

prima di aprire.

Io sono colei che piange

ma solo in cameretta.

Io sono colei che fa sorridere

con le battute di Pierino.

C. M.

 

Io sono colei che guarda la montagna

ma non vede la vetta.

Io sono colei che di fronte ad uno scalino

scende anziché risalire.

Io sono colei che di fronte al mare

rimane seduta sulla battigia.

Io sono colei che dopo la verifica

si asciuga le lacrime.

Io sono colei che segue sentieri già tracciati

ed affida l’inquietudine della sua anima al bianco candido di questa pagina.

M. C.

 


Io sono colui che ama sdraiarsi sul prato

durante le notti stellate.

Io sono colui che conta fino a dieci

prima di parlare.

Io sono colui che si incanta di fronte al panorama

laghi, fiumi, monti e vette innevate.

Io sono colui che gioca a pallone con la propria squadra

ed esulta con i compagni al momento del goal.

Io sono colui che quando piove apre l’ombrello

ed esce a passeggio.

C. F.

 

Io sono colui che veste di nero

perché teme le stelle.

Io sono colui che si perde tra gli ulivi

il sole e si fissa con le nuvole,

Io sono colui che guarda il monte

e si sente minuscolo.

Io sono colui che si sfoga su questa pagina

e poi guarda la luna rossa.

Io sono colui che non vuole avere un nome,

è polvere pensante e polvere tornerà.

G. A. 

 

Io sono colui che passeggia nei boschi

con il vento sulla guancia.

Io sono colui che sbircia dall’angolo della finestra

il punto più lontano.

Io sono colui che esce di casa

e saluta lo specchio.

Io sono colui che esce in gruppo

e tace.

G.G. 

 

COMPLIMENTI!

La prof

Pubblicato in accoglienza, autobiografia, poesia, scrittura creativa | Contrassegnato , , , , , , | 1 commento

IIA. Il nostro anno con Dante

Scrivere un solo post per tutte le attività che abbiamo svolto quest’anno su Dante è davvero difficile. Molte sono state le lezioni intriganti, le suggestioni molteplici che sono scaturite in classe dal confronto con la Commedia. Molti spunti di riflessione e attualizzazione hanno permesso di intavolare in classe argomenti assolutamente non semplici, come la giustizia, la misericordia, il senso del peccato ieri e oggi, la brutalità del giudizio e la necessità della comprensione. Non ho tenuto traccia di queste lezioni, ma sono sedimentate nella mia mente e, credo, anche nel cuore dei ragazzi. Anzi, ne sono certa, a giudicare dalla qualità di tantissimi elaborati di natura diversa che hanno realizzato e stanno ancora realizzando sulla Commedia e soprattutto dalla passione che hanno da sempre avuto nei confronti di Dante (al punto da proporre di studiare interi canti da soli, senza che io glieli spiegassi minimamente).

A voi, parte dei tanti lavori prodotti:

Modello in 3D della voragine dell’Inferno (cartone, polistirolo, DAS) a cura di E. M.:

Diorama del primo canto dell’Inferno, a cura di M. P. e dell’intera classe:

Svariati disegni (sezione in continuo aggiornamento):

Rielaborazione comica, in chiave LOL, a cura di C.C.

Il nostro carnevale e il nostro Dantedì (purtroppo in DAD), con Prof scema:

Lavori di studio ed approfondimento che i ragazzi hanno svolto in assoluta autonomia, studiando canti della Commedia con l’obiettivo di presentarli poi alla classe:

COMPLIMENTISSIMI RAGAZZI!!!!

Ma le sorprese non sono ancora finite!
Stay Tuned

Pubblicato in Dante, Divina Commedia | Contrassegnato , | Lascia un commento

Think Twice: etwinning e Safer Internet Day_educazione civica

  1. internet e privacy

Quinck Writing

Pubblicato in Critical Thinking, eTwinning, scrittura creativa, Think Twice | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento