IA IIIA: BOOKS, NO BULLIES: Analisi e commento del libro “Io, Emanuela” di Annalisa Strada

Books, no bullies

Da diversi anni, i ragazzi incontrano gli autori dei libri che leggono, con grande successo e piacere.

Il 3 Maggio  prossimo incontreranno Annalisa Strada, autrice del libro “Io, Emanuela”, dedicato ad Emanuela Loi, prima donna poliziotto uccisa in servizio dalla mafia, durante l’attentato a Paolo Borsellino, in Via D’Amelio.

Le classi hanno apprezzato la lettura di questo libro, che hanno trovato significativo e importante.

“Prof, è stato bello, perché è una storia vera…Però peccato per il finale..”

I ragazzi sono stati preparati alla lettura del libro di A. Strada attraverso un percorso di conoscenza e riflessione sulla personalità di Falcone, che è evidentemente ed inscindibilmente collegata a quella di Borsellino. Infatti, per far capire meglio il contesto in cui i due magistrati si muovevano, la struttura e dinamica della mafia ed il maxiprocesso, i ragazzi hanno letto in classe anche un altro libro, ovvero  “Per questo mi chiamo Giovanni”, di Luigi Garlando: in questo modo, hanno potuto avere una visione completa dell’operato dei due magistrati, della loro lotta contro il “mostro”. Abbiamo conosciuto Rocco Chinnici, Ninni Cassarà, Antonino Caponnetto, Giuseppe Ayala, ma anche Tommaso Buscetta, Michele Sindona, Michele Greco, Totò Riina, Giovanni Brusca. Abbiamo visto e commentato l’attentato di Capaci e ci siamo soffermati anche sulle dinamiche dei funerali di stato e sul discorso di Rosaria Schifano, che molto ha colpito tutti i ragazzi (QUI l’attività realizzata):

Attraverso il libro di Emanuela Loi, in seguito, i ragazzi hanno potuto completare il quadro che riguarda l’operato dei due magistrati e soffermarsi anche sui nomi delle vittime “non famose”, troppo spesso dimenticate. Hanno potuto leggere la storia, quella che non ha la S maiuscola,  quella di persone “qualsiasi”, che hanno dato la vita per difendere coloro che erano in prima linea, persone che, come sottolinea la Strada, non sono “né vittime né eroi“, ma solo persone che hanno compiuto il proprio dovere. E ciò ne ha fatto, persone straordinariamente ordinarie.

Dopo aver letto e commentato capitolo per capitolo, abbiamo analizzato in questo modo il testo, soffermandoci su qualche brano in particolare, quelli  che ci sono parsi più significativi:

Qui di seguito, posto dei materiali di approfondimento (alcuni già visti a scuola), per stimolare la riflessione e la scrittura:

  1. il primo video contiene sia una immedesimazione nei panni di Emanuela, una voce narrante in prima persona e testimonianza di amici e conoscenti. Ne “consiglio molto” (tradotto…”impongo” 😉 ) la visione e l’ascolto:

2) il secondo video è quello del ricordo di Claudia, la sorella di Emanuela:

3) il terzo invece riporta il ricordo di altre donne della scorta, amiche e colleghe di Emanuela:

 

I ragazzi di IA (insieme a quelli di IB e IIIB) si occuperanno di scrivere testi e riflessioni, come suggerito nei materiali dati a scuola, interrogandosi su quanto il libro li ha spinti a riflettere.

I ragazzi di IIIA, come ormai sono abituati a fare, si occuperanno di drammatizzare il testo. A tutti “consiglio” (sempre da tradurre con… “impongo” 😉 ) la visione del FILM (QUI)

Emanuela LOI: Ludovica De Paolis

Claudia LOI: Aurora Mercuri

Mamma di Emanuela: Ilaria Matassa

Paolo Borsellino: Davide Proietti (per approfondire, il FILM;  discorso contro la mafia)

Giovanni Falcone: Luca Trinchieri (per approfondire, il FILM)

Mafia: Valerio Mastrantonio (a scelta, uno dei film su Falcone e Borsellino)

Lettrice: Azzurra Ronzani

Giovani di oggi: Daniela Colaneri  (video sotto)

Forza ragazzi, dateci dentro! Non abbiate timore di essere protagonisti: c’è bisogno di esserlo! Tirate fuori grinta e sentimento, come avete fatto sempre!

A presto, con i testi dei ragazzi e con il reportage dell’incontro!

La prof

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IIIA IIIB: Debate sulla pena di morte e testo argomentativo

Qui di seguito i materiali che abbiamo visto oggi a scuola e la prima tappa del nostro percorso di informazione per il debate sulla pena di morte.

Dopo aver letto i materiali (che ritrovate nel pallet qui di seguito), vi siete divisi in due grandi schieramenti, fatta salva qualche posizione estrema:

  1. i contrari, sempre e comunque;
  2. i contrari, ma con qualche eccezione, limitata a delitti efferati

A voi la fotografia degli argomenti dei due schieramenti, così come li avete elencati in classe:

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Approfondendo e discutendo, molti di voi non si sono detti più molto sicuri della propria posizione. Ragion per cui è buona cosa continuare ad informarsi.

Qui di seguito un pallet che vi può servire per “appoggiare” e condividere materiali che volete mostrare ai vostri compagni. Cercate e linkate:

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(to be continued 😉 )

La prof

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IIIA: BOOKS NO BULLIES: 21 MARZO, Giornata della memoria delle vittime di mafia_”Per questo mi chiamo Giovanni” di Luigi Garlando

Progetto Books no bullies

 

Oggi, 21 Marzo, i ragazzi della scuola media sono stati coinvolti in prima persona nelle varie attività previste dall’Istituto per la settimana della legalità:

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Complice l’inaugurazione della Biblioteca di Istituto “Blue Time” Bibliotake (il nome è stata una piacevole scoperta, rimandante al progetto di lettura dello scorso anno! ), i ragazzi di IIIA hanno tenuto una drammatizzazione del libro “Per questo mi chiamo Giovanni” nel nuovo spazio scolastico, alla presenza delle autorità locali, della Dirigente e dei rappresentanti dei genitori, in videoconferenza con le scuole di Salerno e di Matera.

Dopo una videoconferenza con i ragazzi di Salerno (elementari e medie, guidati dalle docenti Angela Rescigno, Maria Giovanna Pagano, Natalia Vitale) riguardante la storia di Falcone e le vittime campane della mafia, i ragazzi di IIIA hanno deciso di mettere in scena i personaggi del libro:

Simone: Luca Trinchieri

Tonio: Davide Proietti

Giovannino: Gabriele Di Pietro

Falcone: Valerio Mastrantonio

Totò Riina: Davide Proietti

Tommaso Buscetta: Giuseppe Testa

“Il corvo” e la magistratura corrotta: Alessio Marta

Rosaria Schifano: Ludovica De Paolis

Lettrici: Giorgia Panci e Aurora Mercuri

Presentatrice: Azzurra Ronzani.

I ragazzi di IIIB hanno impersonato altre vittime della mafia: Angelo Vassallo, Rita Atria, Don Cesare Boschin, Giuseppe di Matteo.

I ragazzi delle classi prime e seconde hanno partecipato come Consiglio Comunale dei Ragazzi, appena rieletto, illustrando il programma e accogliendo le autorità.

Tutti gli alunni e i partecipanti sono rimasti entusiasti, compresi di ragazzi in collegamento web!

Grazie ragazzi per il vostro impegno! E grazie ai genitori che hanno partecipato!

A voi, qualche foto:

 

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IIIA: BOOKS NO BULLIES: Matilda di Dahl: La Signorina Dolcemiele_L’importanza del con-fidarsi e del credere nei propri talenti

Books, no bullies

Proseguiamo con l’analisi deli libro di Matilda, in modo trasversale rispetto a quello che leggiamo e viviamo nella realtà.

Dopo aver ragionato intorno ai genitori di Matilda, al loro linguaggio violento, vediamo ora il personaggio delicato e particolare di Dolcemiele.

Come si vede dai brani desunti dal romanzo, lei e Matilda sono una coppia di “mutuo aiuto”: l’una aiuta l’altra. Matilda si confida con Dolcemiele, dicendole di essere lei l’artefice degli scherzi, Dolcemiele confesserà la sua storia a Matilda e troverà, grazie a lei, la forza di compiere l’ultimo atto di una ribellione lasciata a metà.

Riflettiamo, troviamo nel romanzo cosa ci può INTERROGARE OGGI. Chiediamoci:

  • perché Dolcemiele non ha reagito subito? Cosa l’ha frenata?
  • perché non era riuscita a trovare prima il coraggio per ribellarsi alla zia despota? Perché ora Matilda, una bombetta, le dà la forza di reagire?

Noterete che in entrambi i casi, sia di Dolcemiele che di Matilda, l’evoluzione del personaggio avviene INSIEME, non in solitudine. Dolcemiele mai sarebbe riuscita a scrollarsi di dosso la sua paura se non avesse trovato QUALCUNO CHE CREDEVA IN LEI, QUALCUNO CON CUI LOTTARE INSIEME, QUALCUNO CHE NON LA FACESSE SENTIRE SOLA, MA AMATA E AMABILE. Matilda, dal canto suo, se non avesse avuto Dolcemiele che credeva in lei, sarebbe stata probabilmente sospesa a scuola.

Entrambe si sostengono, hanno fiducia l’una dell’altra: tra loro c’è il PATTO, IL FOEDUS.

E’ facile avere fiducia?

[giochi e schede]

Riflettiamo: cosa ho provato ad essere guidato dall’altro? E’ stato semplice fidarsi? Perché? Penso di aver guidato bene? Penso di essermi lasciato guidare bene?Quali qualità ho scoperto di avere?

Riflettiamo ancora, con questo corto celeberrimo che amo far vedere di tanto in tanto:

….e senza dir niente…ascoltiamo ancora la sua testimonianza (potete cercarne altre su YouTube):

Ma di esempi di fiducia, con-fidenza, autostima ce ne son tanti. Vi suggerisco di guardare questi:


Confidiamoci: cosa hai provato guardando questi video? Cosa contraddistingue queste persone? Come hanno reagito, secondo te, alle loro difficoltà? Su cosa o chi pensi che abbiano fatto leva nei momenti di difficoltà? Chi è stato a loro fianco? 

Avrai notato che tutte queste storie, difficili, che sembravano quasi senza vie di uscita, hanno un comune denominatore: la vicinanza di qualcuno. Che fosse il proprietario del Circo della Farfalla, i genitori e la moglie di Nik, i genitori di Bebe, la mamma di Simona Atzori e la sua maestra di danza. Queste persone hanno permesso di trovare in sé stessi i lati positivi.

E tu? Quali sono i tuoi lati positivi? Davvero credi di non averli? 

[attività e scatola d’ascolto]

Leggiamo queste poesie e poi facciamone un ricalco, in base a quanto avrai capito:

Quando ho cominciato ad amarmi davvero,
mi sono reso conto che il dolore e la sofferenza emotiva
servivano a ricordarmi che stavo vivendo in contrasto con i miei valori.
Oggi so che questa si chiama autenticità.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero,
ho capito quanto fosse offensivo voler imporre a qualcun altro i miei desideri,
pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta,
anche se quella persona ero io.
Oggi so che questo si chiama rispetto.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero,
ho smesso di desiderare una vita diversa
e ho compreso che le sfide che stavo affrontando erano un invito a migliorarmi.
Oggi so che questa si chiama maturità.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero,
ho capito che in ogni circostanza ero al posto giusto e al momento giusto
e che tutto ciò che mi accadeva aveva un preciso significato.
Da allora ho imparato ad essere sereno.
Oggi so che questa si chiama fiducia in sé stessi.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero,
non ho più rinunciato al mio tempo libero
e ho smesso di fantasticare troppo su grandiosi progetti futuri.
Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e felicità,
ciò che mi appassiona e mi rende allegro, e lo faccio a modo mio, rispettando i miei tempi.
Oggi so che questa si chiama semplicità.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero,
mi sono liberato di tutto ciò che metteva a rischio la mia salute: cibi, persone, oggetti, situazioni
e qualsiasi cosa che mi trascinasse verso il basso allontanandomi da me stesso.
All’inizio lo chiamavo “sano egoismo”, ma
oggi so che questo si chiama amor proprio.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero,
ho smesso di voler avere sempre ragione.
E cosi facendo ho commesso meno errori.
Oggi so che questa si chiama umiltà.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero,
mi sono rifiutato di continuare a vivere nel passato
o di preoccuparmi del futuro.
Oggi ho imparato a vivere nel momento presente, l’unico istante che davvero conta.
Oggi so che questo si chiama benessere.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero,
mi sono reso conto che il mio pensiero può
rendermi miserabile e malato.
Ma quando ho imparato a farlo dialogare con il mio cuore,
l’intelletto è diventato il mio migliore alleato.
Oggi so che questa si chiama saggezza.
Non dobbiamo temere i contrasti, i conflitti e
i problemi che abbiamo con noi stessi e con gli altri
perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi.
Oggi so che questa si chiama vita.

(Kim McMillan)

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza
porterà al raggiungimento
di una splendida felicità.

(Martha Medeiros)

A presto, con le riflessioni e i testi dei ragazzi.

La prof

 

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IIIA: La grande guerra: Ungaretti, Stern, Lussu, Remarque ci insegnano a scrivere prosa e poesia ermetica

Concluso lo studio della prima guerra mondiale, ci avviamo a riflettere sulle ferite che la guerra lasciò nei corpi e nell’animo di chi vi partecipò.

Leggiamo le testimonianze (dall’antologia):

Mario Rigoni Stern, Il caposaldo (da Il sergente della neve)

Rileggiamo e analizziamo il celeberrimo incipit del romanzo:
Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima volta, ci scaraventò addosso le sue settantadue bombarde.

Notiamo: L’anafora sottolinea il perdurare della ferita; il resto del racconto è caratterizzato dalla ripetizione di negazioni (non, nessuno, aggettivi negativi)

Eric Maria Remarque, Belve pericolose (da Niente di nuovo sul fronte occidentale)

Siamo diventati belve pericolose: non combattiamo più, ci difendiamo dall’annientamento.

Rifletti su questa affermazione e annota sul quaderno le tue riflessioni

Notiamo: le frasi sono brevi, poche sono el subordinate, pochi sono gli aggettivi, numerosi sono i dati sensoriali.

Emilio Lussu, Io non sparo (da Un anno sull’altipiano)

Io facevo la guerra fin dall’inizio. Far la guerra, per anni, significa acquistare abitudini e mentalità di guerra. Questa caccia grossa fra uomini non era molto dissimile dall’altra caccia grossa. Io non vedevo un uomo. Vedevo solamente il nemico. Dopo tante attese, tante pattuglie, tanto sonno perduto, egli passava al varco. La caccia era ben riuscita. Macchinalmente, senza un pensiero, senza una volontà precisa, ma cosí, solo per istinto, afferrai il fucile del caporale. Egli me lo abbandonò ed io me ne impadronii. Se fossimo stati per terra, come altre notti, stesi dietro il cespuglio, è probabile che avrei tirato immediatamente, senza perdere un secondo di tempo. Ma ero in ginocchio, nel fosso scavato, ed il cespuglio mi stava di fronte come una difesa di tiro a segno. Ero come in un poligono e mi potevo prendere tutte le comodità per puntare. Poggiai bene i gomiti a terra, e cominciai a puntare. […] Avevo il dovere di tirare. Sentivo che ne avevo il dovere. Se non avessi sentito che quello era un dovere, sarebbe stato mostruoso che io continuassi a fare la guerra e a farla fare agli altri. No, non v’era dubbio, io avevo il dovere di tirare.

Rifletti su questo brano e prendi appunti sul tuo quaderno.

Notiamo: il brano, che ha lo stesso stile di quello di Rigoni Stern, sottolinea la disumanizzazione del soldato. Annota sul quaderno quali sono i passaggi del brano che ti colpiscono maggiormente e annota a lato le tue riflessioni.


Sentiamo ora la voce di Ungaretti, poeta soldato in trincea:

Giuseppe Ungaretti


I temi che emergono da tutte le letture sono gli stessi, sono ricorrenti:

  • la disumanizzazione
  • la precarietà
  • il perdurare del lutto e del dolore
  • la mancanza e la negazione

Eppure la potenza evocativa delle poesie ermetiche di Ungaretti è decisamente maggiore. Ciò è dovuto alla sintesi, alla parola nuda, senza abbellimenti che dipinge crudelmente lo scenario e fa provare al lettore sensazioni ed emozioni ben oltre quelle suggerite nel testo.

Il fumettista Julian Peters ha ben rappresentato la potenza evocativa della poesia ungarettiana, disegnando…le emozioni suscitate:

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Come far nostro l’insegnamento di questi ragazzi di 100 anni fa? Caliamoci nei loro panni, passando dalla prosa all poesia, producendo testi di immedesimazione e poesie ermetiche alla Ungaretti.

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A presto, con i testi dei ragazzi.

La prof

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IIIA: Books, no bullies: da Matilda ai Promessi Sposi, alle leggi razziali_La comunicazione non violenta

Dopo aver letto il famoso incontro dei bravi con Don Abbondio, le loro minacce e aver letto del latinorum di Don Abbondio, possiamo fare una riflessione sull’uso del linguaggio per comunicare o per ferire.

Abbiamo già ragionato sul linguaggio violento, partendo dai genitori di Matilda: offese, insulti, sfiducia. Parole affilate come lama. E abbiamo anche analizzato il rapporto tra voi e i vostri genitori e adulti di riferimento.

Inoltre abbiamo ascoltato tanto il video del Duce a Trieste, preannunciante le leggi razziali, quanto il testo delle leggi e il manifesto della razza e abbiamo visto come, anche lì, il linguaggio violento fosse presente, ammantato di scientificità.

Tanto i genitori di Matilda, quanto i bravi e il Don Abbondio latineggiante, tanto i legislatori e gli scienziati del 1938 sono oppressori, esercitano un potere con il loro linguaggio: apparentemente non torcono un capello, ma in realtà feriscono e immobilizzano. E generano violenza.

Concretizziamo: questo che stiamo leggendo e studiando esiste ancora oggi, nella nostra società?

Leggiamo alcuni articoli:

Commentiamo: Hai esperienza di queste tre forme di violenza? Racconta.

Commentiamo: Cosa ne pensi? Quali sono le tue esperienze in merito?

La violenza verbale è oggetto di studio da tantissimi anni e Marshall Rosenberg, uno studioso, ha ideato delle strategie per avere una Comunicazione Non Violenta: ha parlato di linguaggio giraffa e di linguaggio sciacallo: giraffa, perché è l’animale con il cuore più grande al mondo, lo sciacallo, perché notoriamente è un animale violento e feroce.

Ma nel dettaglio cosa sono il linguaggio giraffa e quello sciacallo?

Ecco un bel modo di conoscerlo e di approfondirlo, facendone esperienza (LINK DA LEGGERE)

La comunicazione avviene quando, oltre il messaggio, passa anche un supplemento di anima (Henri Bergson)

 

Il linguaggio giraffa è un linguaggio che comprende, non giudica. È un linguaggio che accoglie e libera, che chiede con gentilezza e rende partecipe l’altro attivando una comunicazione di azione positiva che prevede un “noi”, abbattendo la necessità di innalzare muri difensivi.

Il linguaggio giraffa si serve delle fasi della comunicazione non violenta:

  • osservazione: osservare e descrivere in modo neutro ciò che accade intorno a noi e, senza giudicare, esprimere se le azioni concrete che osserviamo contribuiscono o meno al nostro benessere (“quando vedo…, sento…”);
  • esprimere i sentimenti: ascoltarsi a vicenda, chiedendo a sé stessi e agli altri come ci si sente in relazione a ciò che sta accadendo (“di fronte a questo, mi sento…”);
  • esprimere i bisogni: all’origine dei sentimenti ci sono sempre dei bisogni; occorre individuarli per mezzo delle emozioni, dei pensieri, dei desideri e delle sensazioni che ne sono la cartina tornasole (“avrei voluto vederti, per poterti raccontare…”);
  • fare richieste negoziabili: educarsi ad avanzare richieste su ciò che desidereremmo che l’altro facesse affinché la nostra vita fosse più ricca e soddisfacente ed educarsi a farlo in maniera empatica, evitando atteggiamenti impositivi e manipolatori (“vorrei che tu…”).

Alla luce di quanto letto e compreso fino ad ora, rifletti sull’importanza del linguaggio nella comunicazione. Esso può essere arma di violenza, perché può ferire, offendere, far sentire inferiori, ghettizzare: molti sono gli esempi nella storia e nella letteratura che si possono citare, come anche nella vita quotidiana e nei social. Molte sono le conseguenze che si possono avere, a volte anche irreparabili. Quali potrebbero essere a tuo avviso delle strategie vincenti per limitare la violenza verbale?

La prof

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IIA: Giornata della memoria_Elaborati

Ecco a voi un punto di partenza per i vostri elaborati, da una attività degli scorsi anni. Cliccate sull’immagine interattiva:

Schermata 2018-02-09 alle 09.16.44

Buon lavoro

La prof

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