Ciao IIIA

…e siete andati via anche voi, come è giusto e bello che sia, come il palloncino che abbiamo lasciato volare in aria durante la festa…

Vi auguro ogni bene, vi auguro tanta curiosità e tanta passione per seguirla, tanto riso e tanta autoironia, tanta fiducia in voi stessi!

Vi saluto anche qui, con le nostre parole:

 

Buona vita, ragazzi miei!

Vi voglio bene!

La prof

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IIIA: Dagli anni 60 alla fine della prima repubblica

post in costruzione

prf. Giulio Freda

 

Italia, tra miracolo economico e terrorismo

 

pr. Emiliano Battaino

 


da http://www.polovalboite.it/didattica.htm

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IIIA IIIB: incontro con Piero Terracina, sopravvissuto ad Auschwitz

Il 26 Marzo scorso i ragazzi delle classi terze hanno avuto la possibilità di incontrare un testimone della Storia, Piero Terracina, sopravvissuto ad Auschwitz. Negli anni scorsi, già diversi ragazzi avevano incontrato Sami Modiano, amico fraterno di Piero. Quest’anno, finalmente, siamo riusciti a sentire un’altra testimonianza di uno dei periodi più oscuri della storia.

 

 

Piero, nonostante l’età avanzata, ha raccontato nei minimi dettagli, il quadro storico di quegli anni, spiegando la situazione politica del tempo e soffermandosi in particolare sulle leggi razziali emanate nel ’38. Piero frequentava la quarta elementare, quando la maestra, chiamatolo in disparte, gli comunicò che doveva lasciare la scuola, senza nessun’altra spiegazione. Piero ricorda l’affetto della maestra, ma, al tempo stesso, il suo volto impassibile. “Non mi disse nulla, non mi accarezzò, non mi rassicurò. Mi disse solo di andare a casa, ché i miei mi avrebbero spiegato“. Nel tragitto verso casa, Piero trema al pensiero di dover dire di essere stato espulso da scuola, per paura di essere rimproverato dai suoi genitori…

Piero continuerà gli studi in una scuola ebraica, il cui livello era eccellente: “Avendo scacciato tutti gli insegnanti ebrei dalle scuole, molti si riversarono a Roma, nella mia scuola. Fu così che mi trovai insegnanti validissimi, come anche il preside. Ricordo con grande affetto il preside, italiano, che non perdeva mai un giorno per ricordarci che dovevamo dare il meglio. L’Italia vi odia, ci diceva, vi considera inferiori, per questo dovete dare il doppio rispetto ad un italiano“.

Intanto la famiglia vive sfollata, in un appartamento, con una limitata normalità e serenità.

La tragedia inizia la sera di Pasqua, il 7 Aprile 1944, quando delle SS armate fin sopra i denti, irrompono in casa Terracina per deportare la famiglia. “Seppi, anni dopo, che eravamo stati venduti per 5000 lire. Qualcuno aveva fatto il nostro nome, aveva comunicato il nostro alloggio, per 5000 lire…“.

Dapprima la famiglia fu deportata a Regina Coeli, che, all’epoca, fungeva da centro di smistamento, poi condotta nel campo italiano di Fossoli. “Vivevamo malissimo e lavoravamo, ma tutto sommato la situazione era ancora sopportabile, perché stavamo tutti insieme. Lì vidi per la prima volta la morte…Un ufficiale sparò in testa ad un ebreo che conoscevo…Per la prima volta vidi morire qualcuno“.

Il 17 Maggio, dalla stazione di Carpi, partirono per Auschwitz, e poi condotti a Birkenau. Appena arrivati, furono divisi a forza uomini e donne. La madre disse a Piero: “Non vi vedrò più“. Piero è commosso e ricorda con voce tremante. “Non rividi più mia madre. Quello è l’ultimo ricordo che ho di lei“.

Ci portarono nelle baracche, ci fecero spogliare, ci passarono il disinfettante dappertutto. Mi ricordo che mi bruciava ala pelle e gli occhi. In quel momento diventati A5506“.

Della vita del lager, Piero racconta poco, lo fa volutamente, sebbene davanti a se abbia una cartellina con giornali dell’epoca ed appunti scritti. “Non voglio raccontare l’orrore, né ai giovani né agli adulti. Sappiate che tutto quello che vi viene in mente ad Auschwitz e Birkenau è accaduto. Mangiavamo pochissimo e la giornata iniziava già con il rischio dell’appello. Stavamo le ore in piedi ad ascoltare l’appello. A volte capitava che qualcuno svenisse e allora si uccideva quello prima e quello dopo. Oppure capitava che a qualcuno scappassero i bisogni: si vedeva il rigagnolo della pipì nella neve. Qualcuno cercava ci coprire con i piedi o con neve fresca quella macchia, ma molto spesso le SS se ne accorgevano e ammazzavano lui e le persone vicine. Eravamo attenti a non perdere le scarpe e la ciotola. Perdere queste cose voleva dire morte sicura. Lavoravamo nel fango e avevamo freddo e fame…Ricordo una sera che mio padre mi disse: “Piero, ricordati che qualsiasi cosa ti accadrà, non devi mai perdere la dignità“. Mai perdere la dignità: queste parole mi colpirono molto e mi riecheggiano ancora in testa. Pochi giorni dopo, non rividi più rientrare mio padre nella baracca. Capii che era finito nel fumo della ciminiera. Le sue parole mi aiutarono ad andare avanti. Quando nel gennaio ’45 i russi stavano per entrare nel campo, ci fecero fare la marcia…Ero magrissimo…Durante la marcia conobbi il mio amico, mio fratello Sami Modiano. Ci siamo aiutati a vicenda, quando, scappati i tedeschi, fummo trovati dai russi: i campi erano ormai svuotati dai tedeschi e, al suono dei carri russi, uscirono tanti scheletri dalle baracche. Io e Sami siamo stati curati da una dottoressa russa, molto amorevole, che ci ha aiutato a mangiare di nuovo, piano piano. Io e Sami non avevamo più nessuno: nessuno dei due aveva più famiglia, eravamo soli al mondo. Quando sono tornato a Roma, sono stato accolto dalla scuola ebraica“- ricorda tra le lacrime Piero- “perché non avevo più nessuno. Loro e Sami sono stati e sono ancora la mia famiglia. Ho solo loro. I mie figli chiamano Sami zio. Ci vogliamo bene, perché abbiamo visto la morte insieme“.

Il racconto è molto commovente e, sebbene Piero scelga di non raccontare, l’emozione trapela.

Piero decide di terminare la sua testimonianza leggendo un suo scritto, un suo appello che legge ad ogni incontro con i ragazzi e che recita più o meno così (citazione tratta da Repubblica):

No, non posso perdonare ci sono colpe che non possono essere perdonate. Il perdono è sempre individuale: nessuno mi autorizza a perdonare per i milioni di persone che sono state assassinate. Io non posso perdonare per la mia famiglia. Nessuno mi ha lasciato la delega per il perdono, e io non perdono. Come possono negare quello che è stato? Perché negano? Dovrebbero dire dove sono finiti tutti. Di 1023 deportati dopo il rastrellamento del ghetto di Roma sono tornati a casa in 16. Chi vuol negare, se fosse vissuto al tempo della persecuzione degli ebrei, sarebbe stato dalla parte dei carnefici. Se non un carnefice stesso. Ragazzi partecipate alla vita del Paese secondo un ideale di giustizia e si solidarietà. Fate attenzione a non cadere in balia di nuovi duci cialtroni. Chi non ragiona con la propria testa non sarà mai libero. Credo che la memoria della Shoah debba essere tramandata per fare memoria del passato: mi auguro che dall’incontro di stasera qualcosa rimanga nella vostra memoria. La memoria che deve essere tramandata per evitare in futuro che questi fatti si ripetano. Siamo tutti uguali, tutti abbiamo il diritto alla libertà: la libertà o è di tutti o di nessuno. La difesa di questi valori spetta soprattutto ai giovani. Ragazzi impegnatevi  fatelo per voi, fatelo per gli altri, per i vostri figli che verranno. Il Bene e il Male si vedono, si riconoscono. Tenetevi lontano dal Male, vivete la vostra vita nel Bene

Grazie Piero, per la tua testimonianza, per non aver ceduto alla barbarie, per averlo fatto per noi. Grazie a Marisa Tola e Sandra Terracina che hanno organizzato l’incontro. Grazie ai ragazzi che hanno ascoltato, testimoni della staffetta della memoria. Fatene tesoro <3.

La prof

 

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MARCIA DELLA PACE

Stay Human

Il 16 maggio le quinte elementari e le scuole medie di San Vito e Genazzano hanno partecipato alla Marcia per la Pace, promossa dal nostro Istituto per dire NO a tutte le guerre e per ricordare che il futuro si costruisce insieme, camminando uniti nella stessa direzione, nel rispetto dei diritti di tutti. Abbiamo sfilato per le vie del centro storico di Genazzano con striscioni , bandiere, magliette, cartelloni inneggianti la pace… ‘Una pace senza diritti è solo una tregua tra due guerre’, ‘Prima gli esseri umani’, recitavano gli striscioni di apertura. Lungo il percorso il corteo si è fermato  a leggere alcuni articoli della Costituzione  impressi sulle pietre d’inciampo istallate sulla via e, con l’accompagnamento della chitarra di Agnese Ginocchio, testimone per la pace, ha intonato canti di fraternità. Ad animare la manifestazione i Francesclaun, volontari francescani che animano gli ospedali. Nel cortile del castello Colonna, meta del corteo, alunni, docenti , la stessa Agnese hanno fatto sentire la loro voce con pensieri, riflessioni, poesie e letture… A conclusione della manifestazione , le classi hanno intonato ‘Imagine’.

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IIIA: secondo dopoguerra

Materiali di approfondimento

(di Giorgio Scudeletti)

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STAY HUMAN_IIIA: Leggiamo il presente, studiando_I conflitti in Asia

 

Progetto eTwinning “STAY HUMAN”

I conflitti in Africa

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Proseguiamo il lavoro di indagine sui conflitti presenti nel mondo. Al termine dello studio dell’Asia, vediamone i particolari conflitti.

Come già fatto partiamo da:

  1. l’atlante delle guerre, un atlante interattivo che rimanda alle informazioni base dei principali conflitti nel mondo;
  2. Un Link all’IMMAGINE INTERATTIVA (contenente altri lavori fatti da vostri compagni)

3. Rapporto di Amnesty International sulla violazione dei diritti umani in Asia (cliccare in basso sul paese che interessa approfondire)

A voi informarvi!

Buon lavoro!

La prof

 

 

 

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Stay Human: Incontro con l’autore Antonio Ferrara

“Casa Lampedusa”

Dopo aver letto “Casa Lampedusa”, aver scritto e riflettuto tanto, ecco a voi qualche foto dell’incontro con l’autore Antonio Ferrara e gli elaborati presentati dai ragazzi:

 

Tantissimi sono stati gli elaborati presentati all’autore. In particolare, voglio descriverne qualcuno:

La valigia di Khalid:

I ragazzi hanno rappresentato il libro attraverso gli oggetti cari al protagonista e attraverso oggetti che in qualche cosa potesse rappresentarlo. Hanno inserito:

il libro “La mia Africa”, per simboleggiare l’affetto per il suo paese, che è stato costretto a lasciare;

“Il giro del mondo in 80 giorni”, per indicare il viaggio, opposto, tuttavia, a quello di Verne, fatto con sacrificio e non con meraviglia;

un pelouche e un cuore, per rappresentare la piccola, che non ha potuto più stringere a sé;

una bandiera italiana, perché rappresenta la meta del suo soffrire.

Plastico di “Casa Lampedusa”:

i ragazzi hanno rappresentato Lampedusa, con sopra una casa: su di essa hanno scritto PROTEZIONE, ACCOGLIENZA, FAMIGLIA, AMORE. Intorno tante onde, co su scritto PAURA MORTE, FAME, SETE, ANGOSCIA, DISPERAZIONE. Infine, 4 barche, che portano uomini e speranze…

 

Infine un lavoro estremamente creativo, opera di N. R.

L’alunna ha preso una vecchia Barbie, le ha tagliato i capelli e l’ha colorata di scuro. Il colore, ha spiegato, non è stato dato in modo uniforme, volutamente, poiché rappresenta che siamo NOI CHE GUARDIAMO a “dare un colore”, ad etichettare, ma lei ha un cuore come tutti (la bambola ha un cuore rosso dipinto sul petto…che tanto ricorda l’Icaro di Matisse e i suoi ventimila e simili significati <3). La bambola è dentro una cornice gialla che rappresenta la porta di Lampedusa: sulla cornice ci sono scritti sia i sentimenti che prova un migrante, ma anche le cattive parole che si sentirà rivolgere: NEGRA, VATTENE. La bambola è tenuta da un elastico blu, sia simbolo del mare di cui è in bal’a, sia della precarietà della vita appesa ad un filo. COMPLIMENTISSIMI!!!!

La prof

 

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