Nous et le tremblement de terre: elaborati IIIA

Nous et le tremblement de terre – Blog europeo


Qui di seguito verranno pubblicati gli elaborati dei ragazzi, mano a mano che li produrranno e correggeranno. L’attività di riferimento si trova al seguente link.

Il risultato finale sarà un Magazine sui terremoti.


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Nous et le tremblement de terre: i nostri terremoti

Nous et le tremblement de terreBlog europeo

Continuiamo ad occuparci di terremoti e conoscenza del territorio, avendo come obiettivo anche quello di imparare a scrivere degli articoli di resoconto: insomma, italiano e geografia insieme 😉

Vediamo quindi

  • di approfondire la conoscenza dei principali eventi sismici del nostro territorio;
  • di elaborare Power Point di sintesi e approfondimento;
  • scrivere articoli giornalistici a riguardo.

Qui di seguito tutto quello ci serve (consegna ppt per venerdi 31):

Parallelamente a questa attività, in collaborazione con tutti i ragazzi partecipanti al progetto (Calabria, Romagna, Grecia, Romania), elaboreremo questo glossario del terremoto in più lingue (già avviato dai ragazzi calabresi e dal Prof. Marino Domenico):

Buon lavoro a tutti noi!

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IIIA: La giustizia nei Promessi Sposi

Da tempo in IIIA abbiamo cominciato a leggere i Promessi Sposi e a riflettere e scrivere circa i personaggi del romanzo. Abbiamo conosciuto:

  • Don Abbondio, egoista e metodico oppresso-oppressore;
  • la pettegola ma fedele e giudiziosa Perpetua, che sparla ma consiglia a fin di bene;
  • Renzo, fumino ma onesto lavoratore, povero ragazzo orfano e “illetterato”;
  • la pudica Lucia, di modesta bellezza;
  • Agnese, comare di paese, ma saggia esperta del mondo;
  • l’avvocato imbroglione di Azzeccagarbugli.

Una casistica umana molto varia, ma collegata da un filo rosso: la giustizia (alcuni personaggi li conosceremo a breve:

Riflettiamo:

  1. Leggiamo l’articolo 3 della nostra Costituzione, un articolo fondamentale al punto tale che un magistrato una volta mi disse: “Se anche cancellassero tutta la Costituzione e lasciassero in piedi il 3 articolo, non avremmo  alcun problema. Ci tutela da ogni punto di vista“:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali

  1. Vediamo poi alcuni video sui diritti umani, già usati in questa lezione e ragioniamo su cosa sia la giustizia e riflettiamo se sia corretto usare l’espressione “trattare tutti in modo uguale”;
  2. Leggiamo questi testi:
    Sorcio di campagna e sorcio di città, Trilussa
    
    Un Sorcio ricco de la capitale
    invitò a pranzo un Sorcio de campagna.
    - Vedrai che bel locale,
    vedrai come se magna...
    - je disse er Sorcio ricco - Sentirai!
    Antro che le caciotte de montagna!
    Pasticci dorci, gnocchi,
    timballi fatti apposta,
    un pranzo co' li fiocchi! una cuccagna! -
    L'intessa sera, er Sorcio de campagna,
    ner traversà le sale
    intravidde 'na trappola anniscosta;
    - Collega, - disse - cominciamo male:
    nun ce sarà pericolo che poi...?
    - Macché, nun c'è paura:
    - j'arispose l'amico - qui da noi
    ce l'hanno messe pe' cojonatura.
    In campagna, capisco, nun se scappa,
    ché se piji un pochetto de farina
    ciai la tajola pronta che t'acchiappa;
    ma qui, se rubbi, nun avrai rimproveri.
    Le trappole so' fatte pe' li micchi:
    ce vanno drento li sorcetti poveri,
    mica ce vanno li sorcetti ricchi!

    La favola del Re Trentratré

    C’era una volta un re che si chiamava Trentatrè.
    Un giorno Trentatrè pensò che un re deve essere giusto con tutti.
    Chiamò Sberleffo, il buffone di corte: “Io voglio essere un re giusto – disse Trentatrè al suo buffone – così sarò diverso dagli altri e sarò un bravo re”.
    “Ottima idea maestà” – rispose Sberleffo con uno sberleffo. Contento dell’approvazione il re lo congedò.
    “Nel mio regno – pensò il re – tutti devono essere uguali e trattati allo stesso modo”. In quel momento Trentatrè decise di cominciare a creare l’uguaglianza nel suo palazzo reale.
    Prese il canarino dalla gabbia d’argento e gli diede il volo fuori dalla finestra: il canarino ringraziò e sparì felice nel cielo. Soddisfatto della decisione presa, Trentatrè afferrò il pesce rosso nella vasca di cristallo e fece altrettanto, ma il povero pesce cadde nel vuoto e morì.
    Il re si meravigliò molto e pensò: “Peggio per lui, forse non amava la giustizia”.
    Chiamò il buffone per discutere il fatto. Sberleffo ascoltò il racconto con molto rispetto, poi gli consigliò di cambiare tattica.
    Trentatrè, allora, prese le trote dalla fontana del suo giardino e le gettò nel fiume: le trote guizzarono felici.
    Poi prese il merlo dalla gabbia d’oro e lo tuffò nel fiume, ma questa volta fu il merlo a rimanere stecchito.
    “Stupido merlo – pensò Trentatrè – non amava l’uguaglianza”. E chiamò di nuovo il buffone Sberleffo per chiedergli consiglio.
    “Ma insomma! – gridò stizzito il re – come farò a trattare tutti allo stesso modo?”.
    “Maestà – disse Sberleffo – per trattare tutti allo stesso modo bisogna, prima di tutto, riconoscere che ciascuno è diverso dagli altri. La giustizia non è dare a tutti la stessa cosa, ma dare a ciascuno il suo”.

    4) Infine riflettiamo sul discorso iniziato in classe (basato su “Per questo mi chiamo Giovanni”), sulle persone ordinarie che hanno condotto una lotta straordinaria contro la mafia:

Attività:

Rispondi a queste domande: 

  1. Come definiresti la giustizia?
  2. Quali sono i suoi scopi? Perché è necessaria nella vita dell’uomo?
  3. Dovessi elencare le sue caratteristiche, quali ne individueresti?
  4. Commenta la vignetta al punto 2. Cosa significa? Quali sono le tue riflessioni a riguardo?
  5. Commenta i testi “Sorcio di campagna” e “La favola del re Trentratré”: Che riflessioni ti suscitano? Quali sono i messaggi che lanciano?
  6. Che cosa è per te l’ingiustizia? Quali sono le ingiustizie di cui tu hai fatto esperienza?
  7. Come reagisci/ hai reagito di fronte a questa ingiustizia? Quali soluzioni sono state adeguate e quali si sono rivelate sbagliate.
  8. “Adotta una vittima di mafia”: scegli tra i personaggi elencati nelle slide uno che ti ha particolarmente colpito e conduci una ricerca su di lui/lei (cartellone, ricerca, word, power point, video…)

Concludiamo l’attività con la stesura di un testo riflessivo [foto e mappa da inserire].

La prof

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IIIA: Giacomo Leopardi e la famiglia_Viaggio in un’anima, nell’epistolario e nello Zibaldone

Ci avviamo allo studio dell’amatissimo Leopardi ( o come sa chi segue, zio Giacomo 😉 ) e conosciamolo attraverso i suoi scritti personali, le lettere e lo Zibaldone.

Abbiamo già conosciuto il rapporto che aveva col padre (link al post dell’attività svolta , contenente la lettera). Il rapporto col padre appare ossimorico e logorante, fatto di odio e amore, di rabbia e rispetto: all’indomani della fuga non riuscita, Leopardi quasi si scusa di aver provocato questo dolore al padre e addirittura si cruccia dell’esser nato, arrecando sofferenze col suo stato di salute. C’è desiderio d’amore e di approvazione nella lettera, a tratti struggente.

Ora, dopo aver visto alcuni video circa la sua vita e i suoi luoghi, vediamo ora il rapporto freddo e distaccato che aveva con la madre, rigida, severa e anaffettiva:

  1. Primissima lettera alla madre: <L’entrata di Gesù in Gerosolima, dedicata a S.E. la Signora Contessa Adelaide Leopardi, da Giacomo Leopardi

Carissima signora Madre,
Già ben prevedo, che una critica inevitabile mi sia preparata. Questa composizione, mi par di sentire, è troppo breve, ed in qualche luogo lo stile è basso. Io non so che rispondere a questa critica, ma mi contento di pregarla a considerare la scarsezza del mio ingegno e a credermi. Di lei carissima signora madre.

Dev.mo, Umil.mo, Obbl.mo Servo Giacomo Leopardi.

Si nota la preoccupazione di un rimprovero materno e l’umiltà del giovinetto che doveva sentirsi sempre inadeguato di fronte a lei>> (citazione da Relazioni e affetti nell’Epistolario di Giacomo Leopardi, Loretta Marcon, 2013).

2) Così scrive alla madre, dopo la fuga da Recanati, chiedendo scusa per il gesto fatto, ma implorando affetto (non più “signora madre“, ma “mamma” e non più “Giacomo” preceduto da mille titoli, ma “Mucciaccio“, ad invocare l’affetto del cuore materno):

“Cara Mamma.

Io mi ricordo ch’Ella quasi mi proibì di scriverle, ma intanto non vorrei che pian piano, Ella si scordasse di me. Per questo timore rompo la sua proibizione e le scrivo, ma brevemente, dandole i saluti del Zio Carlo e del Zio Momo. Sono in piedi oggi per la prima volta dopo otto giorni intieri di letto, e la mia piccola piaga è ben chiusa. Se non si riapre, che spero di no, son guarito. S’ella non mi vuol rispondere di sua mano, basterà che lo faccia fare, e mi faccia dar le sue nuove, ma in particolare, perché le ho avute sempre in genere. La prego a salutare cordialmente da mia parte il Papà e i fratelli; e se vuol salutare anche D. Vincenzo, faccia Ella. Ma soprattutto la prego a volermi bene, com’è obbligata in coscienza, tanto più ch’alla fine io sono un buon ragazzo, e le voglio quel bene ch’Ella sa o dovrebbe sapere. Le bacio la mano, il che non potrei fare in Recanati. E con tutto il cuore mi protesto
Suo figlio d’oro Giacomo-alias-Mucciaccio.”

(Lettera alla madre di Giacomo Leopardi – Roma, 22 gennaio 1823)

3) Così scrive nel solo Zibaldone (frammento 353-4), parlando idi una donna in generale, in cui, però, molta critica ha visto Adelaide Antici:

Io ho conosciuto intimamente una madre di famiglia che non era punto superstiziosa, ma saldissima ed esattissima nella credenza cristiana, e negli esercizi della religione. Questa non solamente non compiangeva quei genitori che perdevano i loro figli bambini, ma gl’invidiava intimamente e sinceramente, perché questi eran volati al paradiso senza pericoli, e avean liberato i genitori dall’incomodo di mantenerli. Trovandosi più volte in pericolo di perdere i suoi figli nella stessa [354] età, non pregava Dio che li facesse morire, perché la religione non lo permette, ma gioiva cordialmente; e vedendo piangere o affliggersi il marito, si rannicchiava in se stessa, e provava un vero e sensibile dispetto. Era esattissima negli uffizi che rendeva a quei poveri malati, ma nel fondo dell’anima desiderava che fossero inutili, ed arrivò a confessare che il solo timore che provava nell’interrogare o consultare i medici, era di sentirne opinioni o ragguagli di miglioramento. Vedendo ne’ malati qualche segno di morte vicina, sentiva una gioia profonda (che si sforzava di dissimulare solamente con quelli che la condannavano); e il giorno della loro morte, se accadeva, era per lei un giorno allegro ed ameno, né sapeva comprendere come il marito fosse sì poco savio da attristarsene. Considerava la bellezza come una vera disgrazia, e vedendo i suoi figli brutti o deformi, ne ringraziava Dio, non per eroismo, ma di tutta voglia. Non proccurava in nessun modo di aiutarli a nascondere i loro difetti, anzi pretendeva che in vista di essi, rinunziassero intieramente alla vita nella loro prima gioventù: se resistevano, se cercavano il contrario, se vi riuscivano in qualche minima parte, n’era indispettita, scemava quanto poteva colle parole e coll’opinion sua i loro successi (tanto de’ brutti quanto de’ belli, perché n’ebbe molti), e non lasciava [355]  passare anzi cercava studiosamente l’occasione di rinfacciar loro, e far loro ben conoscere i loro difetti, e le conseguenze che ne dovevano aspettare, e persuaderli della loro inevitabile miseria, con una veracità spietata e feroce. Sentiva i cattivi successi de’ suoi figli in questo o simili particolari, con vera consolazione, e si tratteneva di preferenza con loro sopra ciò che aveva sentito in loro disfavore. Tutto questo per liberarli dai pericoli dell’anima, e nello stesso modo si regolava in tutto quello che spetta all’educazione dei figli, al produrli nel mondo, al collocarli, ai mezzi tutti di felicità temporale. Sentiva infinita compassione per li peccatori, ma pochissima per le sventure corporali o temporali, eccetto se la natura talvolta la vinceva. Le malattie, le morti le più compassionevoli de’ giovanetti estinti nel fior dell’età, fra le più belle speranze, col maggior danno delle famiglie o del pubblico ec. non la toccavano in verun modo. Perché diceva che non importa l’età della morte, ma il modo: e perciò soleva sempre informarsi curiosamente se erano morti bene secondo la religione, o quando erano malati, se mostravano rassegnazione ec. E parlava di queste disgrazie con una freddezza marmorea. Questa donna aveva sortito dalla natura un carattere sensibilissimo, ed era stata così ridotta dalla sola religione.

4) <<[…] su suggerimento del padre, il 17 novembre 1832 Giacomo scriverà l’ultima lettera alla mamma per domandarle un aiuto economico. Severissima amministratrice di casa, ad Adelaide spettava decidere se corrispondere alle richieste del figlio. Si può immaginare la sua apprensione nel dover confessare la propria necessità alla madre, di cui ben conosceva le rigide regole. E infatti umilmente si premura di ricordarle come avesse «sempre cercato di non darle nessun disgusto» aggiungendo: «sempre mi ami e mi benedica, ch’io sono e sarò eternamente Suo amorosissimo figlio.» (Epist., vol. II, pp.1957-58). Giacomo invierà altre due lettere da Napoli, ma indirizzate a tutti i suoi familiari. L’ultima di queste, datata 25 aprile 1835, è ancora una richiesta d’amore: 

Mia cara Mamma

Carlo, Paolina, Pietruccio, vi prego a voler bene, e qualche volta scrivere al vostro Giacomo, il quale è poco forte degli occhi, ma non poco amoroso di cuore. (Epist.vol. II, pp. 2027-28)>>

((da Relazioni e affetti nell’Epistolario di Giacomo Leopardi, Loretta Marcon, 2013)

Ne emerge il quadro di un ragazzo distrutto negli affetti, oppresso da un amore morboso da un lato e da una freddezza glaciale dall’altra, desideroso d’amore tanto quanto non riesce a trovarne intorno a sé alcuna traccia.

Davvero belle e tenere sono le lettere tra Giacomo e Paolina (si chiamavano Muccio e Pilla), dove trapela un grande affetto tra i due. Ma anche Paolina non è esente dal malessere del fratello e così gli scrive nel 1823:

Recanati, 13 Gennaio 1823

Caro Giacomuccio mio. Ecco cominciato questo nuovo anno, che io vi desidero pieno di felicità, e lo sarà senza dubbio, avendolo cominciato sotto favorevoli auspicj. Per me non ho altro desiderio a formare, che di non vederne il fine, ed è questo desiderio concepito con il più intimo sentimento del cuore, e voi lo crederete bene, conoscendo me e quelli che mi governano. Dei quali io sono così annoiata, e di questo modo di vita, che non ne posso più;ed il peggio è il non avere alcuna speranza, neppur lontana, di miglioramento; no, non vedere per fine a questo stato altro che la morte! Ebbene, venga pure questa morte, e venga anzi prestissimo, chè sempre sarà troppo tarda ai miei voti; e se mi si assicurasse di morire domani, forse dalla consolazione non ci arriverei. Voi dite che l’allegria e la malinconia sono frutti d’ogni paese; per la malinconia crederò che possa essere frutto di Roma, ma l’allegria di Recanati credo che sbagliate. E poi il paese dove abito io, è casa Leopardi; e voi sapete meglio di me come vi si vive. Insomma io sono disperata; ed alla fine, essendo certa di dover vivere sempre miseramente, termino sicuramente col farmi monaca. E potessi farlo adesso in questo momento in cui piango, e mi dispero! Voi mi domanderete forse cosa mi è avvenuto di nuovo. Niente, Giacomuccio mio, ma ogni giorno che passa, accresce la mia infelicità. Ma adesso che vi rifletto, non so perchè venga a tormentarvi con queste ciarle, ora che vi godete la vostra pace, e vi ridete di tutte le nostre miserie. Scusate, caro Giacomo mio; io sono amareggiata talmente, e così intimamente desolata, che senza accorgermi ho preso a parlare di me, non ricordandomi, che questa è la cosa pegli altri più noiosa che si possa dare. Non così però è per me quando mi parlate di voi, anzi vi prego a farlo sempre, prendendo io moltissima parte nei vostri affari; come prendo molto dolore ai vostri geloni, che dal vostro silenzio nell’ultima a Carlo argomentiamo che stiano meglio. Non dimenticate però di parlarcene, e se avete usato di quell’unguento che vi hanno mandato ec.

[…] Addio, Giacomuccio mio. Se vi siete annoiato delle mie ciarle, come sarà senza dubbio, ringraziatemi che ho cominciato in un mezzo foglio di carta. Tutti vi salutano, ed io saluto tanto Mariuccia e voi, Giacomo mio, abbracciandovi affettuosamente. Addio.

Per vostra regola, ho renduto già le vostre lettere e le mie invisibili ad ogni altro.

Il malessere di Giacomo è lo stesso di Paolina e probabilmente anche di Carlo: e questo rassicura del fatto che non alla malattia si deve questa inquietudine, ma ad un amore distorto, strozzato o peggio freddo e distante sperimentato nella fanciullezza. Ma “intenerisce il core“, per dirla alla Leopardi, che nessuno di questi figli abbia tuttavia mai maledetto fino in fondo la vita arrivando a disfarsene: molte sono le lettere di Giacomo e Paolina in cui i due si scambiano affetto e immagini di vita quotidiana, sebbene sempre venate di malinconia profonda. I due, pur consumati da una vita che non ha conosciuto l’amore (e l’Amore) nella fanciullezza, restano sempre profondamente attaccati alla vita (questa volta per dirla con Ungaretti). In questa, tra le tante, Giacomo le scrive di quanto sia bella Pisa e in questa, l’ultime che scriverà a Pilla, la rimprovera dolcemente di scrivergli poco e di essere un po’ attaccata al denaro, dato che non gli scrive pur di non spendere un carlino.

Tutte le poesie di Giacomo suono una riflessione su di sé e sulla vita, una sorta di lettere a sé stesso, in versi. Come la prima che ci appressiamo a leggere, Il Passero Solitario:

A presto, col proseguo del viaggio interiore.

La prof

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IIA: Fantasy con fantasia

I ragazzi di IIA, che leggono e scrivono molto, da un po’ sono alle prese col testo fantasy, che stanno, in realtà, svolgendo in quasi autonomia, applicando al genere le tecniche di scrittura finora apprese.

Tutto è iniziato con i cubi delle storie, che i ragazzi, divisi in gruppi, hanno assemblato nel modo più fantasioso possibile. Il risultato è stato…mostruoso:) non solo nel senso che hanno creato dei mostri, ma che gli hanno dato vita all’interno di testi fantasiosi, ricchi di idee e tecniche, con un lessico ricco e vario e soprattutto in completa autonomia!

Bravissimi! Qui di seguito verranno pubblicati via via i loro testi!

Il Bosco fatato di Aurora Mercuri, Giorgia Panci e Daniela Colaneri 

Ari, il cavaliere cavallo, di Gabriele Di Pietro, Alessio Marta, Giuseppe Testa

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Bibliotake: IIIA_ Il rapporto padri-figli nella letteratura

Bibliotake _ Il Blog

Il 24 febbraio scorso, nell’ambito del progetto Bibliotake, Sara e Filippo hanno di nuovo incontrato le classi terze. L’argomento del loro incontro è stato il rapporto tra padri e figli  nella letteratura. L’incontro è stato davvero toccante e i ragazzi hanno partecipato attivamente, con un silenzio quasi religioso e grande commozione.

Qui di seguito i testi letti insieme:

  1. Il primo testo che abbiamo letto, con la lettura espressiva di Filippo, è stato “Pianto antico” di Carducci. Un padre che “scrive” al proprio figlio, che ormai non c’è più, attraverso la contemplazione della natura che parla di lui e che continua a vivere, oltre la morte. Un pianto…antico, perché affonda le radici in quanto di più profondo esista: il rapporto padre-figlio. Un pianto sconsolato, perché non trova spiegazione in nessun orizzonte umano: non è naturale che un genitore seppellisca il proprio figlio, è innaturale che un genitore sopravviva.

2) Il secondo testo che abbiamo letto è quello della lettera che Giacomo Leopardi scrive al padre Monaldo all’indomani del suo tentativo di fuga da Recanati. E’ la lettera di un figlio, vivo, che scrive ad un padre lontano affettivamente…quasi “morto”. Una lettera tristissima, alla quale il padre Monaldo mai risponderà.

E’ una lettera struggente, che sintetizza in modo commovente il rapporto tra Giacomo e suo padre Monaldo. Il padre, fin dalla prima infanzia e poi al manifestarsi della malattia, ama Giacomo in modo asfissiante e con un amore iperprotettivo, castrante: l’apprezzamento per il genio del figlio, la salute cagionevole, il senso di protezione verso quello figlio malaticcio diventano le sbarre di una prigione “amorosa”,  nella quale solo i libri possono allietare le giornate. Quando, finalmente, ormai adulto, escogita di fuggire dalla casa-prigione, la fuga fallisce e Giacomo si trova a doversi scusare per aver avuto…voglia di vivere:

 

 

Giacomo soffre per il dolore arrecato al padre con il tentativo di fuga: soffre perché da un lato è cosciente che per lui a Recanati e in quella famiglia non ha possibilità di futuro e di vita, ma soffre altresì per aver deluso il padre, per avergli dato un dispiacere. Implora il padre di apprezzarlo e di amarlo veramente e giunge anche a scusarsi con lui per essere nato ed essere malato…I toni sono strazianti: si avverte una rabbia implosa, sedata da grande amore e riverenza religiosa nei confronti di un padre che ama di un amore opprimente, ma al quale diventa difficile opporsi.

3) il terzo testo letto dai ragazzi, in lingua originale da Sara, è stato “If” di Kipling, una poesia-lettera che il padre scrive al figlio prima che parta per la guerra. Una sorta di augurio-testamento per questo figlio in partenza. La poesia è, in realtà, un invito esteso a tutti, a vivere con intensità ogni attimo, a superare rancori, ad inseguire sogni ed ambizioni senza diventarne schiavi, a trasformare tanto le vittorie quanto le sconfitte in occasioni di crescita. I ragazzi hanno letto una strofa ciascuno e hanno segnato i versi che più li hanno colpiti, perché o vicini al loro vissuto o corrispondenti ai loro sogni. Poi abbiamo commentato tutti insieme.

Sara e Filippo, al solito, sono stati *infinitamente grandi, per dirla alla Leopardi. GRAZIE RAGAZZI!

La prof

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Bibliotake: IIA IIB Lecturae Dantis: Canto I e V dell’Inferno

Bibliotake _ Il Blog

Continua il progetto Bibliotake e questa volta ad essere coinvolte sono state le classi IIA e IIB. Sara e Filippo, stavolta, hanno eseguito una Lectura Dantis, con lo scopo di mostrare ai ragazzi la lettura espressiva della Commedia.

Filippo ha iniziato leggendo il Canto I dell’Inferno, testo noto ad entrambe le classi: ha letto con enfasi, rispettando il valore espressivo di alcune terzine, rispettando la punteggiatura, la metrica, gli enjambements. I ragazzi hanno potuto, quindi, ascoltare una lettura espressiva ed emotiva di versi a loro noti.

 

Alcuni ragazzi hanno poi emulato la lettura e si sono esercitati:

Abbiamo poi proseguito l’incontro con la lettura e spiegazione del V Canto, non noto, incontrando insieme Paolo e Francesca. Sara ha dapprima introdotto il canto, raccontato la storia dei due amanti ed infine iniziato la lettura, concentrandosi prevalentemente sui versi di Francesca. In seguito, Sara e Filippo si sono soffermati sul valore espressivo di alcuni temi del canto:

  • il rancore di Francesca per Gianciotto e il suo desiderio di vendetta;
  • la compassione che Dante prova per Francesca, la cui vicenda sente prossima alla propria;
  • il significato dello “svenimento” di Dante, calcato dall’allitterazione “e caddi come corpo morto cade”;
  • la raffigurazione dei lussuriosi come storni e il “privilegio” di Paolo e Francesca di essere “colombe”.

Infine la prof.ssa Salvati ci ha permesso di fare un excursus artistico sulla raffigurazione di Paolo e Francesca nell’arte, dal 1400 al 1900 [presto le slide].

Grazie a Sara e Filippo per questa ennesima lezione di sapere e disponibilità, grazie alla prof.ssa Salvati, per accompagnarci sempre attraverso il mondo dell’arte e alla prof.ssa Filomena Olivieri di Colobraro che ci ha seguito in videoconferenza dalla Basilicata!

Alla prossima!

La prof

 

 

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